AI VENDITORI DI CAFFE’ – ETIOPIA

 

AI VENDITORI DI CAFFE’ – ETIOPIA

La casa di Anna era in una laterale senza traffico. Non so se fosse proprio nel centro dell’immenso mare argentato e lucente che è Addis Abeba in atterraggio. Ogni casa, lungo quella stradina con il fondo fatto di tante buche e poco asfalto, aveva un muro molto alto di pietra pitturata e con il colore un pò scrostato, merlettato in cima con cocci di vetro variopinto spaccato grossolanamente e un cancello di ferro a due ante, pesante e colorato, che non permetteva di vedere oltre.

Uno dei vicini di casa, quello appena fuori a destra, tostava chicchi freschi di caffè e li vendeva, profumati e ancora caldi, a chiunque bussasse al cancello e ne chiedesse. Una manciatina, due, un pò di più. Quello che serviva.

Tostava il giovedì e venerdì pomeriggio, prima della festa. Il profumo durante la tostatura era così intenso che la biancheria stesa, seccata dal sole e dall’aria asciutta, odorava di caffè. Avvicinandomi a casa, a piedi, lo sentivo avvolgermi tutta, sempre più intenso e denso, come camminassi gli ultimi metri dentro la nuvola di quello stesso fumo che esce dalla moka alla fine del gorgoglio.

Lo comperavo da lui, poco alla volta, per poter andare più spesso a trovarlo. Lo spazio di fronte alla sua semplice casa era un mondo inimmaginabile da fuori.

I sacchi di iuta, pieni di chicchi verdi, che io andavo ad annusare mettendoci proprio il naso dentro per sentire il profumo del tessuto, i teli di plastica rosa distesi per terra con montagne di chicchi sopra, da selezionare, uno ad uno, i sacchetti riciclati color cartone, già pronti, di vari pesi ed esposti in ordine decrescente, una bilancia piccola da cucina ed una più grande, di quelle che si usano nei consorzi per pesare il grano.

La sua pelle nel tempo aveva assorbito quell’aroma scuro con cui,due giorni a settimana, riempiva l’aria tutto intorno. E anche i suoi capelli. Ricci, crespi e brizzolati. Immaginavo che il profumo ne rimanesse imprigionato, come fa nell’anima e nelle maglie fitte del ricordo.

DAL CANALE DEI PETROLI ALLA VIA DELLA SETA

DAL CANALE DEI PETROLI ALLA VIA DELLA SETA

C’è un fuso orario di tre ore tra Italia e Uzbekistan. Sono solo tre meridiani verso Oriente. Dò un’occhiata alla carta di identità, nuova, e capisco il motivo della sveglia alle 3:30. Prima del primo merlo che ogni mattina canta l’amore sul tetto vicino a casa. Prima ancora che passino pochi secondi tra una corriera e un’automobile in strada. Sento sempre di più la differenza di orario, in ogni viaggio.
Entra aria fresca dalle finestre aperte. E il profumo dei fiori dei tigli. Più forte e più buono di quel fiore che tutti chiamano gelsomino e che marcisce lentamente odorando l’aria di carne di pecora e capra esposte al sole e alla polvere lungo le strade piene di umanità in cammino in un qualsiasi posto dell’Africa, del Medio Oriente, dell’India. Peccato, è un bel fiore, ma con un profumo nauseante.
Indosso uno degli abiti da bicicletta che preferisco, con fiori che sanno di bucato, metto il casco e sono in strada, per pedalare con la prima luce del sole. Ascolto la pelle e sento che può sopportare il caldo che deve ancora accendere l’aria umida.
Pedalo come se le strade fossero tutte mie, come se ci fosse il coprifuoco, come se attraversassi luoghi familiari, abbandonati da poco. In realtà è solo tanto presto e tutti stanno ancora dormendo.
Pedalo attraverso ricordi, rotondi e liquidi come i fianchi che vedo se mi guardo allo specchio. Le anse del fiume, ad un certo punto, sono dolcezza e pura poesia. Seguo la strada e, ogni volta, arrivo fino a dove finisce.
Arrivo fino a dove mi fu tutto chiaro. Capii che il racconto che stavo vivendo e scrivendo era proprio arrivato alla conclusione. Finì in un groviglio spinoso di rovi di more che vedo, abbondanti, ma non ancora mature. Finì una matassa di parole, un intrico confuso fatto di tanti bandoli. Di tanti fili, troppo corti, spezzati, inutilizzabili. Con il tempo e con coraggio, riuscirò a riordinare e darò, a tutto, logica e fluidità.
Sorrido, guardando passare una nave porta containers. Forse è la stessa che vidi quella volta. E sulla quale avrei voluto saltar su e partire. Partire e andare. Rivedo la stessa scena a metà, circa, di una delle ultime pagine del libro. Precisa. Mi piace guardare le navi porta containers e sognare. Sognare e partire. “Dal canale dei petroli alla via della seta”. Sì, lo potrei chiamare così, il “racconto” che, qualcuno mi ha detto, si riesce a leggere nei miei occhi.

