AMORE IN VIAGGIO

Mi piace viaggiare in treno. Si entra nello spazio ad una velocità che permette di guardare fuori dal finestrino, di vedere, di ricordare. Anche volando si vede meraviglia, ma la consapevolezza dell’infinita piccolezza umana è troppo grande guardando giù. Ricordo l’immensa terra sovietica, in un viaggio di ritorno dalla Mongolia alla Russia, l’unica volta che l’attraversai con la luce del giorno…dal cielo mi sembrò bellissima ed io mi sentii il nulla.
Mi piacciono le stazioni. Luoghi di arrivo, di partenza, di passaggio. Mi piace, prima di partire, mettermi in disparte, defilata e stare a guardare. Spettatrice di un brevissimo cortometraggio sulla vita di tutta l’umanità, in un luogo qualunque, un giorno qualsiasi. Mi piace osservare l’eterna corsa contro il tempo, l’immenso peso delle cose di cui non si riesce a fare a meno, la fame e la sete che potrebbero essere insopportabili durante il viaggio.
Ma soprattutto mi piacciono le stazioni perchè sono luogo di incontro, di saluti, di parole, di promesse d’amore. L’amore viaggia sui binari, a velocità regionale, ad alta velocità, a giorni fissi, a settimane alternate, in giornate rubate. L’amore viaggia sui treni di nascosto.
L’amore nelle stazioni è un bacio appassionato mentre il treno si avvicina a velocità scientifica alla fine del binario, è un abbraccio stretto che unisce i cuori, le anime, oltre che i corpi, è parole sussurrate come se fossero le ultime da potersi dire, è un bacio mandato con il vento prima che la porta si chiuda, è il palmo di due mani appiccicate al vetro del finestrino. Una lastra fredda riesce a separare la storia di due vite. È il bisogno di vedere un sogno ancora per tanto tempo, fermo immobile, sempre lì, nel posto dell’ultimo saluto, vederlo diventare un puntino e poi, inevitabilmente, scomparire. È il per sempre in un messaggio che arriva dopo pochi minuti, è le promesse scritte su una fotografia che arriva via etere. È la telefonata che fa compagnia fino alla stazione di arrivo.
Mi piacciono le stazioni, sono luoghi dove i viaggi iniziano, passano, finisco.
Viaggiare è come amare e i grandi viaggi, come le grandi, vere, storie d’amore, non hanno mai una vera fine.

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NAVIGANDO SULLA ROTTA DI SOCOTRA

NAVIGANDO SULLA ROTTA DI SOCOTRA

Lui era ancora un “capitano di lungo corso”.
In pensione da tanti anni. Aveva tanti anni.
Ogni tanto ci incontravamo, di corsa, lungo percorsi comuni.
Era alto. Un passo dei suoi era due dei miei. Correvamo con quel ritmo che permette di raccontarsela e non schiattare.
Io ogni tanto partivo, sparivo e tornavo.
Solo una volta mi chiese perchè non mi aveva più vista. Gli raccontai che lavoravo in giro per il mondo.
Come fa la palla del mondo quando si apre Google Earth, lui, in un tempo più breve di un battito di ciglia, ritornò in quella parte di oceano che tante volte aveva attraversato. Il nome che pronunciai gli illuminò gli occhi, gli aprì il sorriso, come mai avevo visto prima.
Pensavo che dopo Marco Polo, nessuno avesse più creduto alle leggende, per me così vere, ascoltate raccontare da altri viaggiatori, poeti, incantatori, sognatori in viaggio. Mi sbagliavo. Quella zattera galleggiante staccatasi dal continente africano e alla deriva verso oriente in quel tratto di abisso, non aveva cambiato mai, in tanti secoli, la sua fama.
Irraggiungibile per i forti venti era conosciuta come una delle terre più isolate del pianeta.
Per magia scompariva alla vista dei marinai, e poi ricompariva.
Le sue cime, che forse avevano assistito all’emergere dei tetti del mondo, anche lui le vide sempre avvolte da nuvole tempestose. Come Il viaggiatore veneziano.
Mai aveva avuto un porto, neanche ai tempi dei Greci che arrivarono lì per acquistare aloe e tentare di conquistarne il monopolio. Tutte le navi, per approvvigionare acqua dolce, rimanevano ancorate alla fonda. Anche nel XX secolo.
Gli capitò di lasciare il suo immenso bastimento e di raggiungere terra. Capì che era proprio l’angolo di paradiso di cui aveva tanto letto e che, per davvero, era abitata solo da donne.
I due mesi prima del monsone gli uomini erano tutti in mare.
Lo feci ritornare ragazzo, lui mi fece viaggiare, senza toccare terra, in quel mondo che è stato la mia casa.
“Signore e signori, è il comandante che vi parla. Non è garantito l’atterraggio nell’isola a causa del fortissimo vento da Sud-Ovest. Tenteremo l’impossibile”.
Era il terzo tentativo, il terzo volo dal continente. Il terzo giorno che volavo tra il cielo e questa convulsione acquatica.
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C’E’ TUTTO PER UN RACCONTO

