AI VENDITORI DI CAFFE’ – ETIOPIA

 

AI VENDITORI DI CAFFE’ – ETIOPIA

La casa di Anna era in una laterale senza traffico. Non so se fosse proprio nel centro dell’immenso mare argentato e lucente che è Addis Abeba in atterraggio. Ogni casa, lungo quella stradina con il fondo fatto di tante buche e poco asfalto, aveva un muro molto alto di pietra pitturata e con il colore un pò scrostato, merlettato in cima con cocci di vetro variopinto spaccato grossolanamente e un cancello di ferro a due ante, pesante e colorato, che non permetteva di vedere oltre.

Uno dei vicini di casa, quello appena fuori a destra, tostava chicchi freschi di caffè e li vendeva, profumati e ancora caldi, a chiunque bussasse al cancello e ne chiedesse. Una manciatina, due, un pò di più. Quello che serviva.

Tostava il giovedì e venerdì pomeriggio, prima della festa. Il profumo durante la tostatura era così intenso che la biancheria stesa, seccata dal sole e dall’aria asciutta, odorava di caffè. Avvicinandomi a casa, a piedi, lo sentivo avvolgermi tutta, sempre più intenso e denso, come camminassi gli ultimi metri dentro la nuvola di quello stesso fumo che esce dalla moka alla fine del gorgoglio.

Lo comperavo da lui, poco alla volta, per poter andare più spesso a trovarlo. Lo spazio di fronte alla sua semplice casa era un mondo inimmaginabile da fuori.

I sacchi di iuta, pieni di chicchi verdi, che io andavo ad annusare mettendoci proprio il naso dentro per sentire il profumo del tessuto, i teli di plastica rosa distesi per terra con montagne di chicchi sopra, da selezionare, uno ad uno, i sacchetti riciclati color cartone, già pronti, di vari pesi ed esposti in ordine decrescente, una bilancia piccola da cucina ed una più grande, di quelle che si usano nei consorzi per pesare il grano.

La sua pelle nel tempo aveva assorbito quell’aroma scuro con cui,due giorni a settimana, riempiva l’aria tutto intorno. E anche i suoi capelli. Ricci, crespi e brizzolati. Immaginavo che il profumo ne rimanesse imprigionato, come fa nell’anima e nelle maglie fitte del ricordo.