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ALL’AUSTRALIA

ALL’AUSTRALIA

Australia…c’è potenza immensa in tutto il  tuo spazio. Uno spazio che travolge, avvolge e sconvolge.
Porto con me un pò della tua luce, così pulita, trasparente e limpida, un pò del tuo sole, a volte impietoso, un pò di brillantezza del tuo cielo sempre sereno. Solo in Tibet ricordo di aver visto cieli come quelli d’Australia. Porto con me un pò del candore di quelle nuvole galleggianti che hanno scatenato per giorni la mia fervida e ingestibile fantasia e sono state, per me, come sono le stelle per i marinai. Porto con me i tramonti, tutti quelli che ho visto, la loro ineguagliabile magia…uno spettacolo che sembrava l’idea geniale di un coreografo del colore, pazzoide e innamorato. Porto a casa la luce pulsante della stella del sud che ho cercato e guardato tante volte, un pò bassa, nel cielo delle notti lontano, fuori dalla verticale fluorescenza artificiale della città.
Mi porto via, addosso, e lo tengo dentro, fino a casa, il calore del tuo vento. La  forza del suo, non sempre, delicato abbraccio. Il suo odore…di mare, di sale, di intrecci intrecciati di alghe stanche morte, abbandonate a riva dalle onde, di sole, di polvere, di terra bruciata, di legno secco, di stoppie giallo oro. Sentivo l’odore dei miei ricordi in quel vento. E quello dei miei sogni.  L’odore di un tempo diverso, come di un altra epoca, più lento e, forse, più vivibile.
Io ho manico col vento…ne ho sentito addosso di tutti i tipi. Quello che mi ha fatto stare bene e quello che mi ha  riempito gli occhi e la bocca di polvere. Quello australiano, nella terra tutta ad occidente, che si affaccia verso l’Africa e confina con l’immensità liquida, è un vento di terre estreme. Lentamente perde la voce ruggente dell’immenso mare e riempie, con il suo canto, il silenzio profondo dell’outback.
Mi porto a casa il gusto della polvere, la sua invisibile consistenza, il suo profumo di ferro. Un borotalco etereo, rosso scuro, che ha disegnato forme  sulla mia pelle, è rimasto per giorni tra i miei capelli, sotto le unghie, tra le dita.  Ha colorato le mie ciglia, si è spalmato sul mio viso. Era nelle rughe intorno ai miei occhi che hanno visto tutto questo spettacolo.
Mi porto a casa il profumo fresco delle foglie di eucalipto, uniche figure verticali, oltre ai fari affacciati sull’oceano, sinuosamente danzanti, ogni tanto, all’orizzonte. Quello degli alberi morti stecchiti, quello dei cespugli che proteggevano nidi e delle erbe secche. Quello del caffè. Di tutti i long black coffee fumanti che ho bevuto insieme ai camionisti scalzi nelle roadhouse perse nel nulla. Unici viaggiatori insieme a me. Avrei voluto dire loro: portatemi con voi, nei vostri lunghi viaggi lungo le strade polverose di questa terra, isola fluttuante tra due abissi blu cobalto. Porto anche quello dei caffè che mi sono preparata in posti da brividi e che sapevano di sale.
Mi porto il significato prezioso dei sogni fatti in una macchina come casa. Scegliendo di fermarmi, per la notte, nel miglior posto che avrei mai potuto trovare.
Mi porto a casa il valore sacro di quegli spazi vuoti, che non finiscono mai, anche dopo l’orizzonte più lontano che si possa immaginare, che io ho raggiunto e superato. E che continua, ancora e ancora. Tutto ha la magia dei luoghi che piacciono a me, dove la fatica del vivere e del saper vivere, lontano da tutto, lontano da tutti, fa diventare gli esseri umani differenti. Lì c’è forte il valore invulnerabile di sentirsi vivi perchè si è. Perchè si è lì. E basta. Forse si impazzisce anche un pò, ma è meglio della nevrosi dello stress cittadino che porta il male di vivere.
Porto a casa il ricordo degli australiani incontrati, le loro incredibili storie, di immigrati, di rifugiati, di avventurieri e sognatori. La generosità genuina che mi hanno dimostrato. I loro sorrisi e saluti, fermi ai semafori mentre aspettavo l’autobus, vestita di fiori e di baci.
Quello degli italiani d’Australia, che hanno fatto fortuna negli anni delle vele piene di vento e dell’Aga Khan, che hanno deciso di cambiare vita, giovani coraggiosi con le mani sporche di olio di catena di bicicletta entusiasti e sognatori. Mi porto il ricordo anche di quelli che lì non trovano più pace, ma che non la troverebbero da nessuna parte. La loro vita sarebbe, ovunque, una corsa ad ostacoli.
In Australia ho vissuto, quasi violenta, l’emozione della libertà.
Non la libertá che tutti pensano…faccio quello che voglio, non ho impegni e  legami, ho tempo, prendo, parto e vado dove voglio, non la semplice libertà da “vincoli” che sono quelli normali, quotidiani, scelti e consapevoli, di ogni essere umano. Più o meno. No, non quella.
Il significato di liberà che ho provato è più nobile, più profondo, appartiene alle sfere alte del sentire. E, soprattutto, è indipendente da stato e condizione sociale e dalla materialità dello spostarsi fisico. È una libertà di testa, di cuore, di “anima”.
In quegli spazi, con quei colori e quella luce io ero spazio, io ero colore e luce.
Ero il luogo stesso. Non sentivo mi appartenessero sembianze umane e umanizzanti, ma solo quelle della vita. Potevo essere un altro essere vivente, ma anche l’oceano, le onde, la terra, la polvere. Il vento.

