DAL CANALE DEI PETROLI ALLA VIA DELLA SETA

DAL CANALE DEI PETROLI ALLA VIA DELLA SETA

C’è un fuso orario di tre ore tra Italia e Uzbekistan. Sono solo tre meridiani verso Oriente. Dò un’occhiata alla carta di identità, nuova, e capisco il motivo della sveglia alle 3:30. Prima del primo merlo che ogni mattina canta l’amore sul tetto vicino a casa. Prima ancora che passino pochi secondi tra una corriera e un’automobile in strada. Sento sempre di più la differenza di orario, in ogni viaggio.
Entra aria fresca dalle finestre aperte. E il profumo dei fiori dei tigli. Più forte e più buono di quel fiore che tutti chiamano gelsomino e che marcisce lentamente odorando l’aria di carne di pecora e capra esposte al sole e alla polvere lungo le strade piene di umanità in cammino in un qualsiasi posto dell’Africa, del Medio Oriente, dell’India. Peccato, è un bel fiore, ma con un profumo nauseante.
Indosso uno degli abiti da bicicletta che preferisco, con fiori che sanno di bucato, metto il casco e sono in strada, per pedalare con la prima luce del sole. Ascolto la pelle e sento che può sopportare il caldo che deve ancora accendere l’aria umida.
Pedalo come se le strade fossero tutte mie, come se ci fosse il coprifuoco, come se attraversassi luoghi familiari, abbandonati da poco. In realtà è solo tanto presto e tutti stanno ancora dormendo.
Pedalo attraverso ricordi, rotondi e liquidi come i fianchi che vedo se mi guardo allo specchio. Le anse del fiume, ad un certo punto, sono dolcezza e pura poesia. Seguo la strada e, ogni volta, arrivo fino a dove finisce.
Arrivo fino a dove mi fu tutto chiaro. Capii che il racconto che stavo vivendo e scrivendo era proprio arrivato alla conclusione. Finì in un groviglio spinoso di rovi di more che vedo, abbondanti, ma non ancora mature. Finì una matassa di parole, un intrico confuso fatto di tanti bandoli. Di tanti fili, troppo corti, spezzati, inutilizzabili. Con il tempo e con coraggio, riuscirò a riordinare e darò, a tutto, logica e fluidità.
Sorrido, guardando passare una nave porta containers. Forse è la stessa che vidi quella volta. E sulla quale avrei voluto saltar su e partire. Partire e andare. Rivedo la stessa scena a metà, circa, di una delle ultime pagine del libro. Precisa. Mi piace guardare le navi porta containers e sognare. Sognare e partire. “Dal canale dei petroli alla via della seta”. Sì, lo potrei chiamare così, il “racconto” che, qualcuno mi ha detto, si riesce a leggere nei miei occhi.

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QUELLI DELLA SAN PABLO

QUELLI DELLA SAN PABLO

Quante volte è capitato di trovarci insieme, noi, amici da una vita, a chiacchierare, a ricordare ricordi, a parlare. Avreste mai immaginato che proprio quella sera sarebbe stata memorabile?
Era inverno. Ognuno con la sua pizza e la sua birra preferite. Chiacchiere, ricordi, risate come sempre, da sempre…e, per la prima volta, un sogno da condividere cercato tra le pagine del portolano aperto sul tavolo.

Quel sogno ha preso forma, è diventato un progetto, un obiettivo, è diventato realtà vera, vita vissuta. Finalmente.
E dopo mesi, un venerdì pomeriggio pieno di sole, all’inizio dell’estate, siamo salpati e abbiamo preso il largo.

Melanera è stata la nostra bellissima casa per un viaggio che ha avuto l’intensità e la magia di una traversata oceanica.
Il mare e il cielo, sono stati il nostro mondo. Due perfette gradazioni di blu. Noi, un equipaggio speciale…senza fare una piega e solo scambiandoci uno sguardo, avremmo potuto affrontare i quaranta ruggenti, i cinquanta urlanti, i sessanta stridenti e tutti gli altri meravigliosi venti e mari messi insieme.

Terra si allontanava, lentamente, fino a confondersi con l’orizzonte e noi siamo diventati un tutt’uno galleggiante, nell’immensità. Non c’era più distinzione tra noi, la barca e il mare.
I tramonti, profumati di prosecco e pasta al sugo, sono stati il momento dei conti, con noi stessi e con il mondo… un intreccio di riflessioni e di domande, il tempo dedicato a noi, alle nostre passioni. Che per noi sono vita.

Le notti piene di stelle, il momento per ascoltare, ognuno nel suo silenzio, le nostre voci e la voce del mare. Nell’aria l’aroma dolce di un sigaro venuto da lontano.
Le albe, profumate di caffè e di aria salata, il momento per nuovi progetti e nuove idee. Attimi senza fine di magica energia vitale.

Siamo stati una squadra, unita da un progetto, nato da un sogno, unita nelle manovre e nelle decisioni. Cinque uomini, cinque amici, le nostre vite, le nostre storie, una barca e il mare. Unici protagonisti, tutti insieme.
Nicola, nostro capitano, Diego, Marco, Michele…La prossima volta andremo un pò più il là, così capiremo quanto lontano possiamo andare. Incontreremo ancora e sempre un bel vento che soffierà sulle vele del nostro cuore.

Tenete caro questo ricordo, ragazzi, perchè i ricordi non si vivono di nuovo. Mai. Lo cantava Bob Dylan!

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