SFUMATURE D’AMORE

SFUMATURE D’AMORE

La luce del solitario che le impreziosiva l’anulare della mano sinistra mi abbagliò. Quasi come una pila frontale puntata in faccia, distrattamente, nella notte. Le stava bene. Le sue mani erano perfette. D’istinto guardai le mie e le nascosi. La pelle tesa, le unghie pittate di scuro. Credo fosse un gel, di quelli che si incollano sopra l’unghia naturale e che va rinnovato di tanto in tanto, quando l’unghia cresce o si smangiucchia. Aveva solo due anelli. Nello stesso dito. Il solitario teneva ferma la fede. Mi parlò di loro due, guardando fuori dal finestrino. Eravamo in un deserto immenso. Cinquantamilionidiannifa qui cadde un meteorite che formò un cratere grande come il Molise. Quel giorno capitò lei con me, nella macchina del capospedizione e del suo cane. Quella che ascoltai, fino a quando arrivammo al campo, poteva essere la trama di un film. “…Le sue mani mi sfioravano solo per distribuire carezze…” disse, come se stesse cercando di concludere un romanzo. “…le sue parole, invece” continuò, “avevano dentro lo stomaco, nel punto dove lo sterno finisce e credo ci sia l’anima, e nel cervello, l’effetto dell’acido muriatico. Un esercito di topi con i denti di acciaio. Rimase di me quel poco che riuscii a salvare dalla morte, ma con in potenza la forza disumana per non impazzire e poter continuare a vivere”. 25 novembre, la violenza dalle millemilioni di sfumature.

caterina borgato

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LA WALLY

LA WALLY

L’appuntamento con il Console era questa mattina alle 10. Il 158 passa di fronte a casa. So che devo scendere in William Street, ad un certo numero e salire  sul Gatto Rosso. I Cats di diversi colori sono autobus gratuiti nell’area metropolitana. Saluto l’unica signora che aspetta alla fermata. Capisce che non sono australiana. Mi chiede se sono francese. Sono italiana, I live in Italy, near Venice. Ohhhhhh, io sono di Trieste. La signora Wally sta andando al cimitero. È arrivata in Australia a otto anni…mi racconta la sua vita. Docente universitaria di matematica, in pensione da cinque anni, aveva sempre desiderato cantare. Ora che ha tempo, sta imparando le opere liriche in lingua originale. Quelle che preferisce sono in lingua tedesca. Ha fatto un viaggio in Italia agli inizi degli anni settanta. Arrivata a Parigi dalla terra down under, è atterrata a Milano. Percorrendo tutta la costa dell’intero stivale e della Sicilia, è arrivata a Trieste. Venezia l’ha incantata. Il dialetto, ricorda, assomigliava molto a quello della VeneziaGiulia che sentiva parlare dai suoigenitori quando era bambina. Mi piace tanto Trieste, Signora Wally.
Prima di scendere, scrive il suo nome e il suo numero di telefono con la matita su un pezzetto di carta. Io le dò il mio. Se abitiamo vicine, possiamo vederci ancora. Certo, Wally, sarà un piacere così potrò chiederti tante cose.
Grazie, mi dice, salutandomi…sei la seconda persona da quando sono in Australia che pronuncia correttamente il mio nome: Wally e non Uolly. Ai miei genitori piaceva l’opera La Wally, di Alfredo Catalani.
Buona giornata, è stato un bell’incontro. Ti verrò a trovare presto. Sicuro.

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HELSINKI NON PERVENUTA

HELSINKI NON PERVENUTA

Mio nonno era alto quasi unmetroenovanta. Era bello, sorridente. E generoso.
E’ sempre stato un viaggiatore, per lavoro e per passione. Iniziò a viaggiare da bambino, anche lui, con un paio di zoccoli ai piedi, una lanterna a petrolio in mano, camminando davanti ai due cavalli che trainavano il carro di suo padre carico di scope di saggina. La luce fioca e tremolante serviva per poter avanzare nella nebbia fitta e densa nel cuore umido della Pianura Padana. Partivano insieme dalla campagna cremonese per vendere fino in Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Emilia Romagna.
Negli anni settanta, con la sua Palmira, viaggiò in tutti i paesi oltre i muro di Berlino. Insieme mangiarono pane e gelato in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Russia, Romania, Bulgaria. Erano felici. Si sono amati tantissimo, un amore immenso, vissuto forte e del quale custodisco le lettere.
A mio nonno piacevano l’opera e la musica classica. Era un ballerino eccezionale. Lo invitavano nelle balere e nelle sagre di paese di Cremona e Mantova perchè aprisse le danze quando l’orchestrina iniziava a suonare.
Andò con la Palmira all’Arena e alla Fenice ogni volta che gli fu possibile. E cantò fino a che ebbe voce e speranza.
Quando rientrava, dopo tanti giorni fuori, portava sempre un piccolo dono per tutti: il burro con la mucca, il pane casereccio cucinato a legna e le specialità delle feste.
Restava a casa una settimana. Si alzava presto. Ascoltava sempre la radio per le notizie nazionali e internazionali e dopo i tre secondi scanditi dall’ora esatta, guardava l’orologio e lo regolava. Ascoltava anche le previsioni meteo e le temperature di tutto il mondo. Quando io e mio fratello tornavamo da scuola, ci diceva le temperature più estreme, quelle più calde e quelle più fredde. Il gioco era sapere di quale stato erano le capitali.
Quand’ero bambina non ho mai saputo quale fosse la temperatura minima della capitale della Finlandia.
Alla radio, Helsinki, qui sul Baltico ghiacciato, era sempre “non pervenuta”.