 

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POINT QUOBBA

POINT QUOBBA

A Point Quobba non ci vanno in tanti. Bisogna desiderarlo. È conosciuto per essere la sheep station più lontana e occidentale in tutta l’Australia. Qui, negli anni d’oro, portavano le pecore a tosare. Migliaia di pecore, montagne di lana. Quella notte mi fermai a dormire, nella casa di lamiera numero 41. Arrivai quasi al tramonto di una giornata che trascorse senza sole. Il colore delle nuvole era quello di un cielo pieno di battaglie tra titani. Aveva smesso anche di piovere.  Non ero l’unica ad aver raggiunto Point Quobba. Trovai un fuoco acceso. Due uomini, padre e figlio. Mi raccontarono…H.M.A.S. Sydney II vs Kormoran. 19 Novembre 1941. Tra gli australiani nessun superstite. 645 uomini a bordo, tutti morti. Tra i tedeschi solo 81 scomparvero tra le onde dell’Oceano Indiano. Gli altri si salvarono. Dalle testimonianze che ho letto, forse, avrebbero preferito morire. I relitti rimasero nascosti per sessantasetteanni. Il padre e il figlio erano qui per un saluto…un poco avanti, dove la strada si fa più scarruppata, dopo il cartello che avverte gli innamorati delle onde e del vento “King Waves Kill”, c’è un cippo, alla memoria. Pensai alla trama di in uno dei miei racconti…”Sapevano perchè erano in viaggio, perchè lì, insieme”.

