LA MAGIA DEL CAFFE’

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“Buonasera signore, mi scusi, dove potrei dormire questa notte?”

L’uomo rispose al saluto in italiano con accento tedesco molto forte e con la mano indicò il prato che entrambi avevamo di fronte. “Signore, la ringrazio, ma oltre all’erba, non ci sarebbe un posto un pò isolato dall’umidità…piove da questa mattina e io ho solo il saccopiuma e un telo termico”. L’uomo, mi disse di aspettare. Si allontanò. Indossava una salopette di jeans, una camicia di flanella a quadri marroni e beige, le ciabatte tedesche per definizione. Color moka, le mie preferite. Non mi ricordo bene, ma credo avesse anche un cappello in testa.

Lo vidi entrare e dopo poco uscire dal locale che gestiva. Mi chiamò e mi disse di seguirlo dietro la casa. “Qui starai bene”.

Spostò sedie e tavoli trascinandoli sul pavimento di legno grezzo. Mi fece spazio sotto una tettoia che guardava il fiume. Sentivo l’odore del legno e il rumore dell’acqua.

Si allontanò ancora e tornò abbracciando dei grandi sacchi di yuta da caffè, quelli che, viaggiando per il mondo, lasciano dall’antichità la scia di profumo più buona che esista, oltre a quella del pane fresco. Li buttò per terra. Si alzò una nuvola di polvere.

“Con questi starai più comoda e riposerai meglio”. Li distesi e lisciandoli bene con le mani, uno ad uno, lessi le scritte nere stampate: Plus Cafè product of Guatemala, India robusta decaffeinato, Ethiopia Washeo arabica e poi caffè dallo Yemen, dal Kenia, dal Brasile.

Mi preparai per la notte. Sistemai la bicicletta e distesi il sacco piuma sulle tavole del pavimento, sopra lo strato di sacchi di caffè.

“Il bagno non sarà pulito, oggi è passata tanta gente, dovrai adattarti e domattina non arriverò prima delle otto, mi dispiace non poterti preparare la colazione. Buon riposo”.

“Buonanotte signore, grazie di cuore.”

Mi ricordo bene quella notte. La ricorderò sempre. Per tutto.

La prima uscita con la Fargo, l’aroma delicato di caffè di mezzo mondo che profumava l’aria, la gentilezza del signore in salopette di jeans che mi ha fatto sentire una regina.

POINT QUOBBA

POINT QUOBBA

A Point Quobba non ci vanno in tanti. Bisogna desiderarlo. È conosciuto per essere la sheep station più lontana e occidentale in tutta l’Australia. Qui, negli anni d’oro, portavano le pecore a tosare. Migliaia di pecore, montagne di lana. Quella notte mi fermai a dormire, nella casa di lamiera numero 41. Arrivai quasi al tramonto di una giornata che trascorse senza sole. Il colore delle nuvole era quello di un cielo pieno di battaglie tra titani. Aveva smesso anche di piovere.  Non ero l’unica ad aver raggiunto Point Quobba. Trovai un fuoco acceso. Due uomini, padre e figlio. Mi raccontarono…H.M.A.S. Sydney II vs Kormoran. 19 Novembre 1941. Tra gli australiani nessun superstite. 645 uomini a bordo, tutti morti. Tra i tedeschi solo 81 scomparvero tra le onde dell’Oceano Indiano. Gli altri si salvarono. Dalle testimonianze che ho letto, forse, avrebbero preferito morire. I relitti rimasero nascosti per sessantasetteanni. Il padre e il figlio erano qui per un saluto…un poco avanti, dove la strada si fa più scarruppata, dopo il cartello che avverte gli innamorati delle onde e del vento “King Waves Kill”, c’è un cippo, alla memoria. Pensai alla trama di in uno dei miei racconti…”Sapevano perchè erano in viaggio, perchè lì, insieme”.