Marianna – Alessandro – Nicola, tre di MELANERA

Marianna – Alessandro – Nicola, tre di MELANERA

E’ stato il nome della loro barca a vela ad incuriosirmi. A farmi scoprire la storia di una famiglia estesa, di generazioni unite, che durante l’estate vive in mezzo al mare. Di una grande famiglia che ha un rapporto di fratellanza con l’immenso, affascinante, liquido e profondo blu, quello stesso rapporto intimo che si costruisce piano piano con un amico con cui si condividono periodi belli della vita. Un amico sempre in attesa che si torni a trovarlo e che si desidera incontrare e rivedere dopo tanto tempo trascorso senza essere vicini. Un amico che si impara a conoscere, un pò alla volta. Di cui ci si fida anche un pò alla volta. Solo dopo aver capito che conviverci, comprenderne il carattere ed affrontarlo è solo questione di tempo e di sensibilità che lentamente si raffina e che aiuta ad interpretare i diversi colori di cui si veste, la calma piatta che lo fa sembrare stanco, la forma delle onde che lo arricchiscono, vere opere d’arte di schiuma di acqua e sale, la loro direzione, l’intensità del vento che a volte lo accarezza, a volte lo agita…creste, flutti, riccioli e ghirigori, energia pura, che senza sosta, senza fine, sale e scende e solo infrangendosi diventa materia. Ogni volta con suoni diversi, che diventano la sua voce: i canti del mare. Un amico che si ama incondizionatamente anche per il continuo e costante impegno, sempre ampiamente ripagato, che richiede. Lo stesso impegno di una amicizia degna di questo nome. Una questione di fiducia, come tra persone adulte, tra uomini veri. Un amico di cui si apprezzano la continua diversità, l’imprevedibilità, la ricchezza e varietà di emozioni che generosamente riesce a donare, la capacità immensa di stupire e di commuovere. Di cui si amano i lunghi silenzi e l’eterna, antica bellezza. Sempre di più.
E’ l’essenzialità della vita cui obbliga il mare il desiderio più grande che determina naturalmente il ritmo estivo della vita di tutti i Melanera. Una vita semplice, fatta di poco, ma di tantissimo. Per mesi, scalzi, vestiti di niente, profumano la loro pelle con l’odore salato del vento, la colorano con i raggi caldi del sole. Condividono abilità e capacità e, quando il mare fa sentire la sua forza, senza dire una parola, sanno bene cosa fare…un accordo tacito, muto e necessario, che conosce solo chi vive il mare, quando le voci degli uomini si mescolerebbero, senza essere sentite, a quelle degli elementi scatenati della natura. Quando, loro e la loro barca, diventano un unico corpo oscillante, un nuovo essere, uno spazio con nuovi confini e nuove regole di vita, dove ogni suono e rumore ha il ritmo del rollio del mare. Le corde sull’albero, le vele un pò lasche, il vento che si abbraccia con il fiocco, le raffiche che lo strapazzano, gli scricchiolii del legno, i mille modi con cui l’acqua si spalma sullo scafo, il tintinnare di ogni piccolo oggetto mai fissato abbastanza. Dopo ogni difficoltà le loro vite sono ancora più unite.
Una vita che segue il ritmo naturale della luce e del buio. Del sole e delle stelle. Delle lune. Un ritmo primitivo e primordiale. Più umano e più vero. Come un momentaneo ritorno al passato. Come se tutta quell’acqua intorno fosse il ventre di una grande madre che accoglie e culla con dolcezza gli uomini e la loro barca. Loro e la loro casa.
Quando è il momento di partire, lasciano il piccolo porto dove torneranno solo con una luce del sole al tramonto più calda. Alzano le vele e prendono il mare, navigando verso Sud. Cercano insenature, baie, rifugi nascosti tra una manciata di piccoli e grandi dadi bianchi, gettati, disordinatamente, durante un antico gioco tra giganti, nelle liquide sfumature blu di quel mare, o, come raccontano gli isolani, lanciate dalla grande mano di Dio in persona, dopo la creazione del Mondo. E se fossero veramente le lacrime pietrificate delle stelle? Questo sembrano, a vederle dal cielo, quelle centoquarantasetteisole, brulle e aspre, ma anche sorprendentemente verdi e rigogliose, che loro amano così tanto! Hanno imparato a conoscerle e ad apprezzarle navigando in libertà e basta, navigando a vista, senza una meta precisa. Soli, in mezzo al mare…forse seguendo la rotta di leggende scritte in vecchi e preziosi portolani, o quella dei navigatori veneziani, Greci e Romani. O quella di Ulisse…Perchè l’Odissea potrebbe essere stata anche qui. Amano la gente, poca e semplice, che abita quella terra difficile, fatta di roccia, sassi e mare. Ma la terra e il mare sono un dono, meritano lealtà e dedizione. Al mare, questa gente, deve la vita, la sua intera esistenza.
Era venuto al mondo da dieci mesi il loro figlio, quando lo portarono in barca e gli fecero sentire, per la prima volta, tutta la meraviglia dell’immensità del mare. E fu come se ci fosse nato in quella casa galleggiante spinta dal vento! Imparò presto come muoversi nello spazio della cambusa, capì in fretta cosa fare durante la navigazione, con tutti i tipi di mare. Per lui tutto sembrava e sembra ancora un gioco, ma era ed è vita vera. Ha imparato a parlare con i gabbiani, ad avvistare i delfini. Gli è capitato di nuotare con lei tartarughe. Di farsi amica una libellula rossa che aveva deciso, un giorno di gran vento, di aggrapparsi forte con le zampette ad una sartia e viaggiare, per un pò, insieme a loro. Sa ascoltare e riconoscere i diversi richiami del vento. Si riempie gli occhi e il cuore di albe e tramonti. Quando torna a camminare sulla terra i suoi capelli ancora fini di bambino e la sua pelle sono dorati e lucidi, come il colore del miele d’acacia.
Ogni notte prima di dormire, dalla prima notte trascorsa in mare, dopo aver calato l’ancora e sistemato la barca nel posto più simile al paradiso che potessero trovare, si stendono fuori, tutti e tre vicini, a guardare la luna o le stelle, ad ammirare la magia delle luci del cielo notturno, lontanissime nello spazio e nel tempo. Una notte ciascuno, raccontano favole di mari intorno a mondi lontani e avventure di navigatori solitari. Cercando satelliti e stelle cadenti. Allungando l’indice, come a volerle toccare, seguono la forma delle costellazioni. La Via Lattea è il tetto dei loro sogni.
Il loro respiro diventa lo stesso respiro del mare e del cielo. Quello di un universo dove l’uomo, la barca, il mare e il vento, insieme, sono l’unico protagonista possibile.