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SFUMATURE D’AMORE

SFUMATURE D’AMORE

La luce del solitario che le impreziosiva l’anulare della mano sinistra mi abbagliò. Quasi come una pila frontale puntata in faccia, distrattamente, nella notte. Le stava bene. Le sue mani erano perfette. D’istinto guardai le mie e le nascosi. La pelle tesa, le unghie pittate di scuro. Credo fosse un gel, di quelli che si incollano sopra l’unghia naturale e che va rinnovato di tanto in tanto, quando l’unghia cresce o si smangiucchia. Aveva solo due anelli. Nello stesso dito. Il solitario teneva ferma la fede. Mi parlò di loro due, guardando fuori dal finestrino. Eravamo in un deserto immenso. Cinquantamilionidiannifa qui cadde un meteorite che formò un cratere grande come il Molise. Quel giorno capitò lei con me, nella macchina del capospedizione e del suo cane. Quella che ascoltai, fino a quando arrivammo al campo, poteva essere la trama di un film. “…Le sue mani mi sfioravano solo per distribuire carezze…” disse, come se stesse cercando di concludere un romanzo. “…le sue parole, invece” continuò, “avevano dentro lo stomaco, nel punto dove lo sterno finisce e credo ci sia l’anima, e nel cervello, l’effetto dell’acido muriatico. Un esercito di topi con i denti di acciaio. Rimase di me quel poco che riuscii a salvare dalla morte, ma con in potenza la forza disumana per non impazzire e poter continuare a vivere”. 25 novembre, la violenza dalle millemilioni di sfumature.

caterina borgato

LA WALLY

LA WALLY

L’appuntamento con il Console era questa mattina alle 10. Il 158 passa di fronte a casa. So che devo scendere in William Street, ad un certo numero e salire  sul Gatto Rosso. I Cats di diversi colori sono autobus gratuiti nell’area metropolitana. Saluto l’unica signora che aspetta alla fermata. Capisce che non sono australiana. Mi chiede se sono francese. Sono italiana, I live in Italy, near Venice. Ohhhhhh, io sono di Trieste. La signora Wally sta andando al cimitero. È arrivata in Australia a otto anni…mi racconta la sua vita. Docente universitaria di matematica, in pensione da cinque anni, aveva sempre desiderato cantare. Ora che ha tempo, sta imparando le opere liriche in lingua originale. Quelle che preferisce sono in lingua tedesca. Ha fatto un viaggio in Italia agli inizi degli anni settanta. Arrivata a Parigi dalla terra down under, è atterrata a Milano. Percorrendo tutta la costa dell’intero stivale e della Sicilia, è arrivata a Trieste. Venezia l’ha incantata. Il dialetto, ricorda, assomigliava molto a quello della VeneziaGiulia che sentiva parlare dai suoigenitori quando era bambina. Mi piace tanto Trieste, Signora Wally.
Prima di scendere, scrive il suo nome e il suo numero di telefono con la matita su un pezzetto di carta. Io le dò il mio. Se abitiamo vicine, possiamo vederci ancora. Certo, Wally, sarà un piacere così potrò chiederti tante cose.
Grazie, mi dice, salutandomi…sei la seconda persona da quando sono in Australia che pronuncia correttamente il mio nome: Wally e non Uolly. Ai miei genitori piaceva l’opera La Wally, di Alfredo Catalani.
Buona giornata, è stato un bell’incontro. Ti verrò a trovare presto. Sicuro.