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SFUMATURE D’AMORE

SFUMATURE D’AMORE

La luce del solitario che le impreziosiva l’anulare della mano sinistra mi abbagliò. Quasi come una pila frontale puntata in faccia, distrattamente, nella notte. Le stava bene. Le sue mani erano perfette. D’istinto guardai le mie e le nascosi. La pelle tesa, le unghie pittate di scuro. Credo fosse un gel, di quelli che si incollano sopra l’unghia naturale e che va rinnovato di tanto in tanto, quando l’unghia cresce o si smangiucchia. Aveva solo due anelli. Nello stesso dito. Il solitario teneva ferma la fede. Mi parlò di loro due, guardando fuori dal finestrino. Eravamo in un deserto immenso. Cinquantamilionidiannifa qui cadde un meteorite che formò un cratere grande come il Molise. Quel giorno capitò lei con me, nella macchina del capospedizione e del suo cane. Quella che ascoltai, fino a quando arrivammo al campo, poteva essere la trama di un film. “…Le sue mani mi sfioravano solo per distribuire carezze…” disse, come se stesse cercando di concludere un romanzo. “…le sue parole, invece” continuò, “avevano dentro lo stomaco, nel punto dove lo sterno finisce e credo ci sia l’anima, e nel cervello, l’effetto dell’acido muriatico. Un esercito di topi con i denti di acciaio. Rimase di me quel poco che riuscii a salvare dalla morte, ma con in potenza la forza disumana per non impazzire e poter continuare a vivere”. 25 novembre, la violenza dalle millemilioni di sfumature.

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LA WALLY

LA WALLY

L’appuntamento con il Console era questa mattina alle 10. Il 158 passa di fronte a casa. So che devo scendere in William Street, ad un certo numero e salire  sul Gatto Rosso. I Cats di diversi colori sono autobus gratuiti nell’area metropolitana. Saluto l’unica signora che aspetta alla fermata. Capisce che non sono australiana. Mi chiede se sono francese. Sono italiana, I live in Italy, near Venice. Ohhhhhh, io sono di Trieste. La signora Wally sta andando al cimitero. È arrivata in Australia a otto anni…mi racconta la sua vita. Docente universitaria di matematica, in pensione da cinque anni, aveva sempre desiderato cantare. Ora che ha tempo, sta imparando le opere liriche in lingua originale. Quelle che preferisce sono in lingua tedesca. Ha fatto un viaggio in Italia agli inizi degli anni settanta. Arrivata a Parigi dalla terra down under, è atterrata a Milano. Percorrendo tutta la costa dell’intero stivale e della Sicilia, è arrivata a Trieste. Venezia l’ha incantata. Il dialetto, ricorda, assomigliava molto a quello della VeneziaGiulia che sentiva parlare dai suoigenitori quando era bambina. Mi piace tanto Trieste, Signora Wally.
Prima di scendere, scrive il suo nome e il suo numero di telefono con la matita su un pezzetto di carta. Io le dò il mio. Se abitiamo vicine, possiamo vederci ancora. Certo, Wally, sarà un piacere così potrò chiederti tante cose.
Grazie, mi dice, salutandomi…sei la seconda persona da quando sono in Australia che pronuncia correttamente il mio nome: Wally e non Uolly. Ai miei genitori piaceva l’opera La Wally, di Alfredo Catalani.
Buona giornata, è stato un bell’incontro. Ti verrò a trovare presto. Sicuro.

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Marianna – Alessandro – Nicola, tre di MELANERA