Caterina

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AMORE IN VIAGGIO

Mi piace viaggiare in treno. Si entra nello spazio ad una velocità che permette di guardare fuori dal finestrino, di vedere, di ricordare. Anche volando si vede meraviglia, ma la consapevolezza dell’infinita piccolezza umana è troppo grande guardando giù. Ricordo l’immensa terra sovietica, in un viaggio di ritorno dalla Mongolia alla Russia, l’unica volta che l’attraversai con la luce del giorno…dal cielo mi sembrò bellissima ed io mi sentii il nulla.
Mi piacciono le stazioni. Luoghi di arrivo, di partenza, di passaggio. Mi piace, prima di partire, mettermi in disparte, defilata e stare a guardare. Spettatrice di un brevissimo cortometraggio sulla vita di tutta l’umanità, in un luogo qualunque, un giorno qualsiasi. Mi piace osservare l’eterna corsa contro il tempo, l’immenso peso delle cose di cui non si riesce a fare a meno, la fame e la sete che potrebbero essere insopportabili durante il viaggio.
Ma soprattutto mi piacciono le stazioni perchè sono luogo di incontro, di saluti, di parole, di promesse d’amore. L’amore viaggia sui binari, a velocità regionale, ad alta velocità, a giorni fissi, a settimane alternate, in giornate rubate. L’amore viaggia sui treni di nascosto.
L’amore nelle stazioni è un bacio appassionato mentre il treno si avvicina a velocità scientifica alla fine del binario, è un abbraccio stretto che unisce i cuori, le anime, oltre che i corpi, è parole sussurrate come se fossero le ultime da potersi dire, è un bacio mandato con il vento prima che la porta si chiuda, è il palmo di due mani appiccicate al vetro del finestrino. Una lastra fredda riesce a separare la storia di due vite. È il bisogno di vedere un sogno ancora per tanto tempo, fermo immobile, sempre lì, nel posto dell’ultimo saluto, vederlo diventare un puntino e poi, inevitabilmente, scomparire. È il per sempre in un messaggio che arriva dopo pochi minuti, è le promesse scritte su una fotografia che arriva via etere. È la telefonata che fa compagnia fino alla stazione di arrivo.
Mi piacciono le stazioni, sono luoghi dove i viaggi iniziano, passano, finisco.
Viaggiare è come amare e i grandi viaggi, come le grandi, vere, storie d’amore, non hanno mai una vera fine.

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HELSINKI NON PERVENUTA

HELSINKI NON PERVENUTA

Mio nonno era alto quasi unmetroenovanta. Era bello, sorridente. E generoso.
E’ sempre stato un viaggiatore, per lavoro e per passione. Iniziò a viaggiare da bambino, anche lui, con un paio di zoccoli ai piedi, una lanterna a petrolio in mano, camminando davanti ai due cavalli che trainavano il carro di suo padre carico di scope di saggina. La luce fioca e tremolante serviva per poter avanzare nella nebbia fitta e densa nel cuore umido della Pianura Padana. Partivano insieme dalla campagna cremonese per vendere fino in Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Emilia Romagna.
Negli anni settanta, con la sua Palmira, viaggiò in tutti i paesi oltre i muro di Berlino. Insieme mangiarono pane e gelato in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Russia, Romania, Bulgaria. Erano felici. Si sono amati tantissimo, un amore immenso, vissuto forte e del quale custodisco le lettere.
A mio nonno piacevano l’opera e la musica classica. Era un ballerino eccezionale. Lo invitavano nelle balere e nelle sagre di paese di Cremona e Mantova perchè aprisse le danze quando l’orchestrina iniziava a suonare.
Andò con la Palmira all’Arena e alla Fenice ogni volta che gli fu possibile. E cantò fino a che ebbe voce e speranza.
Quando rientrava, dopo tanti giorni fuori, portava sempre un piccolo dono per tutti: il burro con la mucca, il pane casereccio cucinato a legna e le specialità delle feste.
Restava a casa una settimana. Si alzava presto. Ascoltava sempre la radio per le notizie nazionali e internazionali e dopo i tre secondi scanditi dall’ora esatta, guardava l’orologio e lo regolava. Ascoltava anche le previsioni meteo e le temperature di tutto il mondo. Quando io e mio fratello tornavamo da scuola, ci diceva le temperature più estreme, quelle più calde e quelle più fredde. Il gioco era sapere di quale stato erano le capitali.
Quand’ero bambina non ho mai saputo quale fosse la temperatura minima della capitale della Finlandia.
Alla radio, Helsinki, qui sul Baltico ghiacciato, era sempre “non pervenuta”.

