L’IMBIANCHINO CICLISTA

L’IMBIANCHINO CICLISTA

Ferma ad un semaforo, chiedo al ciclista più vicino nella lunga fila di caschetti che sta aspettando il verde insieme a me, se quella che sto seguendo è la direzione giusta per arrivare a Christiania.
È pomeriggio, verso il tramonto. Il freddo ventoso mi ha congelato le mani. Sto pedalando dalle nove del mattino. A vista. Non conosco Copenhagen. Non ho gps, nè cartina delle strade. Seguo semplicemente la gente sull’infinita rete di piste ciclabili.
“Ci sto andando anche io, vieni con me!” Mi dice.
È sicuramente un imbianchino. L’arte delle macchie sui suoi vestiti è la stessa, inconfondibile, sui vestiti degli imbianchini di tutto il mondo.
Ha una bici normale, direi da città, per catalogarla in un gruppo, sul portapacchi dietro è fissata una cassa di legno piena di pennelli di tutti i tipi sistemati con ordine, ci sono latte di colore, rotoli di nastro di carta, qualche quotidiano. Standogli a ruota posso vedere solo questo.
Per tutto il tragitto pedalo dietro a lui.
Io ho una bicicletta nera presa a noleggio. Ha un freno solo, a sinistra, i cambi a destra e i pedali girano solo in avanti. Ogni tanto si bloccano. Non so perchè. Me lo dimentico e ogni volta rischio di cadere. La luce bianca intermittente davanti e quella rossa dietro funzionano sempre, in automatico, anche di giorno, dopo il primo giro di pedali.
Nel grande cesto attaccato al manubrio ho messo la borsa. Pedalando ho visto biciclette con cesti personalizzati come giardini fioriti a primavera.
La pista ciclabile è larga come la corsia per le automobili. Ogni strada ne ha due, una per ogni direzione. Non ci sono tombini ed è continuamente segnalata in modo inequivocabile. Segnali orizzontali, verticali e luminosi. In alcune zone della città è color azzurro cielo.
Faccio tutto quello che vedo fare all’imbianchino che pedala davanti a me e che, amorevolmente, si gira, di tanto in tanto, forse per paura di perdermi nel mare di altri caschetti. Non sarebbe difficile confondermi…sono in perfetto stile danese.
Vedo i ciclisti, tutti, usare una gestualità di cortesia e di sicurezza ad ogni svolta, fermata, sorpasso. Un linguaggio semplice che rende tutto più facile. E sicuro.
Per mezz’ora mi sento come durante quelle pedalate che restano memorabili e indimenticabili.
È capitato a tutti di pedalare proprio dentro ad un bel gruppo, affiatato, unito, di essere in sella alla bicicletta perfetta, su sterrato scorrevole, di pedalare a quella velocità che fa stare tanto bene da sentire il corpo come se stesse decollando e la felicità come unica energia propulsiva e trainante.
Dentro questo ordinato e straordinario serpente di ciclisti, donne e uomini, con biciclette di tutti i tipi, vestiti in tutti i modi, mi sembra proprio di volare. E’ bellissimo.
Tutti, qui, pedalano veloci invece che premere il pedale dell’acceleratore. Pedalano per spostarsi, invece di guidare. E non solo per andare a prendere il pane e il latte.
Biciclette da corsa, single speed, biciclette da criterium, quelle senza freni, cancelli perfettamente funzionanti, biciclette Pedersen, cargo bike, biciclette con il manubrio alto e dritto, biciclette con due, tre seggiolini, biciclette con il cassone davanti o con il carrellino dietro, cestini, cestoni, borse laterali, casse di legno chiaro e cassette della frutta. Per trasportare, qualsiasi cosa.
Studenti, studentesse, ragazze e ragazzi, donne e uomini eleganti, corrieri in bicicletta con i loro inconfondibili zaini sulle spalle e i lucchetti fissati alla canna del telaio, ciclisti con carichi di ogni tipo, tante semplici,
meravigliose mamme e tanti semplici, meravigliosi papà e bambini biondi.
Praticamente tutti indossano il casco. Non è obbligatorio, come si potrebbe pensare, ma è usato sempre, con consapevolezza. Caschi di tutti i tipi. Il mio preferito e il più diffuso, ha i buchi per l’aria che formano un fiore. Dai caschi escono code di cavallo, trecce, riccioli, capelli lunghi di ogni tonalità del biondo, capelli brizzolati e capelli bianchi, ciocche di capelli rasta e ciocche di capelli di tutti i colori.
Una umanità che ha scelto un’alta e coerente qualità della vita. In tutto. Dal rispetto per l’ambiente a quello per il cibo. Dalle energie alternative, fortemente sostenute e incentivate, al cibo biologico. All’uso in massa della bicicletta. Un vero e proprio critical mass quotidiano.
Attraversiamo un incrocio, l’ultimo. Vedo i graffiti colorati dell’entrata di Christiania, un esperimento sociale di vita autogestita basata sul rispetto tra le persone. Un esempio a livello mondiale.
L’imbianchino ciclista, qui, è di casa.
Grazie imbianchino, anche grazie a te, oggi, che compio cinquant’anni, ho potuto volare.

 

 

 

LA CARBONARA DEL NURE

LA CARBONARA DEL NURE

A Fabbriche di Vallico, nel cuore della Garfagnana, sono arrivata a metà della prima giornata di trail. E’ un borgo conosciuto per il Ponte della Dogana, un vero e proprio confine: fino all’unità d’Italia, attraversando il ponte sul fiume Serchio, si passava dalle terre protette e difese dal Ducato di Modena a quelle tenute con le unghie e con i denti della Repubblica di Lucca.