Marianna – Alessandro – Nicola, tre di MELANERA

E’ stato il nome della loro barca a vela ad incuriosirmi. A farmi scoprire la storia di una famiglia estesa, di generazioni unite, che durante l’estate vive in mezzo al mare. Di una grande famiglia che ha un rapporto di fratellanza con l’immenso, affascinante, liquido e profondo blu, quello stesso rapporto intimo che si costruisce piano piano con un amico con cui si condividono periodi belli della vita. Un amico sempre in attesa che si torni a trovarlo e che si desidera incontrare e rivedere dopo tanto tempo trascorso senza essere vicini. Un amico che si impara a conoscere, un pò alla volta. Di cui ci si fida anche un pò alla volta. Solo dopo aver capito che conviverci, comprenderne il carattere ed affrontarlo è solo questione di tempo e di sensibilità che lentamente si raffina e che aiuta ad interpretare i diversi colori di cui si veste, la calma piatta che lo fa sembrare stanco, la forma delle onde che lo arricchiscono, vere opere d’arte di schiuma di acqua e sale, la loro direzione, l’intensità del vento che a volte lo accarezza, a volte lo agita…creste, flutti, riccioli e ghirigori, energia pura, che senza sosta, senza fine, sale e scende e solo infrangendosi diventa materia. Ogni volta con suoni diversi, che diventano la sua voce: i canti del mare. Un amico che si ama incondizionatamente anche per il continuo e costante impegno, sempre ampiamente ripagato, che richiede. Lo stesso impegno di una amicizia degna di questo nome. Una questione di fiducia, come tra persone adulte, tra uomini veri. Un amico di cui si apprezzano la continua diversità, l’imprevedibilità, la ricchezza e varietà di emozioni che generosamente riesce a donare, la capacità immensa di stupire e di commuovere. Di cui si amano i lunghi silenzi e l’eterna, antica bellezza. Sempre di più.
E’ l’essenzialità della vita cui obbliga il mare il desiderio più grande che determina naturalmente il ritmo estivo della vita di tutti i Melanera. Una vita semplice, fatta di poco, ma di tantissimo. Per mesi, scalzi, vestiti di niente, profumano la loro pelle con l’odore salato del vento, la colorano con i raggi caldi del sole. Condividono abilità e capacità e, quando il mare fa sentire la sua forza, senza dire una parola, sanno bene cosa fare…un accordo tacito, muto e necessario, che conosce solo chi vive il mare, quando le voci degli uomini si mescolerebbero, senza essere sentite, a quelle degli elementi scatenati della natura. Quando, loro e la loro barca, diventano un unico corpo oscillante, un nuovo essere, uno spazio con nuovi confini e nuove regole di vita, dove ogni suono e rumore ha il ritmo del rollio del mare. Le corde sull’albero, le vele un pò lasche, il vento che si abbraccia con il fiocco, le raffiche che lo strapazzano, gli scricchiolii del legno, i mille modi con cui l’acqua si spalma sullo scafo, il tintinnare di ogni piccolo oggetto mai fissato abbastanza. Dopo ogni difficoltà le loro vite sono ancora più unite.
Una vita che segue il ritmo naturale della luce e del buio. Del sole e delle stelle. Delle lune. Un ritmo primitivo e primordiale. Più umano e più vero. Come un momentaneo ritorno al passato. Come se tutta quell’acqua intorno fosse il ventre di una grande madre che accoglie e culla con dolcezza gli uomini e la loro barca. Loro e la loro casa.
Quando è il momento di partire, lasciano il piccolo porto dove torneranno solo con una luce del sole al tramonto più calda. Alzano le vele e prendono il mare, navigando verso Sud. Cercano insenature, baie, rifugi nascosti tra una manciata di piccoli e grandi dadi bianchi, gettati, disordinatamente, durante un antico gioco tra giganti, nelle liquide sfumature blu di quel mare, o, come raccontano gli isolani, lanciate dalla grande mano di Dio in persona, dopo la creazione del Mondo. E se fossero veramente le lacrime pietrificate delle stelle? Questo sembrano, a vederle dal cielo, quelle centoquarantasetteisole, brulle e aspre, ma anche sorprendentemente verdi e rigogliose, che loro amano così tanto! Hanno imparato a conoscerle e ad apprezzarle navigando in libertà e basta, navigando a vista, senza una meta precisa. Soli, in mezzo al mare…forse seguendo la rotta di leggende scritte in vecchi e preziosi portolani, o quella dei navigatori veneziani, Greci e Romani. O quella di Ulisse…Perchè l’Odissea potrebbe essere stata anche qui. Amano la gente, poca e semplice, che abita quella terra difficile, fatta di roccia, sassi e mare. Ma la terra e il mare sono un dono, meritano lealtà e dedizione. Al mare, questa gente, deve la vita, la sua intera esistenza.
Era venuto al mondo da dieci mesi il loro figlio, quando lo portarono in barca e gli fecero sentire, per la prima volta, tutta la meraviglia dell’immensità del mare. E fu come se ci fosse nato in quella casa galleggiante spinta dal vento! Imparò presto come muoversi nello spazio della cambusa, capì in fretta cosa fare durante la navigazione, con tutti i tipi di mare. Per lui tutto sembrava e sembra ancora un gioco, ma era ed è vita vera. Ha imparato a parlare con i gabbiani, ad avvistare i delfini. Gli è capitato di nuotare con lei tartarughe. Di farsi amica una libellula rossa che aveva deciso, un giorno di gran vento, di aggrapparsi forte con le zampette ad una sartia e viaggiare, per un pò, insieme a loro. Sa ascoltare e riconoscere i diversi richiami del vento. Si riempie gli occhi e il cuore di albe e tramonti. Quando torna a camminare sulla terra i suoi capelli ancora fini di bambino e la sua pelle sono dorati e lucidi, come il colore del miele d’acacia.
Ogni notte prima di dormire, dalla prima notte trascorsa in mare, dopo aver calato l’ancora e sistemato la barca nel posto più simile al paradiso che potessero trovare, si stendono fuori, tutti e tre vicini, a guardare la luna o le stelle, ad ammirare la magia delle luci del cielo notturno, lontanissime nello spazio e nel tempo. Una notte ciascuno, raccontano favole di mari intorno a mondi lontani e avventure di navigatori solitari. Cercando satelliti e stelle cadenti. Allungando l’indice, come a volerle toccare, seguono la forma delle costellazioni. La Via Lattea è il tetto dei loro sogni.
Il loro respiro diventa lo stesso respiro del mare e del cielo. Quello di un universo dove l’uomo, la barca, il mare e il vento, insieme, sono l’unico protagonista possibile.