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LA CARBONARA DEL NURE

LA CARBONARA DEL NURE

A Fabbriche di Vallico, nel cuore della Garfagnana, sono arrivata a metà della prima giornata di trail. E’ un borgo conosciuto per il Ponte della Dogana, un vero e proprio confine: fino all’unità d’Italia, attraversando il ponte sul fiume Serchio, si passava dalle terre protette e difese dal Ducato di Modena a quelle tenute con le unghie e con i denti della Repubblica di Lucca.

A Fabbriche tutte le case, al di qua e al di là del fiume, sono costruite in pietra scura, come il ponte. I davanzali, come i lati del ponte, sono impreziositi da grandi vasi rettangolari di terracotta pieni di rigogliosi geranei color rosso corallo. I miei preferiti. Ci sono un bar, una ferramenta, un ambulatorio medico che apre qualche volta. Ma soprattutto, a Fabbriche, c’è un “casoin”.

In veneziano, il “casoin” vero e proprio è il negozio di soli formaggi, con un significato più allargato è il negozio di alimentari e di tutto quello che può servire nei piccoli paesi, beatamente isolati e lontani dai centri commerciali, un pizzicagnolo che continua ad aprire ogni mattina perchè il paese possa ancora vivere e in paese tutti ci vanno perchè possa continuare ad aprire ogni benedetto giorno: un bellissimo mutuo aiuto. Due piccole vetrate, due porte d’ingresso, in mezzo una panchetta in legno e un tabellone con attaccati gli avvisi e le comunicazioni per gli abitanti. La frutta e la verdura a destra dell’entrata e su scaffalature di ferro tutta altezza, quello che si troverebbe facendo la spesa in un super o iper di città, solamente in quantità ridotte. Appesi, vicino ad una carta moschicida a spirale penzolante, ho visto piumini per le ragnatele a righe rosa confetto e azzurro cielo e ciabatte di pezza fantasia chiuse in sacchetti di plastica trasparente, in un angolo scope di saggina girate all’insù e poi, sui vari ripiani, cerotti e garze, pile di varie misure (quelle per il gps finite in un secondo), carta igienica e detersivi, alcolici e birre, pasta commerciale e vassoi di pasta fresca, scatole di latta con cibi pronti e scatolette di tonno, farina sfusa venduta a peso e specialità locali. Non so se quel piccolo negozio sia stato mai così affollato: non credo, neanche per la vigilia di Natale. Eravamo in tanti, tutti insieme, in fila, in attesa del turno davanti al banco del pane, dei salumi e formaggi, con mani piene di biscotti, cioccolata, frutta secca, barrette di cereali e cose da bere di ogni gusto e colore, presi dagli scaffali. Un piccolo esercito con il caso in testa, felice e affamato.

Dietro al banco due ragazzi, i fratelli Giuliani, David e Cristian, con l’espressione di chi non ha ben chiaro cosa stia succedendo.

“Quanti siete? Da dove venite? State facendo una gara? In bicicletta? Dove andate?”

La loro unica preoccupazione è stata di poterci soddisfare con quello che era rimasto all’ora di chiusura di un giorno di festa, dispiaciuti di non essere stati avvertiti che, proprio quel giorno, a Fabbriche ci sarebbe stato movimento!!