A Fabbriche tutte le case, al di qua e al di là del fiume, sono costruite in pietra scura, come il ponte. I davanzali, come i lati del ponte, sono impreziositi da grandi vasi rettangolari di terracotta pieni di rigogliosi geranei color rosso corallo. I miei preferiti. Ci sono un bar, una ferramenta, un ambulatorio medico che apre qualche volta. Ma soprattutto, a Fabbriche, c’è un “casoin”.

In veneziano, il “casoin” vero e proprio è il negozio di soli formaggi, con un significato più allargato è il negozio di alimentari e di tutto quello che può servire nei piccoli paesi, beatamente isolati e lontani dai centri commerciali, un pizzicagnolo che continua ad aprire ogni mattina perchè il paese possa ancora vivere e in paese tutti ci vanno perchè possa continuare ad aprire ogni benedetto giorno: un bellissimo mutuo aiuto. Due piccole vetrate, due porte d’ingresso, in mezzo una panchetta in legno e un tabellone con attaccati gli avvisi e le comunicazioni per gli abitanti. La frutta e la verdura a destra dell’entrata e su scaffalature di ferro tutta altezza, quello che si troverebbe facendo la spesa in un super o iper di città, solamente in quantità ridotte. Appesi, vicino ad una carta moschicida a spirale penzolante, ho visto piumini per le ragnatele a righe rosa confetto e azzurro cielo e ciabatte di pezza fantasia chiuse in sacchetti di plastica trasparente, in un angolo scope di saggina girate all’insù e poi, sui vari ripiani, cerotti e garze, pile di varie misure (quelle per il gps finite in un secondo), carta igienica e detersivi, alcolici e birre, pasta commerciale e vassoi di pasta fresca, scatole di latta con cibi pronti e scatolette di tonno, farina sfusa venduta a peso e specialità locali. Non so se quel piccolo negozio sia stato mai così affollato: non credo, neanche per la vigilia di Natale. Eravamo in tanti, tutti insieme, in fila, in attesa del turno davanti al banco del pane, dei salumi e formaggi, con mani piene di biscotti, cioccolata, frutta secca, barrette di cereali e cose da bere di ogni gusto e colore, presi dagli scaffali. Un piccolo esercito con il caso in testa, felice e affamato.

Dietro al banco due ragazzi, i fratelli Giuliani, David e Cristian, con l’espressione di chi non ha ben chiaro cosa stia succedendo.

“Quanti siete? Da dove venite? State facendo una gara? In bicicletta? Dove andate?”

La loro unica preoccupazione è stata di poterci soddisfare con quello che era rimasto all’ora di chiusura di un giorno di festa, dispiaciuti di non essere stati avvertiti che, proprio quel giorno, a Fabbriche ci sarebbe stato movimento!!

Prosciutto cotto, crudo e mortadella uscivano dalle lame rotanti dell’affettatrice alla velocità della luce per imbottire fette di pane toscano, poi panini comuni, finito il pane, fette di pane da toast e, finito anche quello, pane da tramezzini. I krakers e le fette biscottate erano già spariti dagli scaffali. Le forme di formaggio di pecora, mezzano e stagionato, tagliate a grosse fette da mani esperte con lunghi coltelli, passavano direttamente dal tagliere di legno a rendere unico e indimenticabile il gusto di due fette di pane.

Chi era in negozio ricorderà le condizioni in cui eravamo e come abbiamo lasciato il pavimento. Di questo i gestori non si sono preoccupati.

In fondo alla fila, una voce: “Io vorrei una pasta”

Il Nure, conosciuto “anche” come Michele Boschetti o Mr. Miss Grape o Nure dal Paese delle Meraviglie, forse pensava di fare solo una simpatica battuta.

“Che pasta vuoi e quanta?” la risposta

“Una carbonara, un chilo.”

Al di qua e al di là del banco si sono capiti al volo.

In pochi secondi uova, pancetta e spaghetti erano nelle grandi mani di uno dei due ragazzi, sparito nel retrobottega e salito al piano di sopra con tutto il ben di dio necessario per far cucinare a sua mamma una pasta che Michele Boschetti, Carlo Miorin, Michele Pigozzi e Stefano Spiazzi si ricorderanno per tutta la vita, mangiata di gusto, seduti davanti al negozio, su un tavolo preparato apposta per loro con una tovaglia gialla, in un momento magico e senza pioggia, come nel miglior ristorante che avessero potuto trovare lungo il trail.

http://www.missgrape.net/

http://www.ciclipigozzi.it/

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ZHARA, LA CAFFETTERA DEL FIUME SABA

ZHARA, LA CAFETTERA DEL FIUME SABA

Il mio viaggio continua… Mi piacciono le terre estreme, mi piace provare a capire come ci si riesca a vivere. L’immensa Piana del Sale mi ha folgorata: la sua straordinaria origine geologica, l’umanità che ci vive, l’equilibrio perfetto natura- uomo-economia che si è creato in questa terra stupefacente.

Musulmani e cristiani nella Piana del Sale lavorano insieme, condividono abilità e capacità, hanno bisogno gli uni degli altri per vivere e per conservare una tradizione che resiste da millenni…Allah, Maometto e Dio qui sono la stessa cosa.