 C’E’ TUTTO PER UN RACCONTO

Anni fa seguii un workshop con un fotografo italiano, uno bravo, conosciuto.
Nei preamboli iniziali chiese ad ognuno dei partecipanti il motivo dell’interesse. L’ordine espositivo, partendo da lui che stava a mezzanotte, andò in senso anti orario. Io ero a metà, alle ore sei, esattamente di fronte.
L’argomento era il fotoreportage, in tutti i suoi aspetti. Bellissimo.
Conoscevo il guru, avevo scritto per lui, onorata, in pieno agosto di anni prima, un bell’articolo che fu pubblicato in una rivista cartacea. Parlava di terre leggendarie e di vento.
Quando esposi lo slancio che mi aveva fatto desiderare essere lì, gli si rizzarono i capelli in testa. Dissi, serafica, che la fotografia, per me, era sempre stata un completamento e all’opposto, l’elemento scatenante di una danza di parole, di pensieri, di piccoli viaggi, di cortometraggi emozionali, dai quali poi traevo alimento per provare a scrivere.
Non gli piacque, per niente, quella risposta. Intesi forte il suo disagio. Ma quello veramente era stato ed è rimasto ancora il mio interesse principale: due capacità espressive meravigliose funzionali l’una all’altra. Io in quello che desidero fotografare leggo già il mio racconto. In quello che ho già fotografato pure.
Con tutti i miei tanti limiti, nella tecnica fotografica e in quella di scrittura.
Tutta questa tiritera per dire che nella fotografia che ho pubblicato c’è qualche cosa di fantastico da raccontare: storie di generazioni di uomini, storie di coraggio, di voli con la consapevolezza di riuscire comunque a planare senza essere albatros, storie di vite in viaggio e di ritorni a casa. Guardate i particolari, ce ne sono centinaia…tutti ruotano attorno ad un’unica realtà: credere, con tutto il cuore, che le cose fatte con amore e passione sono le migliori. Potrei parlarvi dell’odore di gomma, di mani da pianista spalmate di olio nero di catena, delle pietre del pavimento, belle come i masegni di Venezia, di gioielli ” tutti bellissimi, tecnicamente perfetti”, che, usciti da lì, vanno in giro per il mondo.
È per tutta questa ricchezza, che è magia, che scrivo quando vedo storie.
Se sono troppo lunghe, se non piacciono…go ahead.