Prosciutto cotto, crudo e mortadella uscivano dalle lame rotanti dell’affettatrice alla velocità della luce per imbottire fette di pane toscano, poi panini comuni, finito il pane, fette di pane da toast e, finito anche quello, pane da tramezzini. I krakers e le fette biscottate erano già spariti dagli scaffali. Le forme di formaggio di pecora, mezzano e stagionato, tagliate a grosse fette da mani esperte con lunghi coltelli, passavano direttamente dal tagliere di legno a rendere unico e indimenticabile il gusto di due fette di pane.

Chi era in negozio ricorderà le condizioni in cui eravamo e come abbiamo lasciato il pavimento. Di questo i gestori non si sono preoccupati.

In fondo alla fila, una voce: “Io vorrei una pasta”

Il Nure, conosciuto “anche” come Michele Boschetti o Mr. Miss Grape o Nure dal Paese delle Meraviglie, forse pensava di fare solo una simpatica battuta.

“Che pasta vuoi e quanta?” la risposta

“Una carbonara, un chilo.”

Al di qua e al di là del banco si sono capiti al volo.

In pochi secondi uova, pancetta e spaghetti erano nelle grandi mani di uno dei due ragazzi, sparito nel retrobottega e salito al piano di sopra con tutto il ben di dio necessario per far cucinare a sua mamma una pasta che Michele Boschetti, Carlo Miorin, Michele Pigozzi e Stefano Spiazzi si ricorderanno per tutta la vita, mangiata di gusto, seduti davanti al negozio, su un tavolo preparato apposta per loro con una tovaglia gialla, in un momento magico e senza pioggia, come nel miglior ristorante che avessero potuto trovare lungo il trail.

http://www.missgrape.net/

http://www.ciclipigozzi.it/

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NAVIGANDO SULLA ROTTA DI SOCOTRA

NAVIGANDO SULLA ROTTA DI SOCOTRA

Lui era ancora un “capitano di lungo corso”.
In pensione da tanti anni. Aveva tanti anni.
Ogni tanto ci incontravamo, di corsa, lungo percorsi comuni.
Era alto. Un passo dei suoi era due dei miei. Correvamo con quel ritmo che permette di raccontarsela e non schiattare.
Io ogni tanto partivo, sparivo e tornavo.
Solo una volta mi chiese perchè non mi aveva più vista. Gli raccontai che lavoravo in giro per il mondo.
Come fa la palla del mondo quando si apre Google Earth, lui, in un tempo più breve di un battito di ciglia, ritornò in quella parte di oceano che tante volte aveva attraversato. Il nome che pronunciai gli illuminò gli occhi, gli aprì il sorriso, come mai avevo visto prima.
Pensavo che dopo Marco Polo, nessuno avesse più creduto alle leggende, per me così vere, ascoltate raccontare da altri viaggiatori, poeti, incantatori, sognatori in viaggio. Mi sbagliavo. Quella zattera galleggiante staccatasi dal continente africano e alla deriva verso oriente in quel tratto di abisso, non aveva cambiato mai, in tanti secoli, la sua fama.
Irraggiungibile per i forti venti era conosciuta come una delle terre più isolate del pianeta.
Per magia scompariva alla vista dei marinai, e poi ricompariva.
Le sue cime, che forse avevano assistito all’emergere dei tetti del mondo, anche lui le vide sempre avvolte da nuvole tempestose. Come Il viaggiatore veneziano.
Mai aveva avuto un porto, neanche ai tempi dei Greci che arrivarono lì per acquistare aloe e tentare di conquistarne il monopolio. Tutte le navi, per approvvigionare acqua dolce, rimanevano ancorate alla fonda. Anche nel XX secolo.
Gli capitò di lasciare il suo immenso bastimento e di raggiungere terra. Capì che era proprio l’angolo di paradiso di cui aveva tanto letto e che, per davvero, era abitata solo da donne.
I due mesi prima del monsone gli uomini erano tutti in mare.
Lo feci ritornare ragazzo, lui mi fece viaggiare, senza toccare terra, in quel mondo che è stato la mia casa.
“Signore e signori, è il comandante che vi parla. Non è garantito l’atterraggio nell’isola a causa del fortissimo vento da Sud-Ovest. Tenteremo l’impossibile”.
Era il terzo tentativo, il terzo volo dal continente. Il terzo giorno che volavo tra il cielo e questa convulsione acquatica.
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C’E’ TUTTO PER UN RACCONTO