In un paese dove niente fa pensare ad un equilibrio (le tensioni religiose, la terra in continuo movimento, confini virtuali, eterei e sempre rivendicati con la forza), musulmani e cristiani riescono a convivere con un obiettivo comune: il commercio del sale, che da tempi immemorabili fa vivere migliaia di famiglie.

Lo sguardo ha ora riferimenti verticali su cui posarsi, non si perde più nell’infinito dai confini tremolanti; da Ahmed Ela, a piedi, lungo il fiume Saba , verso Ovest.

Questi luoghi mi ricordano la storia o leggenda del popolo Sabeo e la sua straordinaria civiltà e cultura…i Sabei del ramlat – at – Sabatayn riuscirono ad arginare il deserto rendendolo un immenso giardino grazie a capacità ingegneristiche e idrogeologiche oggi impensabili da raggiungere, un po’ come i primi abitanti della  laguna riuscirono, per potersi difendere e continuare a vivere, a costruire le loro semplici dimore su isolotti semisommersi. Mi piace pensare che la Regina di Saba, nel lungo e mitico viaggio verso la corte di Re Salomone, abbia percorso a piedi questo fiume, con la sua infinita carovana al seguito.   

Sono ad Asso Bole: a metà strada tra Ahmed Ela e Berhale.

Ahmed Ela è l’ultimo villaggio lungo la Via del Sale prima di entrare nella Piana, sorto poco più di 20 anni fa come presidio per la conquista della libertà durante la ribellione dei guerriglieri tigrini contro la tirannia di Menghistu; nella stagione meno calda e secca ospita 500 minatori con le loro famiglie che vivono in capanne costruite con rami tra i quali passano polvere e vento e luce, ha una moschea, l’unico edificio in muratura e alcuni “bar” dove è possibile sempre bere un caffè fatto nel pieno rispetto del rituale tradizionale…con pazienza, dopo circa un paio d’ore è possibile assaporarne l’inconfondibile aroma.

Berhale,il villaggio più grande lungo la discesa di oltre2000 metridi quota dall’altopiano etiopico verso la Piana, o la salita dalla Piana verso l’altopiano, nel viaggio di ritorno. 1000 abitanti, più o meno, baracche di lamiera e legno, è il primo mercato, dopo due giorni di cammino uscendo dalla grande depressione e con ancora due giorni di cammino da fare per arrivare a Mekelle, la capitale del Tigray.

Ad Asso Bole un incontro inaspettato: Zhara, la caffettera del fiume Saba.

E’ leila donna Afarche ha deciso di aprire le porte della sua realtà allo straniero, ospitando per la notte, sotto un cielo meraviglioso, su letti di legno e fibre di palma dum intrecciate, chi è in cammino, assieme alle carovane del sale, lungo il greto del fiume.

Il suo busto seminudo e ossuto, coperto in parte da un telo di cotone colorato e leggero, lascia  intravedere il seno asciutto e due grandi capezzoli a lungo succhiati; ha gli incisivi limati a punta Zhara, come vuolela tradizione Afar. Icapelli intrecciati le incorniciano il volto e fanno risaltare il suo sguardo intenso e profondo. Non porta al collo nessuna collana fatta con lo scroto essiccato del nemico ucciso dall’uomo che è diventato suo marito…questa è storia delle tradizioni del popolo Afar, a lungo rispettata: questa è sempre stata la prova di virilità di ogni uomo dancalo per poter prendere moglie.

La sua burra, la tipica capanna afar dalla forma emisferica, che facilmente si smonta e trasporta, con il telaio piantato a terra fatto con le costole di foglie della palma dum, legate insieme con corde della fibra della stessa palma, è un punto di riferimento per le carovane che dalla Piana del Sale risalgono verso Mekelle, costruita su una piccola altura, all’inizio del cammino; lei, Zhara, fiera guardiana dei cancelli del fiume che si aprono sulla immensa e accecante distesa bianca, sembra  salutare con un “arrivederci a presto” chi dalla Piana del Sale va verso l’altopiano o accoglie con “benvenuto” chi scende nella  depressione.

Lenta, nobile in tutte le sue azioni, non ha paura di guardarmi negli occhi accennando un sorriso mentre, seduta su una stuoia polverosa e consumata, aspetto di sorseggiare il caffè che si è offerta di prepararmi.

Il caffè in Ethiopia non è “espresso”; il rituale è una cerimonia, lunga, lenta, come lo scorrere della vita di chi incontro lungo il cammino…non bisogna avere fretta in Ethiopia se si desidera un caffè, né, ancor meno, se te lo offrono!  La condivisione non è solo di sapori e profumi, ma anche di indimenticabili momenti di vita.

Fuoco alimentato dal carbone, incenso, foglie di palma distese per terra e sulle quali avviene la cerimonia, una padella per tostare, un mortaio di pietra, la ghebenà, anfora di coccio dal collo stretto e lungo nel quale è infilato un tappo di stoppa, chicchi di caffè verde…la migliore qualità di caffè che esista viene dall’Ethiopia; questo serve a Zhara per preparare il suo caffè…l’aroma dell’incenso si mescola a quello, fortissimo, dei chicchi che si tostano lentamente sulla fiamma.