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Marianna – Alessandro – Nicola, tre di MELANERA

Marianna – Alessandro – Nicola, tre di MELANERA

E’ stato il nome della loro barca a vela ad incuriosirmi. A farmi scoprire la storia di una famiglia estesa, di generazioni unite, che durante l’estate vive in mezzo al mare. Di una grande famiglia che ha un rapporto di fratellanza con l’immenso, affascinante, liquido e profondo blu, quello stesso rapporto intimo che si costruisce piano piano con un amico con cui si condividono periodi belli della vita. Un amico sempre in attesa che si torni a trovarlo e che si desidera incontrare e rivedere dopo tanto tempo trascorso senza essere vicini. Un amico che si impara a conoscere, un pò alla volta. Di cui ci si fida anche un pò alla volta. Solo dopo aver capito che conviverci, comprenderne il carattere ed affrontarlo è solo questione di tempo e di sensibilità che lentamente si raffina e che aiuta ad interpretare i diversi colori di cui si veste, la calma piatta che lo fa sembrare stanco, la forma delle onde che lo arricchiscono, vere opere d’arte di schiuma di acqua e sale, la loro direzione, l’intensità del vento che a volte lo accarezza, a volte lo agita…creste, flutti, riccioli e ghirigori, energia pura, che senza sosta, senza fine, sale e scende e solo infrangendosi diventa materia. Ogni volta con suoni diversi, che diventano la sua voce: i canti del mare. Un amico che si ama incondizionatamente anche per il continuo e costante impegno, sempre ampiamente ripagato, che richiede. Lo stesso impegno di una amicizia degna di questo nome. Una questione di fiducia, come tra persone adulte, tra uomini veri. Un amico di cui si apprezzano la continua diversità, l’imprevedibilità, la ricchezza e varietà di emozioni che generosamente riesce a donare, la capacità immensa di stupire e di commuovere. Di cui si amano i lunghi silenzi e l’eterna, antica bellezza. Sempre di più.
E’ l’essenzialità della vita cui obbliga il mare il desiderio più grande che determina naturalmente il ritmo estivo della vita di tutti i Melanera. Una vita semplice, fatta di poco, ma di tantissimo. Per mesi, scalzi, vestiti di niente, profumano la loro pelle con l’odore salato del vento, la colorano con i raggi caldi del sole. Condividono abilità e capacità e, quando il mare fa sentire la sua forza, senza dire una parola, sanno bene cosa fare…un accordo tacito, muto e necessario, che conosce solo chi vive il mare, quando le voci degli uomini si mescolerebbero, senza essere sentite, a quelle degli elementi scatenati della natura. Quando, loro e la loro barca, diventano un unico corpo oscillante, un nuovo essere, uno spazio con nuovi confini e nuove regole di vita, dove ogni suono e rumore ha il ritmo del rollio del mare. Le corde sull’albero, le vele un pò lasche, il vento che si abbraccia con il fiocco, le raffiche che lo strapazzano, gli scricchiolii del legno, i mille modi con cui l’acqua si spalma sullo scafo, il tintinnare di ogni piccolo oggetto mai fissato abbastanza. Dopo ogni difficoltà le loro vite sono ancora più unite.
Una vita che segue il ritmo naturale della luce e del buio. Del sole e delle stelle. Delle lune. Un ritmo primitivo e primordiale. Più umano e più vero. Come un momentaneo ritorno al passato. Come se tutta quell’acqua intorno fosse il ventre di una grande madre che accoglie e culla con dolcezza gli uomini e la loro barca. Loro e la loro casa.
Quando è il momento di partire, lasciano il piccolo porto dove torneranno solo con una luce del sole al tramonto più calda. Alzano le vele e prendono il mare, navigando verso Sud. Cercano insenature, baie, rifugi nascosti tra una manciata di piccoli e grandi dadi bianchi, gettati, disordinatamente, durante un antico gioco tra giganti, nelle liquide sfumature blu di quel mare, o, come raccontano gli isolani, lanciate dalla grande mano di Dio in persona, dopo la creazione del Mondo. E se fossero veramente le lacrime pietrificate delle stelle? Questo sembrano, a vederle dal cielo, quelle centoquarantasetteisole, brulle e aspre, ma anche sorprendentemente verdi e rigogliose, che loro amano così tanto! Hanno imparato a conoscerle e ad apprezzarle navigando in libertà e basta, navigando a vista, senza una meta precisa. Soli, in mezzo al mare…forse seguendo la rotta di leggende scritte in vecchi e preziosi portolani, o quella dei navigatori veneziani, Greci e Romani. O quella di Ulisse…Perchè l’Odissea potrebbe essere stata anche qui. Amano la gente, poca e semplice, che abita quella terra difficile, fatta di roccia, sassi e mare. Ma la terra e il mare sono un dono, meritano lealtà e dedizione. Al mare, questa gente, deve la vita, la sua intera esistenza.
Era venuto al mondo da dieci mesi il loro figlio, quando lo portarono in barca e gli fecero sentire, per la prima volta, tutta la meraviglia dell’immensità del mare. E fu come se ci fosse nato in quella casa galleggiante spinta dal vento! Imparò presto come muoversi nello spazio della cambusa, capì in fretta cosa fare durante la navigazione, con tutti i tipi di mare. Per lui tutto sembrava e sembra ancora un gioco, ma era ed è vita vera. Ha imparato a parlare con i gabbiani, ad avvistare i delfini. Gli è capitato di nuotare con lei tartarughe. Di farsi amica una libellula rossa che aveva deciso, un giorno di gran vento, di aggrapparsi forte con le zampette ad una sartia e viaggiare, per un pò, insieme a loro. Sa ascoltare e riconoscere i diversi richiami del vento. Si riempie gli occhi e il cuore di albe e tramonti. Quando torna a camminare sulla terra i suoi capelli ancora fini di bambino e la sua pelle sono dorati e lucidi, come il colore del miele d’acacia.
Ogni notte prima di dormire, dalla prima notte trascorsa in mare, dopo aver calato l’ancora e sistemato la barca nel posto più simile al paradiso che potessero trovare, si stendono fuori, tutti e tre vicini, a guardare la luna o le stelle, ad ammirare la magia delle luci del cielo notturno, lontanissime nello spazio e nel tempo. Una notte ciascuno, raccontano favole di mari intorno a mondi lontani e avventure di navigatori solitari. Cercando satelliti e stelle cadenti. Allungando l’indice, come a volerle toccare, seguono la forma delle costellazioni. La Via Lattea è il tetto dei loro sogni.
Il loro respiro diventa lo stesso respiro del mare e del cielo. Quello di un universo dove l’uomo, la barca, il mare e il vento, insieme, sono l’unico protagonista possibile.