 C’E’ TUTTO PER UN RACCONTO

Anni fa seguii un workshop con un fotografo italiano, uno bravo, conosciuto.
Nei preamboli iniziali chiese ad ognuno dei partecipanti il motivo dell’interesse. L’ordine espositivo, partendo da lui che stava a mezzanotte, andò in senso anti orario. Io ero a metà, alle ore sei, esattamente di fronte.
L’argomento era il fotoreportage, in tutti i suoi aspetti. Bellissimo.
Conoscevo il guru, avevo scritto per lui, onorata, in pieno agosto di anni prima, un bell’articolo che fu pubblicato in una rivista cartacea. Parlava di terre leggendarie e di vento.
Quando esposi lo slancio che mi aveva fatto desiderare essere lì, gli si rizzarono i capelli in testa. Dissi, serafica, che la fotografia, per me, era sempre stata un completamento e all’opposto, l’elemento scatenante di una danza di parole, di pensieri, di piccoli viaggi, di cortometraggi emozionali, dai quali poi traevo alimento per provare a scrivere.
Non gli piacque, per niente, quella risposta. Intesi forte il suo disagio. Ma quello veramente era stato ed è rimasto ancora il mio interesse principale: due capacità espressive meravigliose funzionali l’una all’altra. Io in quello che desidero fotografare leggo già il mio racconto. In quello che ho già fotografato pure.
Con tutti i miei tanti limiti, nella tecnica fotografica e in quella di scrittura.
Tutta questa tiritera per dire che nella fotografia che ho pubblicato c’è qualche cosa di fantastico da raccontare: storie di generazioni di uomini, storie di coraggio, di voli con la consapevolezza di riuscire comunque a planare senza essere albatros, storie di vite in viaggio e di ritorni a casa. Guardate i particolari, ce ne sono centinaia…tutti ruotano attorno ad un’unica realtà: credere, con tutto il cuore, che le cose fatte con amore e passione sono le migliori. Potrei parlarvi dell’odore di gomma, di mani da pianista spalmate di olio nero di catena, delle pietre del pavimento, belle come i masegni di Venezia, di gioielli ” tutti bellissimi, tecnicamente perfetti”, che, usciti da lì, vanno in giro per il mondo.
È per tutta questa ricchezza, che è magia, che scrivo quando vedo storie.
Se sono troppo lunghe, se non piacciono…go ahead.