Mi piace pensare che questo profumo si diffonda in tutta la valle e sulle montagne aride intorno, che anche i carovanieri in cammino lo possano respirare e che possano pensare che Zhara lo sta preparando anche per loro; nel letto del fiume, un’immensa pietraia dalle mille gradazioni dell’ocra, scorre ancora poca acqua che permette ad un piccolo palmeto e al mais di un minuscolo fazzoletto di terra di crescere. L’acqua continua a bollire nella ghebenà…non so davvero quale sia il modo per capire che è ora, non so quanto tempo occorra perché la polvere tostata fatta bollire a lungo possa essere versata e servita…Zhara ogni tanto colpisce la pancia dell’anfora con un cucchiaino, ogni volta tre colpi lenti, quasi svogliati, poi la rimette sulla brace.

In Ethiopia non si beve mai un caffè, ma un caffè è servito almeno tre volte, nella stessa tazzina piccola, sempre dai colori sgargianti. Le tazzine di Zhara sono sbeccate, le prende da terra, ne immerge una alla volta, con tutte le cinque dita, nell’acqua marroncina in un piccolo catino, le agita un po’, le posa sopra le foglie di palma e le riempie di liquido nero, fumante e profumatissimo.

Guardo il mio compagno di viaggio…siamo in cinque seduti fuori dalla burra di Zhara, ma solo in due desiderosi di assaggiare il suo caffè. Ne bevo per tre volte, assaporo il gusto forte e respiro il profumo…il caffè di Zhara, la caffettera del fiume Saba, ha aroma ricco e inimitabile che permane a lungo in bocca e sulla lingua…il miglior caffè  che si possa immaginare di bere nella Piana del Sale.

Il marito della caffettera, tagliatore di lastre di sale, pelle color del cacao liscia e lucida, magro, quasi secco, folta chioma riccioluta appena brizzolata, è seduto accanto a noi, i suoi ospiti forestieri. L’ho visto accucciato tra tantissimi estrattori, tagliatori e carovanieri mentre trasformava con il godumà, lo strumento di lavoro del tagliatore della Piana, la grezza e bianca lastra in ganfur, il mattone di sale “commerciale”, l’oro bianco dell’Afar. L’ho riconosciuto anche durante un momento di riposo nel piccolo ristoro, uno dei due, della miniera a cielo aperto, tra pile di grandi mattoni di sale pronti per essere legati o già legati e pronti per essere caricati sui dromedari. Teiere sempre fumanti, annerite dal fuoco e dallo zucchero del the o del caffè bruciati, pane a pezzi cotto sulla brace con pietre roventi…lui, inconfondibile, con la maglietta dai profili rosa e la tazza dello stesso colore.

Nel periodo dell’andare e venire senza sosta delle carovane, la loro vita, assieme ai loro numerosi figlioli, è qui, all’inizio del fiume; sono loro due i guardiani dei cancelli che si aprono e chiudono sulla bianca e grande Piana del Sale profonda kilometri verso il centro della Terra, luogo che toglie il respiro per l’umanità che ho incontrato e per quello che ho visto.

La “mia” Dancalia è questa.

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LA DONNA DEL VENTO

LA DONNA DEL VENTO

Quella sera preparò pasta al limone e zenzero fresco grattuggiato. Aggiunse alla fine i pomodori, quelli piccoli e sodi. Li aveva lasciati insaporire un paio d’ore nel sale marino grezzo, macinato a grani grossi. Usava sempre lo stesso tipo di spaghetti. Solo quelli erano davvero perfetti perchè la loro lunga ruvidezza si avvolgesse completamente di sapore e gusto.Cenarono prima del solito. Da giorni il meteo ne parlava. Era previsto un vento eccezionale, un vento che sarebbe durato tanto, ad intensità alternata. Ma forte. Una condizione di vento veramente rara…“La grande mareggiata da Est”. Così la chiamarono.Sapeva già cosa sarebbe accaduto.Era notte fonda e lo sentì preparare  tutto quello che gli serviva. Aveva materiale adatto a tutte le situazioni, per potersi divertire sempre, più che poteva. Con tutti i tipi di vento, dentro tutti i tipi di onde. Quella poca notte che rimase, passò veloce e turbolenta. Lo sentì irrequieto. Ascoltando bene, sentiva il suo respiro, ma anche il battito delle sue ciglia. Capì, come ogni volta, che non riusciva a dormire e che era già in mezzo al mare. Tutto era pronto. Bastò chiudere le tende e andare. Partirono prima dell’alba, quando lungo la linea tra la terra ancora scura ed il cielo non ancora chiaro, si accendono fasce di colore che sembrano appartenere solo alla capacità divina di goderne. Videro il sole sorgere, lo videro salire, pulsante, un pò prepotente, dove il mondo e il mare finiscono. Sembrava un tramonto, di quelli perfetti, registrato al contrario. Pulsava, come un enorme cuore incandescente. Un altro sole, perfetto, era sciolto nel mare.Lui disse poche parole. Teneva i volante con la mano destra,  con la sinistra tirava i peli della barba. Faceva sempre così, come stesse andando incontro ad una grande emozione. Ogni volta per la prima volta.Non fu breve il viaggio verso sud-est, le strade sterrate e polverose richiesero attenzione e pazienza e tempo. Lei conosceva quei luoghi. Vicini, ma come fossero dall’altra parte del mondo. Luoghi silenziosi, solitari, ancora selvaggi. Li avevano scoperti insieme, e capiti e amati sempre di più. Lo aveva seguito sempre. Ovunque. E, come in ogni giornata di vento, anche quel giorno, partì con lui. Per stargli vicino. Il suo piacere, era piacere anche per lei. Le aveva spiegato tanto di quel mondo, di quel suo immenso desiderio di volare sulle onde. Lei aveva imparato guardandolo. Le tante, imprevedibili, variabili, la preparazione della vela sull’albero, il fissaggio del boma, l’armatura del rig, la ricerca della vela perfetta per i capricci del vento che cala e cresce. Lo guardava mettere insieme, un pezzo dopo l’altro, le sue ali. Conosceva i nomi di ogni singola parte, sapeva come unirli e farli diventare libertà.Avrebbe potuto costruirgliele lei, quelle ali, tante erano le volte che aveva visto e guardato tutto quello che lui faceva. Sempre nello stesso ordine. Come seguisse un rituale. Per lui era un rituale ed aveva la sua spiritualità.Quel giorno le condizioni erano perfette. Sarebbe stata una giornata indimenticabile. Lo avrebbe rivisto al tramonto, lo sapeva. Lo aspettò esattamente lì, dove entrò in acqua spingendo la tavola. Seguì la planata, lo vide lascare per un pò, poi stringere forte e bolinare per rimanere sulla linea del vento. Seguì con gli occhi le planimetrie di quella strana creatura che si allontanava, in volo tra mare e cielo. Vide i suoi piedi spostarsi veloci sulla tavola. Con piccoli movimenti sapeva come domarla, come si fa con una puledra mai cavalcata.. Sembrava potesse decollare, spiccare il volo, da un momento all’altro. Vedeva il suo sguardo cercare nel blu. Lontano.