Caterina

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AMORE IN VIAGGIO

Mi piace viaggiare in treno. Si entra nello spazio ad una velocità che permette di guardare fuori dal finestrino, di vedere, di ricordare. Anche volando si vede meraviglia, ma la consapevolezza dell’infinita piccolezza umana è troppo grande guardando giù. Ricordo l’immensa terra sovietica, in un viaggio di ritorno dalla Mongolia alla Russia, l’unica volta che l’attraversai con la luce del giorno…dal cielo mi sembrò bellissima ed io mi sentii il nulla.
Mi piacciono le stazioni. Luoghi di arrivo, di partenza, di passaggio. Mi piace, prima di partire, mettermi in disparte, defilata e stare a guardare. Spettatrice di un brevissimo cortometraggio sulla vita di tutta l’umanità, in un luogo qualunque, un giorno qualsiasi. Mi piace osservare l’eterna corsa contro il tempo, l’immenso peso delle cose di cui non si riesce a fare a meno, la fame e la sete che potrebbero essere insopportabili durante il viaggio.
Ma soprattutto mi piacciono le stazioni perchè sono luogo di incontro, di saluti, di parole, di promesse d’amore. L’amore viaggia sui binari, a velocità regionale, ad alta velocità, a giorni fissi, a settimane alternate, in giornate rubate. L’amore viaggia sui treni di nascosto.
L’amore nelle stazioni è un bacio appassionato mentre il treno si avvicina a velocità scientifica alla fine del binario, è un abbraccio stretto che unisce i cuori, le anime, oltre che i corpi, è parole sussurrate come se fossero le ultime da potersi dire, è un bacio mandato con il vento prima che la porta si chiuda, è il palmo di due mani appiccicate al vetro del finestrino. Una lastra fredda riesce a separare la storia di due vite. È il bisogno di vedere un sogno ancora per tanto tempo, fermo immobile, sempre lì, nel posto dell’ultimo saluto, vederlo diventare un puntino e poi, inevitabilmente, scomparire. È il per sempre in un messaggio che arriva dopo pochi minuti, è le promesse scritte su una fotografia che arriva via etere. È la telefonata che fa compagnia fino alla stazione di arrivo.
Mi piacciono le stazioni, sono luoghi dove i viaggi iniziano, passano, finisco.
Viaggiare è come amare e i grandi viaggi, come le grandi, vere, storie d’amore, non hanno mai una vera fine.