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VIAGGIO IN NORMANDIA

VIAGGIO IN NORMANDIA

Camminavano vicini sull’erba bagnata, in silenzio. Erano scalzi. I loro passi li sentiva solo la Terra. Il piegarsi spugnoso degli steli sotto i piedi. Ogni respiro era aria densa e salata.
Polvere di mare vaporizzata e umida sulla pelle e nelle narici,
salata sulle labbra.
Quell’aria confondeva, come fa la nebbia, la linea infinitamente lontana dell’orizzonte, unendo, in un unico elemento, la superficie scura e liquida e il cielo. Neanche il colore distingueva i due elementi. Perchè, a volte, anche un cielo può essere l’abisso.
Novemilatrecentottantasette croci, novemilatrecentottantasette corpi. Una sola data di morte: seigiugnomillenovecentoquarantaquattro
Numeri e lettere incisi su croci e su stelle di David di pietra liscia bianca. Infinitamente bianca.
Morti, tutti, in quell’acqua d’acciaio, sotto quel cielo di fumo e di fuoco, in quei sei chilometri di spiaggia, nei duecentosettantacinque metri tra il mare e la scogliera. Morti sparati, morti annegati, tirati giù, nel fondo di un oceano, che lì profondo non era.
Camminavano in silenzio, un padre e un figlio. Guardavano, dal prato del riposo eterno, lo spazio che, quella mattina, quello stesso giorno, fu l’inferno.
Non dissero una parola, mai, per tutto il tempo. Sapevano perchè erano in viaggio, perchè lì, insieme.
Scesero fino al mare, lungo un sentiero scavato nella roccia della scogliera.
Il vento salato aveva creato e dato forma a basse dune. Milioni di granelli luccicanti color miele scuro. Sulla sabbia, dove riescono ad arrivare l’eterno e ritmico stiracchiarsi delle onde e la forza variabile dell’altezza della marea, era disegnata una lunga linea irregolare fatta di alghe aggrovigliate a pezzi di legno, sfasciumi vegetali intrappolati in brandelli di reti come ne fossero preda, intrecciati, annodati, ammonticchiati arrivati chissà quando da chissà dove, sopravvissuti alla potenza del mare e a quella dell’acqua. Solo questo e sabbia fina, lavata dal colore denso del sangue, purificata dal suo odore mortale.
Il padre chiese più volte, come non riuscisse a crederci veramente, se fosse proprio quella la spiaggia di quel giorno di giugno. Di quel martedì mattina. Si fermò, rimase a guardare il mare. Da solo. Non so se lo respirasse, se gli parlasse, se semplicemente lo stesse a guardare o ad ascoltare.
Separarono lì il loro cammino per un tempo che non so dire.
Il figlio si avvicinò ad un uomo che avevano già visto da lontano.
In ginocchio, nella sabbia, sembrava voler sciogliere i nodi e gli intrecci di quelle matasse vegetali spiaggiate disordinatamente e arrivate dal passato. Vestiti scuri, scarpe grosse di cuoio impolverate con la gomma del tacco consumata. Profumava di brillantina, un misto di legno di sandalo e ambra grigia. Separava delicatamente i pezzi, come volesse disfare nodi antichi, come si farebbe con avanzi di spago messi alla rinfusa, tutti insieme, in un cassetto.
“Aiutami”, disse, senza alzare lo sguardo, neanche per capire chi fosse il forestiero fermo vicino a lui, “aiutami se puoi a cercare dei fili di lana”. Non aggiunse altro, solo che avrebbe potuto trovarli di colore bianco, rosso, nero o marrone chiaro.
Si spostarono camminando di matassa in matassa. Trascorse del tempo prima che quell’uomo iniziasse di nuovo a parlare.
Raccontò che in un’altra vita, il seigiugnodelquarantaquattro, insieme a duemila uomini, in piedi, in perfetto silenzio, attese il primo raggio di luce e sbarcò su quella spiaggia. Nella gran confusione, prima di raggiungere terra, camminando con l’acqua fin quasi alla gola per riuscire a nascondersi dietro ad un tank, abbandonò il suo impermeabile. Era di quello, il suo tanto amato impermeabile, che cercava i pezzi, restituiti, forse, dal mare.