Sentiva le sue urla di gioia, quell’euforia adrenalinica scatenata da un vento che fa correre tanto forte da desiderare non fermarsi mai più. Provava felicità, guardandolo, la sua stessa felicità, avvolta di polvere di mare, salata e luccicante. Lo vide entrare in un onda, una di quelle lunghe. Pensò da dove potesse essere partita e iniziò anche lei il suo volo immaginario. Lo rivide uscire, come da una lunga galleria trasparente ed entrare in un’altra. Subito dopo. Le aveva raccontato che le onde vanno sempre in serie, non sono mai sole. Lui volava e lei volava con lui.

Passarono sei ore. Nei suoi occhi la forma e i colori della vela non scomparvero mai, anche quando divennero un puntino piccolissimo nell’immensità.

Non aveva mangiato nè bevuto. Per tutto il tempo. Non volse mai lo sguardo altrove, se non lasciandolo immerso in quel mare. Per non perderlo di vista.

Aspettò che rientrasse. Rimase qualche minuto seduto sulla tavola a guardare il mare da un’altra prospettiva. Forse gli doveva parlare o lo doveva solo ascoltare. Solo dopo questa pausa raggiunse riva. Disidratato, con le mani piagate, le labbra viola e la pelle d’oca. Ma felice. “Oggi mi sembrava di volare”. A lei, la donna del vento, questo bastava.

Condivisero pane e formaggio e una moka di caffè bevuta, un sorso ciascuno, nella stessa tazza alaskana. Questo semplice, meraviglioso mondo, il mondo del mare e del vento, del sogno del volo, li univa senza che fossero uniti. Lei era per lui come la pinna per un surf.

Ci vuole tanto, tanto vento…sempre.

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RITORNO A QABAHAN

Ritorno a Qabahan

Qabahan, isola di Socotra, Yemen, Penisola Arabica: non ci sono strade che portano a Qabahan, per arrivarci è necessario chiedere un passaggio ad una barca o superare a piedi una falesia massacrata cercando, vicino a dove finisce la pista che viene da Nord, lo stretto sentiero che l’attraversa. Questa è l’unica strada percorribile, quella che si è creata al passaggio ripetuto ogni estate dai piedi di uomini, donne e bambini delle cinque famiglie che abitano a Qabahan e che durante i forti venti del monsone di Sud-Ovest, per non rimanere in totale isolamento, usano come collegamento con il resto del “loro” mondo. Il villaggio è quasi invisibile, case fatte della stessa roccia della falesia, addossate ad essa, quasi ne fossero geometrica protuberanza. Il giorno e la notte, il buio e la luce, l’inizio e la fine dei monsoni scandiscono il tempo e l’organizzazione della vita. Vicino al villaggio c’è la più grande foresta di mangrovie della Penisola Arabica, di fronte ad un mare che ha il colore dei cieli limpidi di montagna. Quando finisce il gas delle vecchie e ammaccate bombole, che rimangono lì, vuote, buttate in un angolo forse con rabbia, come se il fatto di essersi esaurite avesse tradito le speranze di fare un po’ meno fatica ogni giorno, le donne di Qabahan vengono qui a prendere solo legna secca, come vuole la legge non scritta dell’isola, per il fuoco della loro comune cucina, uno spazio piccolo e fumoso con un unico fornello zoppicante e mezzo arrugginito. Si incamminano dopo che la prima luce del sole, già accecante e calda di buonora, ha inondato la loro semplice casa; figure snelle e colorate, camminano con l’eleganza delle donne non europee, delle donne abituate ad indossare abiti che coprono anche i piedi e che, pur non fasciandole, lasciano intravvedere la magrezza dei loro corpi. Camminano lente, in apparenza svogliate, con abiti di tessuti sintetici rinsecchiti dal sale e dalla polvere e che ad ogni movimento strofinano sulla pelle delle loro gambe magre spalmata di cristalli microscopici; lasciano impronte sottili sulla sabbia umida che ad ogni passo cambia colore, dal bianco al grigio chiarissimo ed emette il suono dei milioni di granelli che contemporaneamente si compattano sotto il peso del loro corpo; avanzano silenziose, verso questo enorme spazio verde e umido tra mare e terra, unico luogo raggiungibile in poche ore. I loro piedi confondono sulla loro possibile età biologica: nessuno a Qabahan ha idea esattamente di quando sia nato; hanno piante tagliate come si taglia, per il caldo e freddo, per l’uso ed il passare del tempo, una suola di gomma di una scarpa da montagna. Non sentono alcun fastidio, insensibili sulla sabbia rovente, sulle roccia carsica appuntita, tra il groviglio dei rami della bassa e fitta foresta. Non hanno mai indossato ciabatte, né tanto meno indosseranno scarpe, abilissime a camminare ovunque senza ferirsi.