Caterina

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AMORE IN VIAGGIO

Mi piace viaggiare in treno. Si entra nello spazio ad una velocità che permette di guardare fuori dal finestrino, di vedere, di ricordare. Anche volando si vede meraviglia, ma la consapevolezza dell’infinita piccolezza umana è troppo grande guardando giù. Ricordo l’immensa terra sovietica, in un viaggio di ritorno dalla Mongolia alla Russia, l’unica volta che l’attraversai con la luce del giorno…dal cielo mi sembrò bellissima ed io mi sentii il nulla.
Mi piacciono le stazioni. Luoghi di arrivo, di partenza, di passaggio. Mi piace, prima di partire, mettermi in disparte, defilata e stare a guardare. Spettatrice di un brevissimo cortometraggio sulla vita di tutta l’umanità, in un luogo qualunque, un giorno qualsiasi. Mi piace osservare l’eterna corsa contro il tempo, l’immenso peso delle cose di cui non si riesce a fare a meno, la fame e la sete che potrebbero essere insopportabili durante il viaggio.
Ma soprattutto mi piacciono le stazioni perchè sono luogo di incontro, di saluti, di parole, di promesse d’amore. L’amore viaggia sui binari, a velocità regionale, ad alta velocità, a giorni fissi, a settimane alternate, in giornate rubate. L’amore viaggia sui treni di nascosto.
L’amore nelle stazioni è un bacio appassionato mentre il treno si avvicina a velocità scientifica alla fine del binario, è un abbraccio stretto che unisce i cuori, le anime, oltre che i corpi, è parole sussurrate come se fossero le ultime da potersi dire, è un bacio mandato con il vento prima che la porta si chiuda, è il palmo di due mani appiccicate al vetro del finestrino. Una lastra fredda riesce a separare la storia di due vite. È il bisogno di vedere un sogno ancora per tanto tempo, fermo immobile, sempre lì, nel posto dell’ultimo saluto, vederlo diventare un puntino e poi, inevitabilmente, scomparire. È il per sempre in un messaggio che arriva dopo pochi minuti, è le promesse scritte su una fotografia che arriva via etere. È la telefonata che fa compagnia fino alla stazione di arrivo.
Mi piacciono le stazioni, sono luoghi dove i viaggi iniziano, passano, finisco.
Viaggiare è come amare e i grandi viaggi, come le grandi, vere, storie d’amore, non hanno mai una vera fine.

