LA AL-RAWDA E’ RIPARTITA

LA AL-RAWDAH E’ RIPARTITA

Un viaggio su un anave cargo. È un altro dei miei sogni…I porti sono posti magici. Ho percorso tante volte quella viabilità fatta di quadre come la centuriazione romana qui in campagna o come quella di tutti i paesi in Patagonia. A Fremantle, in Western Australia, c’erano muri di container. A destra e a sinistra, fino al prossimo incrocio. Muri a quadri e rettangoli, spazio colorato da riempire e trasportare. Ho aspettato sei mesi che arrivasse una cassa piena di libri, lasciata a Sana’a per cinque anni e  imbarcata nel porto di Al-Hodayda dopo un viaggio, nel cassone di un pick-up, attraverso le alte montagne, giù verso la Tihama. Ora è qui. Bellissima. Quella volta le fecero fare il giro di mezzo mondo. Mi immagino così il nostro cervello. Spazi più o meno ordinati, pieni di tutto quello che siamo e che viviamo. È sempre tutto lì, in verità, tutto, ma i container più in basso sono quelli dove ci sono le cose al trapassato remoto e con tempi di verbi antichi, ormai in disuso, quelle che abbiamo messo in naftalina, sentendo il sollievo della leggerezza per non averle più tra i piedi nei luoghi emozionali dove viviamo. Dove ora viviamo.  Cose che, forse, ricordiamo solo qualche volta, per caso, di aver pensato, di aver vissuto. Di aver detto. I pensieri, gli attimi di vita, le parole sembrano sempre non avere peso.

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ALL’AUSTRALIA

ALL’AUSTRALIA

Australia…c’è potenza immensa in tutto il  tuo spazio. Uno spazio che travolge, avvolge e sconvolge.
Porto con me un pò della tua luce, così pulita, trasparente e limpida, un pò del tuo sole, a volte impietoso, un pò di brillantezza del tuo cielo sempre sereno. Solo in Tibet ricordo di aver visto cieli come quelli d’Australia. Porto con me un pò del candore di quelle nuvole galleggianti che hanno scatenato per giorni la mia fervida e ingestibile fantasia e sono state, per me, come sono le stelle per i marinai. Porto con me i tramonti, tutti quelli che ho visto, la loro ineguagliabile magia…uno spettacolo che sembrava l’idea geniale di un coreografo del colore, pazzoide e innamorato. Porto a casa la luce pulsante della stella del sud che ho cercato e guardato tante volte, un pò bassa, nel cielo delle notti lontano, fuori dalla verticale fluorescenza artificiale della città.
Mi porto via, addosso, e lo tengo dentro, fino a casa, il calore del tuo vento. La  forza del suo, non sempre, delicato abbraccio. Il suo odore…di mare, di sale, di intrecci intrecciati di alghe stanche morte, abbandonate a riva dalle onde, di sole, di polvere, di terra bruciata, di legno secco, di stoppie giallo oro. Sentivo l’odore dei miei ricordi in quel vento. E quello dei miei sogni.  L’odore di un tempo diverso, come di un altra epoca, più lento e, forse, più vivibile.
Io ho manico col vento…ne ho sentito addosso di tutti i tipi. Quello che mi ha fatto stare bene e quello che mi ha  riempito gli occhi e la bocca di polvere. Quello australiano, nella terra tutta ad occidente, che si affaccia verso l’Africa e confina con l’immensità liquida, è un vento di terre estreme. Lentamente perde la voce ruggente dell’immenso mare e riempie, con il suo canto, il silenzio profondo dell’outback.
Mi porto a casa il gusto della polvere, la sua invisibile consistenza, il suo profumo di ferro. Un borotalco etereo, rosso scuro, che ha disegnato forme  sulla mia pelle, è rimasto per giorni tra i miei capelli, sotto le unghie, tra le dita.  Ha colorato le mie ciglia, si è spalmato sul mio viso. Era nelle rughe intorno ai miei occhi che hanno visto tutto questo spettacolo.
Mi porto a casa il profumo fresco delle foglie di eucalipto, uniche figure verticali, oltre ai fari affacciati sull’oceano, sinuosamente danzanti, ogni tanto, all’orizzonte. Quello degli alberi morti stecchiti, quello dei cespugli che proteggevano nidi e delle erbe secche. Quello del caffè. Di tutti i long black coffee fumanti che ho bevuto insieme ai camionisti scalzi nelle roadhouse perse nel nulla. Unici viaggiatori insieme a me. Avrei voluto dire loro: portatemi con voi, nei vostri lunghi viaggi lungo le strade polverose di questa terra, isola fluttuante tra due abissi blu cobalto. Porto anche quello dei caffè che mi sono preparata in posti da brividi e che sapevano di sale.
Mi porto il significato prezioso dei sogni fatti in una macchina come casa. Scegliendo di fermarmi, per la notte, nel miglior posto che avrei mai potuto trovare.
Mi porto a casa il valore sacro di quegli spazi vuoti, che non finiscono mai, anche dopo l’orizzonte più lontano che si possa immaginare, che io ho raggiunto e superato. E che continua, ancora e ancora. Tutto ha la magia dei luoghi che piacciono a me, dove la fatica del vivere e del saper vivere, lontano da tutto, lontano da tutti, fa diventare gli esseri umani differenti. Lì c’è forte il valore invulnerabile di sentirsi vivi perchè si è. Perchè si è lì. E basta. Forse si impazzisce anche un pò, ma è meglio della nevrosi dello stress cittadino che porta il male di vivere.
Porto a casa il ricordo degli australiani incontrati, le loro incredibili storie, di immigrati, di rifugiati, di avventurieri e sognatori. La generosità genuina che mi hanno dimostrato. I loro sorrisi e saluti, fermi ai semafori mentre aspettavo l’autobus, vestita di fiori e di baci.
Quello degli italiani d’Australia, che hanno fatto fortuna negli anni delle vele piene di vento e dell’Aga Khan, che hanno deciso di cambiare vita, giovani coraggiosi con le mani sporche di olio di catena di bicicletta entusiasti e sognatori. Mi porto il ricordo anche di quelli che lì non trovano più pace, ma che non la troverebbero da nessuna parte. La loro vita sarebbe, ovunque, una corsa ad ostacoli.
In Australia ho vissuto, quasi violenta, l’emozione della libertà.
Non la libertá che tutti pensano…faccio quello che voglio, non ho impegni e  legami, ho tempo, prendo, parto e vado dove voglio, non la semplice libertà da “vincoli” che sono quelli normali, quotidiani, scelti e consapevoli, di ogni essere umano. Più o meno. No, non quella.
Il significato di liberà che ho provato è più nobile, più profondo, appartiene alle sfere alte del sentire. E, soprattutto, è indipendente da stato e condizione sociale e dalla materialità dello spostarsi fisico. È una libertà di testa, di cuore, di “anima”.
In quegli spazi, con quei colori e quella luce io ero spazio, io ero colore e luce.
Ero il luogo stesso. Non sentivo mi appartenessero sembianze umane e umanizzanti, ma solo quelle della vita. Potevo essere un altro essere vivente, ma anche l’oceano, le onde, la terra, la polvere. Il vento.

