AI VENDITORI DI CAFFE’ – ETIOPIA

 

AI VENDITORI DI CAFFE’ – ETIOPIA

La casa di Anna era in una laterale senza traffico. Non so se fosse proprio nel centro dell’immenso mare argentato e lucente che è Addis Abeba in atterraggio. Ogni casa, lungo quella stradina con il fondo fatto di tante buche e poco asfalto, aveva un muro molto alto di pietra pitturata e con il colore un pò scrostato, merlettato in cima con cocci di vetro variopinto spaccato grossolanamente e un cancello di ferro a due ante, pesante e colorato, che non permetteva di vedere oltre.

Uno dei vicini di casa, quello appena fuori a destra, tostava chicchi freschi di caffè e li vendeva, profumati e ancora caldi, a chiunque bussasse al cancello e ne chiedesse. Una manciatina, due, un pò di più. Quello che serviva.

Tostava il giovedì e venerdì pomeriggio, prima della festa. Il profumo durante la tostatura era così intenso che la biancheria stesa, seccata dal sole e dall’aria asciutta, odorava di caffè. Avvicinandomi a casa, a piedi, lo sentivo avvolgermi tutta, sempre più intenso e denso, come camminassi gli ultimi metri dentro la nuvola di quello stesso fumo che esce dalla moka alla fine del gorgoglio.

Lo comperavo da lui, poco alla volta, per poter andare più spesso a trovarlo. Lo spazio di fronte alla sua semplice casa era un mondo inimmaginabile da fuori.

I sacchi di iuta, pieni di chicchi verdi, che io andavo ad annusare mettendoci proprio il naso dentro per sentire il profumo del tessuto, i teli di plastica rosa distesi per terra con montagne di chicchi sopra, da selezionare, uno ad uno, i sacchetti riciclati color cartone, già pronti, di vari pesi ed esposti in ordine decrescente, una bilancia piccola da cucina ed una più grande, di quelle che si usano nei consorzi per pesare il grano.

La sua pelle nel tempo aveva assorbito quell’aroma scuro con cui,due giorni a settimana, riempiva l’aria tutto intorno. E anche i suoi capelli. Ricci, crespi e brizzolati. Immaginavo che il profumo ne rimanesse imprigionato, come fa nell’anima e nelle maglie fitte del ricordo.

POINT QUOBBA

POINT QUOBBA

A Point Quobba non ci vanno in tanti. Bisogna desiderarlo. È conosciuto per essere la sheep station più lontana e occidentale in tutta l’Australia. Qui, negli anni d’oro, portavano le pecore a tosare. Migliaia di pecore, montagne di lana. Quella notte mi fermai a dormire, nella casa di lamiera numero 41. Arrivai quasi al tramonto di una giornata che trascorse senza sole. Il colore delle nuvole era quello di un cielo pieno di battaglie tra titani. Aveva smesso anche di piovere.  Non ero l’unica ad aver raggiunto Point Quobba. Trovai un fuoco acceso. Due uomini, padre e figlio. Mi raccontarono…H.M.A.S. Sydney II vs Kormoran. 19 Novembre 1941. Tra gli australiani nessun superstite. 645 uomini a bordo, tutti morti. Tra i tedeschi solo 81 scomparvero tra le onde dell’Oceano Indiano. Gli altri si salvarono. Dalle testimonianze che ho letto, forse, avrebbero preferito morire. I relitti rimasero nascosti per sessantasetteanni. Il padre e il figlio erano qui per un saluto…un poco avanti, dove la strada si fa più scarruppata, dopo il cartello che avverte gli innamorati delle onde e del vento “King Waves Kill”, c’è un cippo, alla memoria. Pensai alla trama di in uno dei miei racconti…”Sapevano perchè erano in viaggio, perchè lì, insieme”.