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VIAGGIO IN NORMANDIA

VIAGGIO IN NORMANDIA

Camminavano vicini sull’erba bagnata, in silenzio. Erano scalzi. I loro passi li sentiva solo la Terra. Il piegarsi spugnoso degli steli sotto i piedi. Ogni respiro era aria densa e salata.
Polvere di mare vaporizzata e umida sulla pelle e nelle narici,
salata sulle labbra.
Quell’aria confondeva, come fa la nebbia, la linea infinitamente lontana dell’orizzonte, unendo, in un unico elemento, la superficie scura e liquida e il cielo. Neanche il colore distingueva i due elementi. Perchè, a volte, anche un cielo può essere l’abisso.
Novemilatrecentottantasette croci, novemilatrecentottantasette corpi. Una sola data di morte: seigiugnomillenovecentoquarantaquattro
Numeri e lettere incisi su croci e su stelle di David di pietra liscia bianca. Infinitamente bianca.
Morti, tutti, in quell’acqua d’acciaio, sotto quel cielo di fumo e di fuoco, in quei sei chilometri di spiaggia, nei duecentosettantacinque metri tra il mare e la scogliera. Morti sparati, morti annegati, tirati giù, nel fondo di un oceano, che lì profondo non era.
Camminavano in silenzio, un padre e un figlio. Guardavano, dal prato del riposo eterno, lo spazio che, quella mattina, quello stesso giorno, fu l’inferno.
Non dissero una parola, mai, per tutto il tempo. Sapevano perchè erano in viaggio, perchè lì, insieme.
Scesero fino al mare, lungo un sentiero scavato nella roccia della scogliera.
Il vento salato aveva creato e dato forma a basse dune. Milioni di granelli luccicanti color miele scuro. Sulla sabbia, dove riescono ad arrivare l’eterno e ritmico stiracchiarsi delle onde e la forza variabile dell’altezza della marea, era disegnata una lunga linea irregolare fatta di alghe aggrovigliate a pezzi di legno, sfasciumi vegetali intrappolati in brandelli di reti come ne fossero preda, intrecciati, annodati, ammonticchiati arrivati chissà quando da chissà dove, sopravvissuti alla potenza del mare e a quella dell’acqua. Solo questo e sabbia fina, lavata dal colore denso del sangue, purificata dal suo odore mortale.
Il padre chiese più volte, come non riuscisse a crederci veramente, se fosse proprio quella la spiaggia di quel giorno di giugno. Di quel martedì mattina. Si fermò, rimase a guardare il mare. Da solo. Non so se lo respirasse, se gli parlasse, se semplicemente lo stesse a guardare o ad ascoltare.
Separarono lì il loro cammino per un tempo che non so dire.
Il figlio si avvicinò ad un uomo che avevano già visto da lontano.
In ginocchio, nella sabbia, sembrava voler sciogliere i nodi e gli intrecci di quelle matasse vegetali spiaggiate disordinatamente e arrivate dal passato. Vestiti scuri, scarpe grosse di cuoio impolverate con la gomma del tacco consumata. Profumava di brillantina, un misto di legno di sandalo e ambra grigia. Separava delicatamente i pezzi, come volesse disfare nodi antichi, come si farebbe con avanzi di spago messi alla rinfusa, tutti insieme, in un cassetto.
“Aiutami”, disse, senza alzare lo sguardo, neanche per capire chi fosse il forestiero fermo vicino a lui, “aiutami se puoi a cercare dei fili di lana”. Non aggiunse altro, solo che avrebbe potuto trovarli di colore bianco, rosso, nero o marrone chiaro.
Si spostarono camminando di matassa in matassa. Trascorse del tempo prima che quell’uomo iniziasse di nuovo a parlare.
Raccontò che in un’altra vita, il seigiugnodelquarantaquattro, insieme a duemila uomini, in piedi, in perfetto silenzio, attese il primo raggio di luce e sbarcò su quella spiaggia. Nella gran confusione, prima di raggiungere terra, camminando con l’acqua fin quasi alla gola per riuscire a nascondersi dietro ad un tank, abbandonò il suo impermeabile. Era di quello, il suo tanto amato impermeabile, che cercava i pezzi, restituiti, forse, dal mare.
Insieme, con le ginocchia sprofondate nella sabbia umida, continuarono a sciogliere quegli spettinati intrecci intrecciati, infilandoci dentro le dita con le unghie ormai piene di sabbia.
Come erano diverse le loro belle mani, le loro dita!
“Sai, in un’altra vita vivevo per la fotografia, vivevo per documentare. Capii che documentando l’attimo, mostrando anche una piccola parte di verità, avrei dato un senso alla mia vita. E per quello che so fare, avrei potuto essere utile agli altri, a tutti quelli che non c’erano, aiutandoli a comprendere.
Vidi e vissi cinque guerre in prima linea. La guerra mi attraeva così tanto da desiderare esserne partecipe per poterne vedere e vivere l’orrore. Per poterlo fotografare. E renderlo più umano.
Avevo coraggio, oh sì, avevo tanto coraggio. Forse uscivo dal mio corpo, dal mio pensiero, non so bene. O forse ho solo sfidato la vita”.
Li raggiunse il padre. Una mano in tasca del giubbotto leggero color avana, con l’altra teneva le scarpe. Capiva poco la loro conversazione in inglese. Nella visibile incredulità della situazione che stava vivendo, ascoltava e di tanto in tanto annuiva ad alta voce dicendo: “yes, oh yes” . Il figlio lo guardò. Quello sguardo fu come un abbraccio immenso. Mai si erano vissuti come in quei giorni in viaggio. Per questo sentì grande felicità.
“Ho incontrato tante altre vite”, riprese l’uomo parlando direttamente al figlio e guardandolo per la prima volta, “alcune le ho conosciute, altre no, alcune sono entrate nella mia vita, l’hanno attraversata, altre l’hanno appena sfiorata. O forse neanche questo. È sempre stata questione di un attimo. In quell’attimo, tra proseguire diritto o deviare, spesso si giocava la mia esistenza…e quella di chi avevo vicino.
Una donna, una combattente, coraggio e dolcezza erano due guerrieri che la sostennero per tutta la sua breve vita. Una vita fatta di slanci. Lei, sola, capì chi io veramente fossi, capì il mio talento e lo accese, lo illuminò, mi incoraggiò ad osare, a non avere paura, ad andare sempre un pò più avanti, un po’ più vicino. Lei inventò quello che io fui, quello di cui io, ora, sto cercando i pezzi, insieme a voi. Da lei imparai a scrivere le mie fotografie, lei imparò da me a fotografare la verità che voleva raccontare. Lei mi insegnò la bellezza e l’amore, mi insegnò ad amare la gente e a farlo capire”.
Pronunciò le ultime parole congedandosi lentamente da loro. Senza fermarsi, accennò un saluto con la mano e continuò a camminare oltre l’orizzonte tra la sabbia e la linea delle onde.
Lo guardarono andare, seduti su una bassa duna. Non riuscirono a dirsi niente. Un “grazie”, sottovoce, attraversò i loro corpi e li unì come un cordone ombelicale invisibile. Era solo una parola, enorme e leggera. Il vento la prese e ls portò con sé, per sempre.