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L’IMBIANCHINO CICLISTA

L’IMBIANCHINO CICLISTA

Ferma ad un semaforo, chiedo al ciclista più vicino nella lunga fila di caschetti che sta aspettando il verde insieme a me, se quella che sto seguendo è la direzione giusta per arrivare a Christiania.
È pomeriggio, verso il tramonto. Il freddo ventoso mi ha congelato le mani. Sto pedalando dalle nove del mattino. A vista. Non conosco Copenhagen. Non ho gps, nè cartina delle strade. Seguo semplicemente la gente sull’infinita rete di piste ciclabili.
“Ci sto andando anche io, vieni con me!” Mi dice.
È sicuramente un imbianchino. L’arte delle macchie sui suoi vestiti è la stessa, inconfondibile, sui vestiti degli imbianchini di tutto il mondo.
Ha una bici normale, direi da città, per catalogarla in un gruppo, sul portapacchi dietro è fissata una cassa di legno piena di pennelli di tutti i tipi sistemati con ordine, ci sono latte di colore, rotoli di nastro di carta, qualche quotidiano. Standogli a ruota posso vedere solo questo.
Per tutto il tragitto pedalo dietro a lui.
Io ho una bicicletta nera presa a noleggio. Ha un freno solo, a sinistra, i cambi a destra e i pedali girano solo in avanti. Ogni tanto si bloccano. Non so perchè. Me lo dimentico e ogni volta rischio di cadere. La luce bianca intermittente davanti e quella rossa dietro funzionano sempre, in automatico, anche di giorno, dopo il primo giro di pedali.
Nel grande cesto attaccato al manubrio ho messo la borsa. Pedalando ho visto biciclette con cesti personalizzati come giardini fioriti a primavera.
La pista ciclabile è larga come la corsia per le automobili. Ogni strada ne ha due, una per ogni direzione. Non ci sono tombini ed è continuamente segnalata in modo inequivocabile. Segnali orizzontali, verticali e luminosi. In alcune zone della città è color azzurro cielo.
Faccio tutto quello che vedo fare all’imbianchino che pedala davanti a me e che, amorevolmente, si gira, di tanto in tanto, forse per paura di perdermi nel mare di altri caschetti. Non sarebbe difficile confondermi…sono in perfetto stile danese.
Vedo i ciclisti, tutti, usare una gestualità di cortesia e di sicurezza ad ogni svolta, fermata, sorpasso. Un linguaggio semplice che rende tutto più facile. E sicuro.
Per mezz’ora mi sento come durante quelle pedalate che restano memorabili e indimenticabili.
È capitato a tutti di pedalare proprio dentro ad un bel gruppo, affiatato, unito, di essere in sella alla bicicletta perfetta, su sterrato scorrevole, di pedalare a quella velocità che fa stare tanto bene da sentire il corpo come se stesse decollando e la felicità come unica energia propulsiva e trainante.
Dentro questo ordinato e straordinario serpente di ciclisti, donne e uomini, con biciclette di tutti i tipi, vestiti in tutti i modi, mi sembra proprio di volare. E’ bellissimo.
Tutti, qui, pedalano veloci invece che premere il pedale dell’acceleratore. Pedalano per spostarsi, invece di guidare. E non solo per andare a prendere il pane e il latte.
Biciclette da corsa, single speed, biciclette da criterium, quelle senza freni, cancelli perfettamente funzionanti, biciclette Pedersen, cargo bike, biciclette con il manubrio alto e dritto, biciclette con due, tre seggiolini, biciclette con il cassone davanti o con il carrellino dietro, cestini, cestoni, borse laterali, casse di legno chiaro e cassette della frutta. Per trasportare, qualsiasi cosa.
Studenti, studentesse, ragazze e ragazzi, donne e uomini eleganti, corrieri in bicicletta con i loro inconfondibili zaini sulle spalle e i lucchetti fissati alla canna del telaio, ciclisti con carichi di ogni tipo, tante semplici,
meravigliose mamme e tanti semplici, meravigliosi papà e bambini biondi.
Praticamente tutti indossano il casco. Non è obbligatorio, come si potrebbe pensare, ma è usato sempre, con consapevolezza. Caschi di tutti i tipi. Il mio preferito e il più diffuso, ha i buchi per l’aria che formano un fiore. Dai caschi escono code di cavallo, trecce, riccioli, capelli lunghi di ogni tonalità del biondo, capelli brizzolati e capelli bianchi, ciocche di capelli rasta e ciocche di capelli di tutti i colori.
Una umanità che ha scelto un’alta e coerente qualità della vita. In tutto. Dal rispetto per l’ambiente a quello per il cibo. Dalle energie alternative, fortemente sostenute e incentivate, al cibo biologico. All’uso in massa della bicicletta. Un vero e proprio critical mass quotidiano.
Attraversiamo un incrocio, l’ultimo. Vedo i graffiti colorati dell’entrata di Christiania, un esperimento sociale di vita autogestita basata sul rispetto tra le persone. Un esempio a livello mondiale.
L’imbianchino ciclista, qui, è di casa.
Grazie imbianchino, anche grazie a te, oggi, che compio cinquant’anni, ho potuto volare.