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L’IMBIANCHINO CICLISTA

L’IMBIANCHINO CICLISTA

Ferma ad un semaforo, chiedo al ciclista più vicino nella lunga fila di caschetti che sta aspettando il verde insieme a me, se quella che sto seguendo è la direzione giusta per arrivare a Christiania.
È pomeriggio, verso il tramonto. Il freddo ventoso mi ha congelato le mani. Sto pedalando dalle nove del mattino. A vista. Non conosco Copenhagen. Non ho gps, nè cartina delle strade. Seguo semplicemente la gente sull’infinita rete di piste ciclabili.
“Ci sto andando anche io, vieni con me!” Mi dice.
È sicuramente un imbianchino. L’arte delle macchie sui suoi vestiti è la stessa, inconfondibile, sui vestiti degli imbianchini di tutto il mondo.
Ha una bici normale, direi da città, per catalogarla in un gruppo, sul portapacchi dietro è fissata una cassa di legno piena di pennelli di tutti i tipi sistemati con ordine, ci sono latte di colore, rotoli di nastro di carta, qualche quotidiano. Standogli a ruota posso vedere solo questo.
Per tutto il tragitto pedalo dietro a lui.
Io ho una bicicletta nera presa a noleggio. Ha un freno solo, a sinistra, i cambi a destra e i pedali girano solo in avanti. Ogni tanto si bloccano. Non so perchè. Me lo dimentico e ogni volta rischio di cadere. La luce bianca intermittente davanti e quella rossa dietro funzionano sempre, in automatico, anche di giorno, dopo il primo giro di pedali.
Nel grande cesto attaccato al manubrio ho messo la borsa. Pedalando ho visto biciclette con cesti personalizzati come giardini fioriti a primavera.
La pista ciclabile è larga come la corsia per le automobili. Ogni strada ne ha due, una per ogni direzione. Non ci sono tombini ed è continuamente segnalata in modo inequivocabile. Segnali orizzontali, verticali e luminosi. In alcune zone della città è color azzurro cielo.
Faccio tutto quello che vedo fare all’imbianchino che pedala davanti a me e che, amorevolmente, si gira, di tanto in tanto, forse per paura di perdermi nel mare di altri caschetti. Non sarebbe difficile confondermi…sono in perfetto stile danese.
Vedo i ciclisti, tutti, usare una gestualità di cortesia e di sicurezza ad ogni svolta, fermata, sorpasso. Un linguaggio semplice che rende tutto più facile. E sicuro.
Per mezz’ora mi sento come durante quelle pedalate che restano memorabili e indimenticabili.
È capitato a tutti di pedalare proprio dentro ad un bel gruppo, affiatato, unito, di essere in sella alla bicicletta perfetta, su sterrato scorrevole, di pedalare a quella velocità che fa stare tanto bene da sentire il corpo come se stesse decollando e la felicità come unica energia propulsiva e trainante.
Dentro questo ordinato e straordinario serpente di ciclisti, donne e uomini, con biciclette di tutti i tipi, vestiti in tutti i modi, mi sembra proprio di volare. E’ bellissimo.
Tutti, qui, pedalano veloci invece che premere il pedale dell’acceleratore. Pedalano per spostarsi, invece di guidare. E non solo per andare a prendere il pane e il latte.
Biciclette da corsa, single speed, biciclette da criterium, quelle senza freni, cancelli perfettamente funzionanti, biciclette Pedersen, cargo bike, biciclette con il manubrio alto e dritto, biciclette con due, tre seggiolini, biciclette con il cassone davanti o con il carrellino dietro, cestini, cestoni, borse laterali, casse di legno chiaro e cassette della frutta. Per trasportare, qualsiasi cosa.
Studenti, studentesse, ragazze e ragazzi, donne e uomini eleganti, corrieri in bicicletta con i loro inconfondibili zaini sulle spalle e i lucchetti fissati alla canna del telaio, ciclisti con carichi di ogni tipo, tante semplici,
meravigliose mamme e tanti semplici, meravigliosi papà e bambini biondi.
Praticamente tutti indossano il casco. Non è obbligatorio, come si potrebbe pensare, ma è usato sempre, con consapevolezza. Caschi di tutti i tipi. Il mio preferito e il più diffuso, ha i buchi per l’aria che formano un fiore. Dai caschi escono code di cavallo, trecce, riccioli, capelli lunghi di ogni tonalità del biondo, capelli brizzolati e capelli bianchi, ciocche di capelli rasta e ciocche di capelli di tutti i colori.
Una umanità che ha scelto un’alta e coerente qualità della vita. In tutto. Dal rispetto per l’ambiente a quello per il cibo. Dalle energie alternative, fortemente sostenute e incentivate, al cibo biologico. All’uso in massa della bicicletta. Un vero e proprio critical mass quotidiano.
Attraversiamo un incrocio, l’ultimo. Vedo i graffiti colorati dell’entrata di Christiania, un esperimento sociale di vita autogestita basata sul rispetto tra le persone. Un esempio a livello mondiale.
L’imbianchino ciclista, qui, è di casa.
Grazie imbianchino, anche grazie a te, oggi, che compio cinquant’anni, ho potuto volare.