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L’IMBIANCHINO CICLISTA

L’IMBIANCHINO CICLISTA

Ferma ad un semaforo, chiedo al ciclista più vicino nella lunga fila di caschetti che sta aspettando il verde insieme a me, se quella che sto seguendo è la direzione giusta per arrivare a Christiania.
È pomeriggio, verso il tramonto. Il freddo ventoso mi ha congelato le mani. Sto pedalando dalle nove del mattino. A vista. Non conosco Copenhagen. Non ho gps, nè cartina delle strade. Seguo semplicemente la gente sull’infinita rete di piste ciclabili.
“Ci sto andando anche io, vieni con me!” Mi dice.
È sicuramente un imbianchino. L’arte delle macchie sui suoi vestiti è la stessa, inconfondibile, sui vestiti degli imbianchini di tutto il mondo.
Ha una bici normale, direi da città, per catalogarla in un gruppo, sul portapacchi dietro è fissata una cassa di legno piena di pennelli di tutti i tipi sistemati con ordine, ci sono latte di colore, rotoli di nastro di carta, qualche quotidiano. Standogli a ruota posso vedere solo questo.
Per tutto il tragitto pedalo dietro a lui.
Io ho una bicicletta nera presa a noleggio. Ha un freno solo, a sinistra, i cambi a destra e i pedali girano solo in avanti. Ogni tanto si bloccano. Non so perchè. Me lo dimentico e ogni volta rischio di cadere. La luce bianca intermittente davanti e quella rossa dietro funzionano sempre, in automatico, anche di giorno, dopo il primo giro di pedali.
Nel grande cesto attaccato al manubrio ho messo la borsa. Pedalando ho visto biciclette con cesti personalizzati come giardini fioriti a primavera.
La pista ciclabile è larga come la corsia per le automobili. Ogni strada ne ha due, una per ogni direzione. Non ci sono tombini ed è continuamente segnalata in modo inequivocabile. Segnali orizzontali, verticali e luminosi. In alcune zone della città è color azzurro cielo.
Faccio tutto quello che vedo fare all’imbianchino che pedala davanti a me e che, amorevolmente, si gira, di tanto in tanto, forse per paura di perdermi nel mare di altri caschetti. Non sarebbe difficile confondermi…sono in perfetto stile danese.
Vedo i ciclisti, tutti, usare una gestualità di cortesia e di sicurezza ad ogni svolta, fermata, sorpasso. Un linguaggio semplice che rende tutto più facile. E sicuro.
Per mezz’ora mi sento come durante quelle pedalate che restano memorabili e indimenticabili.
È capitato a tutti di pedalare proprio dentro ad un bel gruppo, affiatato, unito, di essere in sella alla bicicletta perfetta, su sterrato scorrevole, di pedalare a quella velocità che fa stare tanto bene da sentire il corpo come se stesse decollando e la felicità come unica energia propulsiva e trainante.
Dentro questo ordinato e straordinario serpente di ciclisti, donne e uomini, con biciclette di tutti i tipi, vestiti in tutti i modi, mi sembra proprio di volare. E’ bellissimo.
Tutti, qui, pedalano veloci invece che premere il pedale dell’acceleratore. Pedalano per spostarsi, invece di guidare. E non solo per andare a prendere il pane e il latte.
Biciclette da corsa, single speed, biciclette da criterium, quelle senza freni, cancelli perfettamente funzionanti, biciclette Pedersen, cargo bike, biciclette con il manubrio alto e dritto, biciclette con due, tre seggiolini, biciclette con il cassone davanti o con il carrellino dietro, cestini, cestoni, borse laterali, casse di legno chiaro e cassette della frutta. Per trasportare, qualsiasi cosa.
Studenti, studentesse, ragazze e ragazzi, donne e uomini eleganti, corrieri in bicicletta con i loro inconfondibili zaini sulle spalle e i lucchetti fissati alla canna del telaio, ciclisti con carichi di ogni tipo, tante semplici,
meravigliose mamme e tanti semplici, meravigliosi papà e bambini biondi.
Praticamente tutti indossano il casco. Non è obbligatorio, come si potrebbe pensare, ma è usato sempre, con consapevolezza. Caschi di tutti i tipi. Il mio preferito e il più diffuso, ha i buchi per l’aria che formano un fiore. Dai caschi escono code di cavallo, trecce, riccioli, capelli lunghi di ogni tonalità del biondo, capelli brizzolati e capelli bianchi, ciocche di capelli rasta e ciocche di capelli di tutti i colori.
Una umanità che ha scelto un’alta e coerente qualità della vita. In tutto. Dal rispetto per l’ambiente a quello per il cibo. Dalle energie alternative, fortemente sostenute e incentivate, al cibo biologico. All’uso in massa della bicicletta. Un vero e proprio critical mass quotidiano.
Attraversiamo un incrocio, l’ultimo. Vedo i graffiti colorati dell’entrata di Christiania, un esperimento sociale di vita autogestita basata sul rispetto tra le persone. Un esempio a livello mondiale.
L’imbianchino ciclista, qui, è di casa.
Grazie imbianchino, anche grazie a te, oggi, che compio cinquant’anni, ho potuto volare.

