AI VENDITORI DI CAFFE’ – ETIOPIA

 

AI VENDITORI DI CAFFE’ – ETIOPIA

La casa di Anna era in una laterale senza traffico. Non so se fosse proprio nel centro dell’immenso mare argentato e lucente che è Addis Abeba in atterraggio. Ogni casa, lungo quella stradina con il fondo fatto di tante buche e poco asfalto, aveva un muro molto alto di pietra pitturata e con il colore un pò scrostato, merlettato in cima con cocci di vetro variopinto spaccato grossolanamente e un cancello di ferro a due ante, pesante e colorato, che non permetteva di vedere oltre.

Uno dei vicini di casa, quello appena fuori a destra, tostava chicchi freschi di caffè e li vendeva, profumati e ancora caldi, a chiunque bussasse al cancello e ne chiedesse. Una manciatina, due, un pò di più. Quello che serviva.

Tostava il giovedì e venerdì pomeriggio, prima della festa. Il profumo durante la tostatura era così intenso che la biancheria stesa, seccata dal sole e dall’aria asciutta, odorava di caffè. Avvicinandomi a casa, a piedi, lo sentivo avvolgermi tutta, sempre più intenso e denso, come camminassi gli ultimi metri dentro la nuvola di quello stesso fumo che esce dalla moka alla fine del gorgoglio.

Lo comperavo da lui, poco alla volta, per poter andare più spesso a trovarlo. Lo spazio di fronte alla sua semplice casa era un mondo inimmaginabile da fuori.

I sacchi di iuta, pieni di chicchi verdi, che io andavo ad annusare mettendoci proprio il naso dentro per sentire il profumo del tessuto, i teli di plastica rosa distesi per terra con montagne di chicchi sopra, da selezionare, uno ad uno, i sacchetti riciclati color cartone, già pronti, di vari pesi ed esposti in ordine decrescente, una bilancia piccola da cucina ed una più grande, di quelle che si usano nei consorzi per pesare il grano.

La sua pelle nel tempo aveva assorbito quell’aroma scuro con cui,due giorni a settimana, riempiva l’aria tutto intorno. E anche i suoi capelli. Ricci, crespi e brizzolati. Immaginavo che il profumo ne rimanesse imprigionato, come fa nell’anima e nelle maglie fitte del ricordo.

HELSINKI NON PERVENUTA

HELSINKI NON PERVENUTA

Mio nonno era alto quasi unmetroenovanta. Era bello, sorridente. E generoso.
E’ sempre stato un viaggiatore, per lavoro e per passione. Iniziò a viaggiare da bambino, anche lui, con un paio di zoccoli ai piedi, una lanterna a petrolio in mano, camminando davanti ai due cavalli che trainavano il carro di suo padre carico di scope di saggina. La luce fioca e tremolante serviva per poter avanzare nella nebbia fitta e densa nel cuore umido della Pianura Padana. Partivano insieme dalla campagna cremonese per vendere fino in Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Emilia Romagna.
Negli anni settanta, con la sua Palmira, viaggiò in tutti i paesi oltre i muro di Berlino. Insieme mangiarono pane e gelato in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Russia, Romania, Bulgaria. Erano felici. Si sono amati tantissimo, un amore immenso, vissuto forte e del quale custodisco le lettere.
A mio nonno piacevano l’opera e la musica classica. Era un ballerino eccezionale. Lo invitavano nelle balere e nelle sagre di paese di Cremona e Mantova perchè aprisse le danze quando l’orchestrina iniziava a suonare.
Andò con la Palmira all’Arena e alla Fenice ogni volta che gli fu possibile. E cantò fino a che ebbe voce e speranza.
Quando rientrava, dopo tanti giorni fuori, portava sempre un piccolo dono per tutti: il burro con la mucca, il pane casereccio cucinato a legna e le specialità delle feste.
Restava a casa una settimana. Si alzava presto. Ascoltava sempre la radio per le notizie nazionali e internazionali e dopo i tre secondi scanditi dall’ora esatta, guardava l’orologio e lo regolava. Ascoltava anche le previsioni meteo e le temperature di tutto il mondo. Quando io e mio fratello tornavamo da scuola, ci diceva le temperature più estreme, quelle più calde e quelle più fredde. Il gioco era sapere di quale stato erano le capitali.
Quand’ero bambina non ho mai saputo quale fosse la temperatura minima della capitale della Finlandia.
Alla radio, Helsinki, qui sul Baltico ghiacciato, era sempre “non pervenuta”.