In ogni viaggio a Socotra ho un appuntamento con queste donne, con le bellissime e coraggiose donne di Qabahan; attraversando a piedi la falesia o navigando sotto costa con una barca in acque dal colore irreale, accompagnata spesso da branchi di delfini acrobati, arrivare a Qabahan per raggiungerle è, ogni volta, come ritornare da amiche che posso vedere solo raramente, ma che, sempre, mi accolgono con abbracci e calore. Alcune di loro le ho lasciate bambine, capelli quasi biondi, schiariti dal sole e dal sale, pelle liscia e morbida; le ho ritrovate adolescenti, capelli coperti da veli sgargianti e, in braccio, fratellini più piccoli che ancora non sanno camminare, oppure donne, dallo sguardo fiero e penetrante, con folte chiome ricciolute e nere appena coperte da foulard, il corpo magro, i seni avvizziti a lungo succhiati che si intravvedono sotto le vesti colorate e lucenti.

Lo sanno che prima o poi ritorno e ogni volta è lo stesso bellissimo rituale: all’ombra di una delle case o dentro l’unica stanza nella quale vive un’intera famiglia, mi fanno vedere i bambini appena nati, quelli che ho visto ammalati e che ce l’hanno fatta, quelle tra loro che dovranno partorire. Mettono a bollire l’acqua per il tea sempre nella stessa teiera annerita,quasi bruciata, con il manico di filo di ferro attorciliato, che da anni sopporta il calore del fuoco a legna; a Qabahan il tea è sempre leggero e non speziato. Impastano farina e acqua per preparare un pane sottile, profumato e semplice, appena dorato per l’olio con cui lo ungono per cucinarlo e che mangio con loro, condividendone il sapore.

Io non parlo la lingua di Socotra e della lingua araba capisco e ricordo il necessario per la sopravvivenza, ma tra noi riusciamo sempre a capirci; a gesti, con disegni sulla sabbia, con parole dal significato universale, con le donne di Qabahan non è difficile parlare.

Lascio il villaggio senza tristezza o malinconia perché, ad Allah piacendo, prima o poi ci rivedremo ancora.

http://www.erodoto108.com/ritorno-a-qabahan/

caterina borgato

MOKE IN VIAGGIO

MOKE IN VIAGGIO

Le mie moke guerriere, le mie moke combattenti. Se potessero raccontare, vi incanterebbero. Hanno viaggiato tanto, si sono ammaccate e annerite, hanno filtrato polvere di caffè di tutto il mondo, scaldate col fuoco del gas di bombole sopravvissute all’impossibile, col fuoco di legna e di sterco secco. Hanno profumato l’aria in posti che sembravano non essere sulla terra. Hanno fatto sentire casa a chi a casa non era. Vado, è ora del caffè e se passate di qui…un caffè ve lo offro volentieri.

C’E’ TUTTO PER UN RACCONTO

 C’E’ TUTTO PER UN RACCONTO

Anni fa seguii un workshop con un fotografo italiano, uno bravo, conosciuto.
Nei preamboli iniziali chiese ad ognuno dei partecipanti il motivo dell’interesse. L’ordine espositivo, partendo da lui che stava a mezzanotte, andò in senso anti orario. Io ero a metà, alle ore sei, esattamente di fronte.
L’argomento era il fotoreportage, in tutti i suoi aspetti. Bellissimo.
Conoscevo il guru, avevo scritto per lui, onorata, in pieno agosto di anni prima, un bell’articolo che fu pubblicato in una rivista cartacea. Parlava di terre leggendarie e di vento.
Quando esposi lo slancio che mi aveva fatto desiderare essere lì, gli si rizzarono i capelli in testa. Dissi, serafica, che la fotografia, per me, era sempre stata un completamento e all’opposto, l’elemento scatenante di una danza di parole, di pensieri, di piccoli viaggi, di cortometraggi emozionali, dai quali poi traevo alimento per provare a scrivere.
Non gli piacque, per niente, quella risposta. Intesi forte il suo disagio. Ma quello veramente era stato ed è rimasto ancora il mio interesse principale: due capacità espressive meravigliose funzionali l’una all’altra. Io in quello che desidero fotografare leggo già il mio racconto. In quello che ho già fotografato pure.
Con tutti i miei tanti limiti, nella tecnica fotografica e in quella di scrittura.
Tutta questa tiritera per dire che nella fotografia che ho pubblicato c’è qualche cosa di fantastico da raccontare: storie di generazioni di uomini, storie di coraggio, di voli con la consapevolezza di riuscire comunque a planare senza essere albatros, storie di vite in viaggio e di ritorni a casa. Guardate i particolari, ce ne sono centinaia…tutti ruotano attorno ad un’unica realtà: credere, con tutto il cuore, che le cose fatte con amore e passione sono le migliori. Potrei parlarvi dell’odore di gomma, di mani da pianista spalmate di olio nero di catena, delle pietre del pavimento, belle come i masegni di Venezia, di gioielli ” tutti bellissimi, tecnicamente perfetti”, che, usciti da lì, vanno in giro per il mondo.
È per tutta questa ricchezza, che è magia, che scrivo quando vedo storie.
Se sono troppo lunghe, se non piacciono…go ahead.

