NAVIGANDO SULLA ROTTA DI SOCOTRA

NAVIGANDO SULLA ROTTA DI SOCOTRA

Lui era ancora un “capitano di lungo corso”.
In pensione da tanti anni. Aveva tanti anni.
Ogni tanto ci incontravamo, di corsa, lungo percorsi comuni.
Era alto. Un passo dei suoi era due dei miei. Correvamo con quel ritmo che permette di raccontarsela e non schiattare.
Io ogni tanto partivo, sparivo e tornavo.
Solo una volta mi chiese perchè non mi aveva più vista. Gli raccontai che lavoravo in giro per il mondo.
Come fa la palla del mondo quando si apre Google Earth, lui, in un tempo più breve di un battito di ciglia, ritornò in quella parte di oceano che tante volte aveva attraversato. Il nome che pronunciai gli illuminò gli occhi, gli aprì il sorriso, come mai avevo visto prima.
Pensavo che dopo Marco Polo, nessuno avesse più creduto alle leggende, per me così vere, ascoltate raccontare da altri viaggiatori, poeti, incantatori, sognatori in viaggio. Mi sbagliavo. Quella zattera galleggiante staccatasi dal continente africano e alla deriva verso oriente in quel tratto di abisso, non aveva cambiato mai, in tanti secoli, la sua fama.
Irraggiungibile per i forti venti era conosciuta come una delle terre più isolate del pianeta.
Per magia scompariva alla vista dei marinai, e poi ricompariva.
Le sue cime, che forse avevano assistito all’emergere dei tetti del mondo, anche lui le vide sempre avvolte da nuvole tempestose. Come Il viaggiatore veneziano.
Mai aveva avuto un porto, neanche ai tempi dei Greci che arrivarono lì per acquistare aloe e tentare di conquistarne il monopolio. Tutte le navi, per approvvigionare acqua dolce, rimanevano ancorate alla fonda. Anche nel XX secolo.
Gli capitò di lasciare il suo immenso bastimento e di raggiungere terra. Capì che era proprio l’angolo di paradiso di cui aveva tanto letto e che, per davvero, era abitata solo da donne.
I due mesi prima del monsone gli uomini erano tutti in mare.
Lo feci ritornare ragazzo, lui mi fece viaggiare, senza toccare terra, in quel mondo che è stato la mia casa.
“Signore e signori, è il comandante che vi parla. Non è garantito l’atterraggio nell’isola a causa del fortissimo vento da Sud-Ovest. Tenteremo l’impossibile”.
Era il terzo tentativo, il terzo volo dal continente. Il terzo giorno che volavo tra il cielo e questa convulsione acquatica.
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I VIAGGIATORI

I VIAGGIATORI

Sapete, i viaggiatori nel sangue, quelli che sono sempre in viaggio con la testa, che hanno bisogno di andare come dell’aria e dell’amore, quelli che desiderano proprio quel viaggio per aver sentito un odore, per aver visto una sola immagine meravigliosa, quelli che “in un granello di sabbia vedono un deserto”, che sentono dentro la potenza di un’alba e sanno distinguere un tramonto, ma non dai colori…quei viaggiatori non fanno solo viaggi dall’altra parte della Terra, no, no di certo!
Mentre preparano traversate che seguono piste leggendarie, viaggiano in microcosmi vicini, preziosi e unici.
Viaggiano come farebbero in capo al mondo, per poter godere della strada, del tempo, per far godere i sensi, tutti. Viaggiano attraverso storia e stupefacente bellezza, attraverso tradizioni attaccate alla realtà in cambiamento come serpi alla pietra, vedono popoli e trasformazioni epocali.
Esistono questi luoghi, dove l’uomo preferisce lasciar fare ancora un poco alla natura. I viaggiatori sanno riconoscerli. E li amano. Perchè lì trovano pace.
Prendete la bicicletta, portate l’essenziale, pedalate da casa a Cà Roman come attraversereste i fiordi lungo la Carretera Austral in Patagonia, arrivateci al tramonto, aspettate il buio e la notte.
Sentirete le voci del mare e del vento, vedrete un orizzonte che arriva tanto lontano.
Partirete anche voi, per un lungo, incredibile viaggio.
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DOMATTINA ANDIAMO A VEDERE L’ALBA

DOMATTINA ANDIAMO A VEDERE L’ALBA

Mi piace tanto quando mi dici:” domattina andiamo a vedere l’alba”. Usciamo sempre che è ancora notte fonda.
Per campi e argini arriviamo nel nostro
posto preferito. Non è lontano, in realtà, ma ha la bellezza dei luoghi che fanno sentire in un altro mondo.
Durante l’estate pedalando vediamo le lucciole e ascoltiamo i grilli e godiamo di un alito di vento fresco di passaggio.
In inverno ascoltiamo la galaverna che si crepa sotto le ruote e ci scaldiamo il viso intirizzito con il vapore caldo che esce dalle nostre bocche.
In autunno sentiamo il respiro sempre più lento e stanco della terra, in primavera quello eccitato che ha tutto, di nuovo, in potenza.
Aspettiamo vicini, ogni volta, guardando a oriente, che dalla linea dell’orizzonte esca fuori il sole o, semplicemente, che la Terra accenda la luce. La luce di un altro giorno di meravigliosa vita.

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