Insieme, con le ginocchia sprofondate nella sabbia umida, continuarono a sciogliere quegli spettinati intrecci intrecciati, infilandoci dentro le dita con le unghie ormai piene di sabbia.
Come erano diverse le loro belle mani, le loro dita!
“Sai, in un’altra vita vivevo per la fotografia, vivevo per documentare. Capii che documentando l’attimo, mostrando anche una piccola parte di verità, avrei dato un senso alla mia vita. E per quello che so fare, avrei potuto essere utile agli altri, a tutti quelli che non c’erano, aiutandoli a comprendere.
Vidi e vissi cinque guerre in prima linea. La guerra mi attraeva così tanto da desiderare esserne partecipe per poterne vedere e vivere l’orrore. Per poterlo fotografare. E renderlo più umano.
Avevo coraggio, oh sì, avevo tanto coraggio. Forse uscivo dal mio corpo, dal mio pensiero, non so bene. O forse ho solo sfidato la vita”.
Li raggiunse il padre. Una mano in tasca del giubbotto leggero color avana, con l’altra teneva le scarpe. Capiva poco la loro conversazione in inglese. Nella visibile incredulità della situazione che stava vivendo, ascoltava e di tanto in tanto annuiva ad alta voce dicendo: “yes, oh yes” . Il figlio lo guardò. Quello sguardo fu come un abbraccio immenso. Mai si erano vissuti come in quei giorni in viaggio. Per questo sentì grande felicità.
“Ho incontrato tante altre vite”, riprese l’uomo parlando direttamente al figlio e guardandolo per la prima volta, “alcune le ho conosciute, altre no, alcune sono entrate nella mia vita, l’hanno attraversata, altre l’hanno appena sfiorata. O forse neanche questo. È sempre stata questione di un attimo. In quell’attimo, tra proseguire diritto o deviare, spesso si giocava la mia esistenza…e quella di chi avevo vicino.
Una donna, una combattente, coraggio e dolcezza erano due guerrieri che la sostennero per tutta la sua breve vita. Una vita fatta di slanci. Lei, sola, capì chi io veramente fossi, capì il mio talento e lo accese, lo illuminò, mi incoraggiò ad osare, a non avere paura, ad andare sempre un pò più avanti, un po’ più vicino. Lei inventò quello che io fui, quello di cui io, ora, sto cercando i pezzi, insieme a voi. Da lei imparai a scrivere le mie fotografie, lei imparò da me a fotografare la verità che voleva raccontare. Lei mi insegnò la bellezza e l’amore, mi insegnò ad amare la gente e a farlo capire”.
Pronunciò le ultime parole congedandosi lentamente da loro. Senza fermarsi, accennò un saluto con la mano e continuò a camminare oltre l’orizzonte tra la sabbia e la linea delle onde.
Lo guardarono andare, seduti su una bassa duna. Non riuscirono a dirsi niente. Un “grazie”, sottovoce, attraversò i loro corpi e li unì come un cordone ombelicale invisibile. Era solo una parola, enorme e leggera. Il vento la prese e ls portò con sé, per sempre.

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DOMATTINA ANDIAMO A VEDERE L’ALBA

DOMATTINA ANDIAMO A VEDERE L’ALBA

Mi piace tanto quando mi dici:” domattina andiamo a vedere l’alba”. Usciamo sempre che è ancora notte fonda.
Per campi e argini arriviamo nel nostro
posto preferito. Non è lontano, in realtà, ma ha la bellezza dei luoghi che fanno sentire in un altro mondo.
Durante l’estate pedalando vediamo le lucciole e ascoltiamo i grilli e godiamo di un alito di vento fresco di passaggio.
In inverno ascoltiamo la galaverna che si crepa sotto le ruote e ci scaldiamo il viso intirizzito con il vapore caldo che esce dalle nostre bocche.
In autunno sentiamo il respiro sempre più lento e stanco della terra, in primavera quello eccitato che ha tutto, di nuovo, in potenza.
Aspettiamo vicini, ogni volta, guardando a oriente, che dalla linea dell’orizzonte esca fuori il sole o, semplicemente, che la Terra accenda la luce. La luce di un altro giorno di meravigliosa vita.

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