CATERINABORGATO_

SURFISTI DI LAGUNA

SURFISTI DI LAGUNA

In un’altra vita. Ero di qua per caso, a raccogliere tonnellate di plastica. Ero sempre stata di là, li vedevo dal finestrino del treno.
Ve la dedico, surfisti di laguna! Alla vostra passione, alla vostra pazienza…alle attese infinite del vento giusto, alle vostre geometrie tra aria e acqua, alla vostra leggerezza.

caterinaborgato

 

QUELLI DELLA SAN PABLO

QUELLI DELLA SAN PABLO

Quante volte è capitato di trovarci insieme, noi, amici da una vita, a chiacchierare, a ricordare ricordi, a parlare. Avreste mai immaginato che proprio quella sera sarebbe stata memorabile?
Era inverno. Ognuno con la sua pizza e la sua birra preferite. Chiacchiere, ricordi, risate come sempre, da sempre…e, per la prima volta, un sogno da condividere cercato tra le pagine del portolano aperto sul tavolo.

Quel sogno ha preso forma, è diventato un progetto, un obiettivo, è diventato realtà vera, vita vissuta. Finalmente.
E dopo mesi, un venerdì pomeriggio pieno di sole, all’inizio dell’estate, siamo salpati e abbiamo preso il largo.

Melanera è stata la nostra bellissima casa per un viaggio che ha avuto l’intensità e la magia di una traversata oceanica.
Il mare e il cielo, sono stati il nostro mondo. Due perfette gradazioni di blu. Noi, un equipaggio speciale…senza fare una piega e solo scambiandoci uno sguardo, avremmo potuto affrontare i quaranta ruggenti, i cinquanta urlanti, i sessanta stridenti e tutti gli altri meravigliosi venti e mari messi insieme.

Terra si allontanava, lentamente, fino a confondersi con l’orizzonte e noi siamo diventati un tutt’uno galleggiante, nell’immensità. Non c’era più distinzione tra noi, la barca e il mare.
I tramonti, profumati di prosecco e pasta al sugo, sono stati il momento dei conti, con noi stessi e con il mondo… un intreccio di riflessioni e di domande, il tempo dedicato a noi, alle nostre passioni. Che per noi sono vita.

Le notti piene di stelle, il momento per ascoltare, ognuno nel suo silenzio, le nostre voci e la voce del mare. Nell’aria l’aroma dolce di un sigaro venuto da lontano.
Le albe, profumate di caffè e di aria salata, il momento per nuovi progetti e nuove idee. Attimi senza fine di magica energia vitale.

Siamo stati una squadra, unita da un progetto, nato da un sogno, unita nelle manovre e nelle decisioni. Cinque uomini, cinque amici, le nostre vite, le nostre storie, una barca e il mare. Unici protagonisti, tutti insieme.
Nicola, nostro capitano, Diego, Marco, Michele…La prossima volta andremo un pò più il là, così capiremo quanto lontano possiamo andare. Incontreremo ancora e sempre un bel vento che soffierà sulle vele del nostro cuore.

Tenete caro questo ricordo, ragazzi, perchè i ricordi non si vivono di nuovo. Mai. Lo cantava Bob Dylan!