 

 

 

LA CARBONARA DEL NURE

LA CARBONARA DEL NURE

A Fabbriche di Vallico, nel cuore della Garfagnana, sono arrivata a metà della prima giornata di trail. E’ un borgo conosciuto per il Ponte della Dogana, un vero e proprio confine: fino all’unità d’Italia, attraversando il ponte sul fiume Serchio, si passava dalle terre protette e difese dal Ducato di Modena a quelle tenute con le unghie e con i denti della Repubblica di Lucca.

A Fabbriche tutte le case, al di qua e al di là del fiume, sono costruite in pietra scura, come il ponte. I davanzali, come i lati del ponte, sono impreziositi da grandi vasi rettangolari di terracotta pieni di rigogliosi geranei color rosso corallo. I miei preferiti. Ci sono un bar, una ferramenta, un ambulatorio medico che apre qualche volta. Ma soprattutto, a Fabbriche, c’è un “casoin”.

In veneziano, il “casoin” vero e proprio è il negozio di soli formaggi, con un significato più allargato è il negozio di alimentari e di tutto quello che può servire nei piccoli paesi, beatamente isolati e lontani dai centri commerciali, un pizzicagnolo che continua ad aprire ogni mattina perchè il paese possa ancora vivere e in paese tutti ci vanno perchè possa continuare ad aprire ogni benedetto giorno: un bellissimo mutuo aiuto. Due piccole vetrate, due porte d’ingresso, in mezzo una panchetta in legno e un tabellone con attaccati gli avvisi e le comunicazioni per gli abitanti. La frutta e la verdura a destra dell’entrata e su scaffalature di ferro tutta altezza, quello che si troverebbe facendo la spesa in un super o iper di città, solamente in quantità ridotte. Appesi, vicino ad una carta moschicida a spirale penzolante, ho visto piumini per le ragnatele a righe rosa confetto e azzurro cielo e ciabatte di pezza fantasia chiuse in sacchetti di plastica trasparente, in un angolo scope di saggina girate all’insù e poi, sui vari ripiani, cerotti e garze, pile di varie misure (quelle per il gps finite in un secondo), carta igienica e detersivi, alcolici e birre, pasta commerciale e vassoi di pasta fresca, scatole di latta con cibi pronti e scatolette di tonno, farina sfusa venduta a peso e specialità locali. Non so se quel piccolo negozio sia stato mai così affollato: non credo, neanche per la vigilia di Natale. Eravamo in tanti, tutti insieme, in fila, in attesa del turno davanti al banco del pane, dei salumi e formaggi, con mani piene di biscotti, cioccolata, frutta secca, barrette di cereali e cose da bere di ogni gusto e colore, presi dagli scaffali. Un piccolo esercito con il caso in testa, felice e affamato.

Dietro al banco due ragazzi, i fratelli Giuliani, David e Cristian, con l’espressione di chi non ha ben chiaro cosa stia succedendo.