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LA DONNA DEL VENTO

LA DONNA DEL VENTO

Quella sera preparò pasta al limone e zenzero fresco grattuggiato. Aggiunse alla fine i pomodori, quelli piccoli e sodi. Li aveva lasciati insaporire un paio d’ore nel sale marino grezzo, macinato a grani grossi. Usava sempre lo stesso tipo di spaghetti. Solo quelli erano davvero perfetti perchè la loro lunga ruvidezza si avvolgesse completamente di sapore e gusto.Cenarono prima del solito. Da giorni il meteo ne parlava. Era previsto un vento eccezionale, un vento che sarebbe durato tanto, ad intensità alternata. Ma forte. Una condizione di vento veramente rara…“La grande mareggiata da Est”. Così la chiamarono.Sapeva già cosa sarebbe accaduto.Era notte fonda e lo sentì preparare  tutto quello che gli serviva. Aveva materiale adatto a tutte le situazioni, per potersi divertire sempre, più che poteva. Con tutti i tipi di vento, dentro tutti i tipi di onde. Quella poca notte che rimase, passò veloce e turbolenta. Lo sentì irrequieto. Ascoltando bene, sentiva il suo respiro, ma anche il battito delle sue ciglia. Capì, come ogni volta, che non riusciva a dormire e che era già in mezzo al mare. Tutto era pronto. Bastò chiudere le tende e andare. Partirono prima dell’alba, quando lungo la linea tra la terra ancora scura ed il cielo non ancora chiaro, si accendono fasce di colore che sembrano appartenere solo alla capacità divina di goderne. Videro il sole sorgere, lo videro salire, pulsante, un pò prepotente, dove il mondo e il mare finiscono. Sembrava un tramonto, di quelli perfetti, registrato al contrario. Pulsava, come un enorme cuore incandescente. Un altro sole, perfetto, era sciolto nel mare.Lui disse poche parole. Teneva i volante con la mano destra,  con la sinistra tirava i peli della barba. Faceva sempre così, come stesse andando incontro ad una grande emozione. Ogni volta per la prima volta.Non fu breve il viaggio verso sud-est, le strade sterrate e polverose richiesero attenzione e pazienza e tempo. Lei conosceva quei luoghi. Vicini, ma come fossero dall’altra parte del mondo. Luoghi silenziosi, solitari, ancora selvaggi. Li avevano scoperti insieme, e capiti e amati sempre di più. Lo aveva seguito sempre. Ovunque. E, come in ogni giornata di vento, anche quel giorno, partì con lui. Per stargli vicino. Il suo piacere, era piacere anche per lei. Le aveva spiegato tanto di quel mondo, di quel suo immenso desiderio di volare sulle onde. Lei aveva imparato guardandolo. Le tante, imprevedibili, variabili, la preparazione della vela sull’albero, il fissaggio del boma, l’armatura del rig, la ricerca della vela perfetta per i capricci del vento che cala e cresce. Lo guardava mettere insieme, un pezzo dopo l’altro, le sue ali. Conosceva i nomi di ogni singola parte, sapeva come unirli e farli diventare libertà.Avrebbe potuto costruirgliele lei, quelle ali, tante erano le volte che aveva visto e guardato tutto quello che lui faceva. Sempre nello stesso ordine. Come seguisse un rituale. Per lui era un rituale ed aveva la sua spiritualità.Quel giorno le condizioni erano perfette. Sarebbe stata una giornata indimenticabile. Lo avrebbe rivisto al tramonto, lo sapeva. Lo aspettò esattamente lì, dove entrò in acqua spingendo la tavola. Seguì la planata, lo vide lascare per un pò, poi stringere forte e bolinare per rimanere sulla linea del vento. Seguì con gli occhi le planimetrie di quella strana creatura che si allontanava, in volo tra mare e cielo. Vide i suoi piedi spostarsi veloci sulla tavola. Con piccoli movimenti sapeva come domarla, come si fa con una puledra mai cavalcata.. Sembrava potesse decollare, spiccare il volo, da un momento all’altro. Vedeva il suo sguardo cercare nel blu. Lontano.

Sentiva le sue urla di gioia, quell’euforia adrenalinica scatenata da un vento che fa correre tanto forte da desiderare non fermarsi mai più. Provava felicità, guardandolo, la sua stessa felicità, avvolta di polvere di mare, salata e luccicante. Lo vide entrare in un onda, una di quelle lunghe. Pensò da dove potesse essere partita e iniziò anche lei il suo volo immaginario. Lo rivide uscire, come da una lunga galleria trasparente ed entrare in un’altra. Subito dopo. Le aveva raccontato che le onde vanno sempre in serie, non sono mai sole. Lui volava e lei volava con lui.

Passarono sei ore. Nei suoi occhi la forma e i colori della vela non scomparvero mai, anche quando divennero un puntino piccolissimo nell’immensità.

Non aveva mangiato nè bevuto. Per tutto il tempo. Non volse mai lo sguardo altrove, se non lasciandolo immerso in quel mare. Per non perderlo di vista.

Aspettò che rientrasse. Rimase qualche minuto seduto sulla tavola a guardare il mare da un’altra prospettiva. Forse gli doveva parlare o lo doveva solo ascoltare. Solo dopo questa pausa raggiunse riva. Disidratato, con le mani piagate, le labbra viola e la pelle d’oca. Ma felice. “Oggi mi sembrava di volare”. A lei, la donna del vento, questo bastava.

Condivisero pane e formaggio e una moka di caffè bevuta, un sorso ciascuno, nella stessa tazza alaskana. Questo semplice, meraviglioso mondo, il mondo del mare e del vento, del sogno del volo, li univa senza che fossero uniti. Lei era per lui come la pinna per un surf.

Ci vuole tanto, tanto vento…sempre.

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