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VIAGGIO IN NORMANDIA

VIAGGIO IN NORMANDIA

Camminavano vicini sull’erba bagnata, in silenzio. Erano scalzi. I loro passi li sentiva solo la Terra. Il piegarsi spugnoso degli steli sotto i piedi. Ogni respiro era aria densa e salata.
Polvere di mare vaporizzata e umida sulla pelle e nelle narici,
salata sulle labbra.
Quell’aria confondeva, come fa la nebbia, la linea infinitamente lontana dell’orizzonte, unendo, in un unico elemento, la superficie scura e liquida e il cielo. Neanche il colore distingueva i due elementi. Perchè, a volte, anche un cielo può essere l’abisso.
Novemilatrecentottantasette croci, novemilatrecentottantasette corpi. Una sola data di morte: seigiugnomillenovecentoquarantaquattro
Numeri e lettere incisi su croci e su stelle di David di pietra liscia bianca. Infinitamente bianca.
Morti, tutti, in quell’acqua d’acciaio, sotto quel cielo di fumo e di fuoco, in quei sei chilometri di spiaggia, nei duecentosettantacinque metri tra il mare e la scogliera. Morti sparati, morti annegati, tirati giù, nel fondo di un oceano, che lì profondo non era.
Camminavano in silenzio, un padre e un figlio. Guardavano, dal prato del riposo eterno, lo spazio che, quella mattina, quello stesso giorno, fu l’inferno.
Non dissero una parola, mai, per tutto il tempo. Sapevano perchè erano in viaggio, perchè lì, insieme.
Scesero fino al mare, lungo un sentiero scavato nella roccia della scogliera.
Il vento salato aveva creato e dato forma a basse dune. Milioni di granelli luccicanti color miele scuro. Sulla sabbia, dove riescono ad arrivare l’eterno e ritmico stiracchiarsi delle onde e la forza variabile dell’altezza della marea, era disegnata una lunga linea irregolare fatta di alghe aggrovigliate a pezzi di legno, sfasciumi vegetali intrappolati in brandelli di reti come ne fossero preda, intrecciati, annodati, ammonticchiati arrivati chissà quando da chissà dove, sopravvissuti alla potenza del mare e a quella dell’acqua. Solo questo e sabbia fina, lavata dal colore denso del sangue, purificata dal suo odore mortale.
Il padre chiese più volte, come non riuscisse a crederci veramente, se fosse proprio quella la spiaggia di quel giorno di giugno. Di quel martedì mattina. Si fermò, rimase a guardare il mare. Da solo. Non so se lo respirasse, se gli parlasse, se semplicemente lo stesse a guardare o ad ascoltare.
Separarono lì il loro cammino per un tempo che non so dire.
Il figlio si avvicinò ad un uomo che avevano già visto da lontano.
In ginocchio, nella sabbia, sembrava voler sciogliere i nodi e gli intrecci di quelle matasse vegetali spiaggiate disordinatamente e arrivate dal passato. Vestiti scuri, scarpe grosse di cuoio impolverate con la gomma del tacco consumata. Profumava di brillantina, un misto di legno di sandalo e ambra grigia. Separava delicatamente i pezzi, come volesse disfare nodi antichi, come si farebbe con avanzi di spago messi alla rinfusa, tutti insieme, in un cassetto.
“Aiutami”, disse, senza alzare lo sguardo, neanche per capire chi fosse il forestiero fermo vicino a lui, “aiutami se puoi a cercare dei fili di lana”. Non aggiunse altro, solo che avrebbe potuto trovarli di colore bianco, rosso, nero o marrone chiaro.
Si spostarono camminando di matassa in matassa. Trascorse del tempo prima che quell’uomo iniziasse di nuovo a parlare.
Raccontò che in un’altra vita, il seigiugnodelquarantaquattro, insieme a duemila uomini, in piedi, in perfetto silenzio, attese il primo raggio di luce e sbarcò su quella spiaggia. Nella gran confusione, prima di raggiungere terra, camminando con l’acqua fin quasi alla gola per riuscire a nascondersi dietro ad un tank, abbandonò il suo impermeabile. Era di quello, il suo tanto amato impermeabile, che cercava i pezzi, restituiti, forse, dal mare.
Insieme, con le ginocchia sprofondate nella sabbia umida, continuarono a sciogliere quegli spettinati intrecci intrecciati, infilandoci dentro le dita con le unghie ormai piene di sabbia.
Come erano diverse le loro belle mani, le loro dita!
“Sai, in un’altra vita vivevo per la fotografia, vivevo per documentare. Capii che documentando l’attimo, mostrando anche una piccola parte di verità, avrei dato un senso alla mia vita. E per quello che so fare, avrei potuto essere utile agli altri, a tutti quelli che non c’erano, aiutandoli a comprendere.
Vidi e vissi cinque guerre in prima linea. La guerra mi attraeva così tanto da desiderare esserne partecipe per poterne vedere e vivere l’orrore. Per poterlo fotografare. E renderlo più umano.
Avevo coraggio, oh sì, avevo tanto coraggio. Forse uscivo dal mio corpo, dal mio pensiero, non so bene. O forse ho solo sfidato la vita”.
Li raggiunse il padre. Una mano in tasca del giubbotto leggero color avana, con l’altra teneva le scarpe. Capiva poco la loro conversazione in inglese. Nella visibile incredulità della situazione che stava vivendo, ascoltava e di tanto in tanto annuiva ad alta voce dicendo: “yes, oh yes” . Il figlio lo guardò. Quello sguardo fu come un abbraccio immenso. Mai si erano vissuti come in quei giorni in viaggio. Per questo sentì grande felicità.
“Ho incontrato tante altre vite”, riprese l’uomo parlando direttamente al figlio e guardandolo per la prima volta, “alcune le ho conosciute, altre no, alcune sono entrate nella mia vita, l’hanno attraversata, altre l’hanno appena sfiorata. O forse neanche questo. È sempre stata questione di un attimo. In quell’attimo, tra proseguire diritto o deviare, spesso si giocava la mia esistenza…e quella di chi avevo vicino.
Una donna, una combattente, coraggio e dolcezza erano due guerrieri che la sostennero per tutta la sua breve vita. Una vita fatta di slanci. Lei, sola, capì chi io veramente fossi, capì il mio talento e lo accese, lo illuminò, mi incoraggiò ad osare, a non avere paura, ad andare sempre un pò più avanti, un po’ più vicino. Lei inventò quello che io fui, quello di cui io, ora, sto cercando i pezzi, insieme a voi. Da lei imparai a scrivere le mie fotografie, lei imparò da me a fotografare la verità che voleva raccontare. Lei mi insegnò la bellezza e l’amore, mi insegnò ad amare la gente e a farlo capire”.
Pronunciò le ultime parole congedandosi lentamente da loro. Senza fermarsi, accennò un saluto con la mano e continuò a camminare oltre l’orizzonte tra la sabbia e la linea delle onde.
Lo guardarono andare, seduti su una bassa duna. Non riuscirono a dirsi niente. Un “grazie”, sottovoce, attraversò i loro corpi e li unì come un cordone ombelicale invisibile. Era solo una parola, enorme e leggera. Il vento la prese e ls portò con sé, per sempre.

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