“Quanti siete? Da dove venite? State facendo una gara? In bicicletta? Dove andate?”

La loro unica preoccupazione è stata di poterci soddisfare con quello che era rimasto all’ora di chiusura di un giorno di festa, dispiaciuti di non essere stati avvertiti che, proprio quel giorno, a Fabbriche ci sarebbe stato movimento!!

Prosciutto cotto, crudo e mortadella uscivano dalle lame rotanti dell’affettatrice alla velocità della luce per imbottire fette di pane toscano, poi panini comuni, finito il pane, fette di pane da toast e, finito anche quello, pane da tramezzini. I krakers e le fette biscottate erano già spariti dagli scaffali. Le forme di formaggio di pecora, mezzano e stagionato, tagliate a grosse fette da mani esperte con lunghi coltelli, passavano direttamente dal tagliere di legno a rendere unico e indimenticabile il gusto di due fette di pane.

Chi era in negozio ricorderà le condizioni in cui eravamo e come abbiamo lasciato il pavimento. Di questo i gestori non si sono preoccupati.

In fondo alla fila, una voce: “Io vorrei una pasta”

Il Nure, conosciuto “anche” come Michele Boschetti o Mr. Miss Grape o Nure dal Paese delle Meraviglie, forse pensava di fare solo una simpatica battuta.

“Che pasta vuoi e quanta?” la risposta

“Una carbonara, un chilo.”

Al di qua e al di là del banco si sono capiti al volo.

In pochi secondi uova, pancetta e spaghetti erano nelle grandi mani di uno dei due ragazzi, sparito nel retrobottega e salito al piano di sopra con tutto il ben di dio necessario per far cucinare a sua mamma una pasta che Michele Boschetti, Carlo Miorin, Michele Pigozzi e Stefano Spiazzi si ricorderanno per tutta la vita, mangiata di gusto, seduti davanti al negozio, su un tavolo preparato apposta per loro con una tovaglia gialla, in un momento magico e senza pioggia, come nel miglior ristorante che avessero potuto trovare lungo il trail.

http://www.missgrape.net/

http://www.ciclipigozzi.it/

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ZHARA, LA CAFFETTERA DEL FIUME SABA

ZHARA, LA CAFETTERA DEL FIUME SABA

Il mio viaggio continua… Mi piacciono le terre estreme, mi piace provare a capire come ci si riesca a vivere. L’immensa Piana del Sale mi ha folgorata: la sua straordinaria origine geologica, l’umanità che ci vive, l’equilibrio perfetto natura- uomo-economia che si è creato in questa terra stupefacente.

Musulmani e cristiani nella Piana del Sale lavorano insieme, condividono abilità e capacità, hanno bisogno gli uni degli altri per vivere e per conservare una tradizione che resiste da millenni…Allah, Maometto e Dio qui sono la stessa cosa.

In un paese dove niente fa pensare ad un equilibrio (le tensioni religiose, la terra in continuo movimento, confini virtuali, eterei e sempre rivendicati con la forza), musulmani e cristiani riescono a convivere con un obiettivo comune: il commercio del sale, che da tempi immemorabili fa vivere migliaia di famiglie.

Lo sguardo ha ora riferimenti verticali su cui posarsi, non si perde più nell’infinito dai confini tremolanti; da Ahmed Ela, a piedi, lungo il fiume Saba , verso Ovest.

Questi luoghi mi ricordano la storia o leggenda del popolo Sabeo e la sua straordinaria civiltà e cultura…i Sabei del ramlat – at – Sabatayn riuscirono ad arginare il deserto rendendolo un immenso giardino grazie a capacità ingegneristiche e idrogeologiche oggi impensabili da raggiungere, un po’ come i primi abitanti della  laguna riuscirono, per potersi difendere e continuare a vivere, a costruire le loro semplici dimore su isolotti semisommersi. Mi piace pensare che la Regina di Saba, nel lungo e mitico viaggio verso la corte di Re Salomone, abbia percorso a piedi questo fiume, con la sua infinita carovana al seguito.   