 

 

 

HELSINKI NON PERVENUTA

HELSINKI NON PERVENUTA

Mio nonno era alto quasi unmetroenovanta. Era bello, sorridente. E generoso.
E’ sempre stato un viaggiatore, per lavoro e per passione. Iniziò a viaggiare da bambino, anche lui, con un paio di zoccoli ai piedi, una lanterna a petrolio in mano, camminando davanti ai due cavalli che trainavano il carro di suo padre carico di scope di saggina. La luce fioca e tremolante serviva per poter avanzare nella nebbia fitta e densa nel cuore umido della Pianura Padana. Partivano insieme dalla campagna cremonese per vendere fino in Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Emilia Romagna.
Negli anni settanta, con la sua Palmira, viaggiò in tutti i paesi oltre i muro di Berlino. Insieme mangiarono pane e gelato in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Russia, Romania, Bulgaria. Erano felici. Si sono amati tantissimo, un amore immenso, vissuto forte e del quale custodisco le lettere.
A mio nonno piacevano l’opera e la musica classica. Era un ballerino eccezionale. Lo invitavano nelle balere e nelle sagre di paese di Cremona e Mantova perchè aprisse le danze quando l’orchestrina iniziava a suonare.
Andò con la Palmira all’Arena e alla Fenice ogni volta che gli fu possibile. E cantò fino a che ebbe voce e speranza.
Quando rientrava, dopo tanti giorni fuori, portava sempre un piccolo dono per tutti: il burro con la mucca, il pane casereccio cucinato a legna e le specialità delle feste.
Restava a casa una settimana. Si alzava presto. Ascoltava sempre la radio per le notizie nazionali e internazionali e dopo i tre secondi scanditi dall’ora esatta, guardava l’orologio e lo regolava. Ascoltava anche le previsioni meteo e le temperature di tutto il mondo. Quando io e mio fratello tornavamo da scuola, ci diceva le temperature più estreme, quelle più calde e quelle più fredde. Il gioco era sapere di quale stato erano le capitali.
Quand’ero bambina non ho mai saputo quale fosse la temperatura minima della capitale della Finlandia.
Alla radio, Helsinki, qui sul Baltico ghiacciato, era sempre “non pervenuta”.

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