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LA DONNA DEL VENTO

LA DONNA DEL VENTO

Quella sera preparò pasta al limone e zenzero fresco grattuggiato. Aggiunse alla fine i pomodori, quelli piccoli e sodi. Li aveva lasciati insaporire un paio d’ore nel sale marino grezzo, macinato a grani grossi. Usava sempre lo stesso tipo di spaghetti. Solo quelli erano davvero perfetti perchè la loro lunga ruvidezza si avvolgesse completamente di sapore e gusto.Cenarono prima del solito. Da giorni il meteo ne parlava. Era previsto un vento eccezionale, un vento che sarebbe durato tanto, ad intensità alternata. Ma forte. Una condizione di vento veramente rara…“La grande mareggiata da Est”. Così la chiamarono.Sapeva già cosa sarebbe accaduto.Era notte fonda e lo sentì preparare  tutto quello che gli serviva. Aveva materiale adatto a tutte le situazioni, per potersi divertire sempre, più che poteva. Con tutti i tipi di vento, dentro tutti i tipi di onde. Quella poca notte che rimase, passò veloce e turbolenta. Lo sentì irrequieto. Ascoltando bene, sentiva il suo respiro, ma anche il battito delle sue ciglia. Capì, come ogni volta, che non riusciva a dormire e che era già in mezzo al mare. Tutto era pronto. Bastò chiudere le tende e andare. Partirono prima dell’alba, quando lungo la linea tra la terra ancora scura ed il cielo non ancora chiaro, si accendono fasce di colore che sembrano appartenere solo alla capacità divina di goderne. Videro il sole sorgere, lo videro salire, pulsante, un pò prepotente, dove il mondo e il mare finiscono. Sembrava un tramonto, di quelli perfetti, registrato al contrario. Pulsava, come un enorme cuore incandescente. Un altro sole, perfetto, era sciolto nel mare.Lui disse poche parole. Teneva i volante con la mano destra,  con la sinistra tirava i peli della barba. Faceva sempre così, come stesse andando incontro ad una grande emozione. Ogni volta per la prima volta.Non fu breve il viaggio verso sud-est, le strade sterrate e polverose richiesero attenzione e pazienza e tempo. Lei conosceva quei luoghi. Vicini, ma come fossero dall’altra parte del mondo. Luoghi silenziosi, solitari, ancora selvaggi. Li avevano scoperti insieme, e capiti e amati sempre di più. Lo aveva seguito sempre. Ovunque. E, come in ogni giornata di vento, anche quel giorno, partì con lui. Per stargli vicino. Il suo piacere, era piacere anche per lei. Le aveva spiegato tanto di quel mondo, di quel suo immenso desiderio di volare sulle onde. Lei aveva imparato guardandolo. Le tante, imprevedibili, variabili, la preparazione della vela sull’albero, il fissaggio del boma, l’armatura del rig, la ricerca della vela perfetta per i capricci del vento che cala e cresce. Lo guardava mettere insieme, un pezzo dopo l’altro, le sue ali. Conosceva i nomi di ogni singola parte, sapeva come unirli e farli diventare libertà.Avrebbe potuto costruirgliele lei, quelle ali, tante erano le volte che aveva visto e guardato tutto quello che lui faceva. Sempre nello stesso ordine. Come seguisse un rituale. Per lui era un rituale ed aveva la sua spiritualità.Quel giorno le condizioni erano perfette. Sarebbe stata una giornata indimenticabile. Lo avrebbe rivisto al tramonto, lo sapeva. Lo aspettò esattamente lì, dove entrò in acqua spingendo la tavola. Seguì la planata, lo vide lascare per un pò, poi stringere forte e bolinare per rimanere sulla linea del vento. Seguì con gli occhi le planimetrie di quella strana creatura che si allontanava, in volo tra mare e cielo. Vide i suoi piedi spostarsi veloci sulla tavola. Con piccoli movimenti sapeva come domarla, come si fa con una puledra mai cavalcata.. Sembrava potesse decollare, spiccare il volo, da un momento all’altro. Vedeva il suo sguardo cercare nel blu. Lontano.