Sono ad Asso Bole: a metà strada tra Ahmed Ela e Berhale.

Ahmed Ela è l’ultimo villaggio lungo la Via del Sale prima di entrare nella Piana, sorto poco più di 20 anni fa come presidio per la conquista della libertà durante la ribellione dei guerriglieri tigrini contro la tirannia di Menghistu; nella stagione meno calda e secca ospita 500 minatori con le loro famiglie che vivono in capanne costruite con rami tra i quali passano polvere e vento e luce, ha una moschea, l’unico edificio in muratura e alcuni “bar” dove è possibile sempre bere un caffè fatto nel pieno rispetto del rituale tradizionale…con pazienza, dopo circa un paio d’ore è possibile assaporarne l’inconfondibile aroma.

Berhale,il villaggio più grande lungo la discesa di oltre2000 metridi quota dall’altopiano etiopico verso la Piana, o la salita dalla Piana verso l’altopiano, nel viaggio di ritorno. 1000 abitanti, più o meno, baracche di lamiera e legno, è il primo mercato, dopo due giorni di cammino uscendo dalla grande depressione e con ancora due giorni di cammino da fare per arrivare a Mekelle, la capitale del Tigray.

Ad Asso Bole un incontro inaspettato: Zhara, la caffettera del fiume Saba.

E’ leila donna Afarche ha deciso di aprire le porte della sua realtà allo straniero, ospitando per la notte, sotto un cielo meraviglioso, su letti di legno e fibre di palma dum intrecciate, chi è in cammino, assieme alle carovane del sale, lungo il greto del fiume.

Il suo busto seminudo e ossuto, coperto in parte da un telo di cotone colorato e leggero, lascia  intravedere il seno asciutto e due grandi capezzoli a lungo succhiati; ha gli incisivi limati a punta Zhara, come vuolela tradizione Afar. Icapelli intrecciati le incorniciano il volto e fanno risaltare il suo sguardo intenso e profondo. Non porta al collo nessuna collana fatta con lo scroto essiccato del nemico ucciso dall’uomo che è diventato suo marito…questa è storia delle tradizioni del popolo Afar, a lungo rispettata: questa è sempre stata la prova di virilità di ogni uomo dancalo per poter prendere moglie.

La sua burra, la tipica capanna afar dalla forma emisferica, che facilmente si smonta e trasporta, con il telaio piantato a terra fatto con le costole di foglie della palma dum, legate insieme con corde della fibra della stessa palma, è un punto di riferimento per le carovane che dalla Piana del Sale risalgono verso Mekelle, costruita su una piccola altura, all’inizio del cammino; lei, Zhara, fiera guardiana dei cancelli del fiume che si aprono sulla immensa e accecante distesa bianca, sembra  salutare con un “arrivederci a presto” chi dalla Piana del Sale va verso l’altopiano o accoglie con “benvenuto” chi scende nella  depressione.

Lenta, nobile in tutte le sue azioni, non ha paura di guardarmi negli occhi accennando un sorriso mentre, seduta su una stuoia polverosa e consumata, aspetto di sorseggiare il caffè che si è offerta di prepararmi.

Il caffè in Ethiopia non è “espresso”; il rituale è una cerimonia, lunga, lenta, come lo scorrere della vita di chi incontro lungo il cammino…non bisogna avere fretta in Ethiopia se si desidera un caffè, né, ancor meno, se te lo offrono!  La condivisione non è solo di sapori e profumi, ma anche di indimenticabili momenti di vita.

Fuoco alimentato dal carbone, incenso, foglie di palma distese per terra e sulle quali avviene la cerimonia, una padella per tostare, un mortaio di pietra, la ghebenà, anfora di coccio dal collo stretto e lungo nel quale è infilato un tappo di stoppa, chicchi di caffè verde…la migliore qualità di caffè che esista viene dall’Ethiopia; questo serve a Zhara per preparare il suo caffè…l’aroma dell’incenso si mescola a quello, fortissimo, dei chicchi che si tostano lentamente sulla fiamma.