 

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MOKE IN VIAGGIO

MOKE IN VIAGGIO

Le mie moke guerriere, le mie moke combattenti. Se potessero raccontare, vi incanterebbero. Hanno viaggiato tanto, si sono ammaccate e annerite, hanno filtrato polvere di caffè di tutto il mondo, scaldate col fuoco del gas di bombole sopravvissute all’impossibile, col fuoco di legna e di sterco secco. Hanno profumato l’aria in posti che sembravano non essere sulla terra. Hanno fatto sentire casa a chi a casa non era. Vado, è ora del caffè e se passate di qui…un caffè ve lo offro volentieri.

C’E’ TUTTO PER UN RACCONTO

 C’E’ TUTTO PER UN RACCONTO

Anni fa seguii un workshop con un fotografo italiano, uno bravo, conosciuto.
Nei preamboli iniziali chiese ad ognuno dei partecipanti il motivo dell’interesse. L’ordine espositivo, partendo da lui che stava a mezzanotte, andò in senso anti orario. Io ero a metà, alle ore sei, esattamente di fronte.
L’argomento era il fotoreportage, in tutti i suoi aspetti. Bellissimo.
Conoscevo il guru, avevo scritto per lui, onorata, in pieno agosto di anni prima, un bell’articolo che fu pubblicato in una rivista cartacea. Parlava di terre leggendarie e di vento.
Quando esposi lo slancio che mi aveva fatto desiderare essere lì, gli si rizzarono i capelli in testa. Dissi, serafica, che la fotografia, per me, era sempre stata un completamento e all’opposto, l’elemento scatenante di una danza di parole, di pensieri, di piccoli viaggi, di cortometraggi emozionali, dai quali poi traevo alimento per provare a scrivere.
Non gli piacque, per niente, quella risposta. Intesi forte il suo disagio. Ma quello veramente era stato ed è rimasto ancora il mio interesse principale: due capacità espressive meravigliose funzionali l’una all’altra. Io in quello che desidero fotografare leggo già il mio racconto. In quello che ho già fotografato pure.
Con tutti i miei tanti limiti, nella tecnica fotografica e in quella di scrittura.
Tutta questa tiritera per dire che nella fotografia che ho pubblicato c’è qualche cosa di fantastico da raccontare: storie di generazioni di uomini, storie di coraggio, di voli con la consapevolezza di riuscire comunque a planare senza essere albatros, storie di vite in viaggio e di ritorni a casa. Guardate i particolari, ce ne sono centinaia…tutti ruotano attorno ad un’unica realtà: credere, con tutto il cuore, che le cose fatte con amore e passione sono le migliori. Potrei parlarvi dell’odore di gomma, di mani da pianista spalmate di olio nero di catena, delle pietre del pavimento, belle come i masegni di Venezia, di gioielli ” tutti bellissimi, tecnicamente perfetti”, che, usciti da lì, vanno in giro per il mondo.
È per tutta questa ricchezza, che è magia, che scrivo quando vedo storie.
Se sono troppo lunghe, se non piacciono…go ahead.

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SURFISTI DI LAGUNA

SURFISTI DI LAGUNA

In un’altra vita. Ero di qua per caso, a raccogliere tonnellate di plastica. Ero sempre stata di là, li vedevo dal finestrino del treno.
Ve la dedico, surfisti di laguna! Alla vostra passione, alla vostra pazienza…alle attese infinite del vento giusto, alle vostre geometrie tra aria e acqua, alla vostra leggerezza.

caterinaborgato