Sentiva le sue urla di gioia, quell’euforia adrenalinica scatenata da un vento che fa correre tanto forte da desiderare non fermarsi mai più. Provava felicità, guardandolo, la sua stessa felicità, avvolta di polvere di mare, salata e luccicante. Lo vide entrare in un onda, una di quelle lunghe. Pensò da dove potesse essere partita e iniziò anche lei il suo volo immaginario. Lo rivide uscire, come da una lunga galleria trasparente ed entrare in un’altra. Subito dopo. Le aveva raccontato che le onde vanno sempre in serie, non sono mai sole. Lui volava e lei volava con lui.

Passarono sei ore. Nei suoi occhi la forma e i colori della vela non scomparvero mai, anche quando divennero un puntino piccolissimo nell’immensità.

Non aveva mangiato nè bevuto. Per tutto il tempo. Non volse mai lo sguardo altrove, se non lasciandolo immerso in quel mare. Per non perderlo di vista.

Aspettò che rientrasse. Rimase qualche minuto seduto sulla tavola a guardare il mare da un’altra prospettiva. Forse gli doveva parlare o lo doveva solo ascoltare. Solo dopo questa pausa raggiunse riva. Disidratato, con le mani piagate, le labbra viola e la pelle d’oca. Ma felice. “Oggi mi sembrava di volare”. A lei, la donna del vento, questo bastava.

Condivisero pane e formaggio e una moka di caffè bevuta, un sorso ciascuno, nella stessa tazza alaskana. Questo semplice, meraviglioso mondo, il mondo del mare e del vento, del sogno del volo, li univa senza che fossero uniti. Lei era per lui come la pinna per un surf.

Ci vuole tanto, tanto vento…sempre.

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MOKE IN VIAGGIO

MOKE IN VIAGGIO

Le mie moke guerriere, le mie moke combattenti. Se potessero raccontare, vi incanterebbero. Hanno viaggiato tanto, si sono ammaccate e annerite, hanno filtrato polvere di caffè di tutto il mondo, scaldate col fuoco del gas di bombole sopravvissute all’impossibile, col fuoco di legna e di sterco secco. Hanno profumato l’aria in posti che sembravano non essere sulla terra. Hanno fatto sentire casa a chi a casa non era. Vado, è ora del caffè e se passate di qui…un caffè ve lo offro volentieri.

C’E’ TUTTO PER UN RACCONTO

 C’E’ TUTTO PER UN RACCONTO

Anni fa seguii un workshop con un fotografo italiano, uno bravo, conosciuto.
Nei preamboli iniziali chiese ad ognuno dei partecipanti il motivo dell’interesse. L’ordine espositivo, partendo da lui che stava a mezzanotte, andò in senso anti orario. Io ero a metà, alle ore sei, esattamente di fronte.
L’argomento era il fotoreportage, in tutti i suoi aspetti. Bellissimo.
Conoscevo il guru, avevo scritto per lui, onorata, in pieno agosto di anni prima, un bell’articolo che fu pubblicato in una rivista cartacea. Parlava di terre leggendarie e di vento.
Quando esposi lo slancio che mi aveva fatto desiderare essere lì, gli si rizzarono i capelli in testa. Dissi, serafica, che la fotografia, per me, era sempre stata un completamento e all’opposto, l’elemento scatenante di una danza di parole, di pensieri, di piccoli viaggi, di cortometraggi emozionali, dai quali poi traevo alimento per provare a scrivere.
Non gli piacque, per niente, quella risposta. Intesi forte il suo disagio. Ma quello veramente era stato ed è rimasto ancora il mio interesse principale: due capacità espressive meravigliose funzionali l’una all’altra. Io in quello che desidero fotografare leggo già il mio racconto. In quello che ho già fotografato pure.
Con tutti i miei tanti limiti, nella tecnica fotografica e in quella di scrittura.
Tutta questa tiritera per dire che nella fotografia che ho pubblicato c’è qualche cosa di fantastico da raccontare: storie di generazioni di uomini, storie di coraggio, di voli con la consapevolezza di riuscire comunque a planare senza essere albatros, storie di vite in viaggio e di ritorni a casa. Guardate i particolari, ce ne sono centinaia…tutti ruotano attorno ad un’unica realtà: credere, con tutto il cuore, che le cose fatte con amore e passione sono le migliori. Potrei parlarvi dell’odore di gomma, di mani da pianista spalmate di olio nero di catena, delle pietre del pavimento, belle come i masegni di Venezia, di gioielli ” tutti bellissimi, tecnicamente perfetti”, che, usciti da lì, vanno in giro per il mondo.
È per tutta questa ricchezza, che è magia, che scrivo quando vedo storie.
Se sono troppo lunghe, se non piacciono…go ahead.

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