Mi piace pensare che questo profumo si diffonda in tutta la valle e sulle montagne aride intorno, che anche i carovanieri in cammino lo possano respirare e che possano pensare che Zhara lo sta preparando anche per loro; nel letto del fiume, un’immensa pietraia dalle mille gradazioni dell’ocra, scorre ancora poca acqua che permette ad un piccolo palmeto e al mais di un minuscolo fazzoletto di terra di crescere. L’acqua continua a bollire nella ghebenà…non so davvero quale sia il modo per capire che è ora, non so quanto tempo occorra perché la polvere tostata fatta bollire a lungo possa essere versata e servita…Zhara ogni tanto colpisce la pancia dell’anfora con un cucchiaino, ogni volta tre colpi lenti, quasi svogliati, poi la rimette sulla brace.

In Ethiopia non si beve mai un caffè, ma un caffè è servito almeno tre volte, nella stessa tazzina piccola, sempre dai colori sgargianti. Le tazzine di Zhara sono sbeccate, le prende da terra, ne immerge una alla volta, con tutte le cinque dita, nell’acqua marroncina in un piccolo catino, le agita un po’, le posa sopra le foglie di palma e le riempie di liquido nero, fumante e profumatissimo.

Guardo il mio compagno di viaggio…siamo in cinque seduti fuori dalla burra di Zhara, ma solo in due desiderosi di assaggiare il suo caffè. Ne bevo per tre volte, assaporo il gusto forte e respiro il profumo…il caffè di Zhara, la caffettera del fiume Saba, ha aroma ricco e inimitabile che permane a lungo in bocca e sulla lingua…il miglior caffè  che si possa immaginare di bere nella Piana del Sale.

Il marito della caffettera, tagliatore di lastre di sale, pelle color del cacao liscia e lucida, magro, quasi secco, folta chioma riccioluta appena brizzolata, è seduto accanto a noi, i suoi ospiti forestieri. L’ho visto accucciato tra tantissimi estrattori, tagliatori e carovanieri mentre trasformava con il godumà, lo strumento di lavoro del tagliatore della Piana, la grezza e bianca lastra in ganfur, il mattone di sale “commerciale”, l’oro bianco dell’Afar. L’ho riconosciuto anche durante un momento di riposo nel piccolo ristoro, uno dei due, della miniera a cielo aperto, tra pile di grandi mattoni di sale pronti per essere legati o già legati e pronti per essere caricati sui dromedari. Teiere sempre fumanti, annerite dal fuoco e dallo zucchero del the o del caffè bruciati, pane a pezzi cotto sulla brace con pietre roventi…lui, inconfondibile, con la maglietta dai profili rosa e la tazza dello stesso colore.

Nel periodo dell’andare e venire senza sosta delle carovane, la loro vita, assieme ai loro numerosi figlioli, è qui, all’inizio del fiume; sono loro due i guardiani dei cancelli che si aprono e chiudono sulla bianca e grande Piana del Sale profonda kilometri verso il centro della Terra, luogo che toglie il respiro per l’umanità che ho incontrato e per quello che ho visto.

La “mia” Dancalia è questa.

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MOKE IN VIAGGIO

MOKE IN VIAGGIO

Le mie moke guerriere, le mie moke combattenti. Se potessero raccontare, vi incanterebbero. Hanno viaggiato tanto, si sono ammaccate e annerite, hanno filtrato polvere di caffè di tutto il mondo, scaldate col fuoco del gas di bombole sopravvissute all’impossibile, col fuoco di legna e di sterco secco. Hanno profumato l’aria in posti che sembravano non essere sulla terra. Hanno fatto sentire casa a chi a casa non era. Vado, è ora del caffè e se passate di qui…un caffè ve lo offro volentieri.