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I VIAGGIATORI

I VIAGGIATORI

Sapete, i viaggiatori nel sangue, quelli che sono sempre in viaggio con la testa, che hanno bisogno di andare come dell’aria e dell’amore, quelli che desiderano proprio quel viaggio per aver sentito un odore, per aver visto una sola immagine meravigliosa, quelli che “in un granello di sabbia vedono un deserto”, che sentono dentro la potenza di un’alba e sanno distinguere un tramonto, ma non dai colori…quei viaggiatori non fanno solo viaggi dall’altra parte della Terra, no, no di certo!
Mentre preparano traversate che seguono piste leggendarie, viaggiano in microcosmi vicini, preziosi e unici.
Viaggiano come farebbero in capo al mondo, per poter godere della strada, del tempo, per far godere i sensi, tutti. Viaggiano attraverso storia e stupefacente bellezza, attraverso tradizioni attaccate alla realtà in cambiamento come serpi alla pietra, vedono popoli e trasformazioni epocali.
Esistono questi luoghi, dove l’uomo preferisce lasciar fare ancora un poco alla natura. I viaggiatori sanno riconoscerli. E li amano. Perchè lì trovano pace.
Prendete la bicicletta, portate l’essenziale, pedalate da casa a Cà Roman come attraversereste i fiordi lungo la Carretera Austral in Patagonia, arrivateci al tramonto, aspettate il buio e la notte.
Sentirete le voci del mare e del vento, vedrete un orizzonte che arriva tanto lontano.
Partirete anche voi, per un lungo, incredibile viaggio.
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DOMATTINA ANDIAMO A VEDERE L’ALBA

DOMATTINA ANDIAMO A VEDERE L’ALBA

Mi piace tanto quando mi dici:” domattina andiamo a vedere l’alba”. Usciamo sempre che è ancora notte fonda.
Per campi e argini arriviamo nel nostro
posto preferito. Non è lontano, in realtà, ma ha la bellezza dei luoghi che fanno sentire in un altro mondo.
Durante l’estate pedalando vediamo le lucciole e ascoltiamo i grilli e godiamo di un alito di vento fresco di passaggio.
In inverno ascoltiamo la galaverna che si crepa sotto le ruote e ci scaldiamo il viso intirizzito con il vapore caldo che esce dalle nostre bocche.
In autunno sentiamo il respiro sempre più lento e stanco della terra, in primavera quello eccitato che ha tutto, di nuovo, in potenza.
Aspettiamo vicini, ogni volta, guardando a oriente, che dalla linea dell’orizzonte esca fuori il sole o, semplicemente, che la Terra accenda la luce. La luce di un altro giorno di meravigliosa vita.

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