 

 

 

HELSINKI NON PERVENUTA

HELSINKI NON PERVENUTA

Mio nonno era alto quasi unmetroenovanta. Era bello, sorridente. E generoso.
E’ sempre stato un viaggiatore, per lavoro e per passione. Iniziò a viaggiare da bambino, anche lui, con un paio di zoccoli ai piedi, una lanterna a petrolio in mano, camminando davanti ai due cavalli che trainavano il carro di suo padre carico di scope di saggina. La luce fioca e tremolante serviva per poter avanzare nella nebbia fitta e densa nel cuore umido della Pianura Padana. Partivano insieme dalla campagna cremonese per vendere fino in Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Emilia Romagna.
Negli anni settanta, con la sua Palmira, viaggiò in tutti i paesi oltre i muro di Berlino. Insieme mangiarono pane e gelato in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Russia, Romania, Bulgaria. Erano felici. Si sono amati tantissimo, un amore immenso, vissuto forte e del quale custodisco le lettere.
A mio nonno piacevano l’opera e la musica classica. Era un ballerino eccezionale. Lo invitavano nelle balere e nelle sagre di paese di Cremona e Mantova perchè aprisse le danze quando l’orchestrina iniziava a suonare.
Andò con la Palmira all’Arena e alla Fenice ogni volta che gli fu possibile. E cantò fino a che ebbe voce e speranza.
Quando rientrava, dopo tanti giorni fuori, portava sempre un piccolo dono per tutti: il burro con la mucca, il pane casereccio cucinato a legna e le specialità delle feste.
Restava a casa una settimana. Si alzava presto. Ascoltava sempre la radio per le notizie nazionali e internazionali e dopo i tre secondi scanditi dall’ora esatta, guardava l’orologio e lo regolava. Ascoltava anche le previsioni meteo e le temperature di tutto il mondo. Quando io e mio fratello tornavamo da scuola, ci diceva le temperature più estreme, quelle più calde e quelle più fredde. Il gioco era sapere di quale stato erano le capitali.
Quand’ero bambina non ho mai saputo quale fosse la temperatura minima della capitale della Finlandia.
Alla radio, Helsinki, qui sul Baltico ghiacciato, era sempre “non pervenuta”.

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LA CARBONARA DEL NURE

LA CARBONARA DEL NURE

A Fabbriche di Vallico, nel cuore della Garfagnana, sono arrivata a metà della prima giornata di trail. E’ un borgo conosciuto per il Ponte della Dogana, un vero e proprio confine: fino all’unità d’Italia, attraversando il ponte sul fiume Serchio, si passava dalle terre protette e difese dal Ducato di Modena a quelle tenute con le unghie e con i denti della Repubblica di Lucca.

A Fabbriche tutte le case, al di qua e al di là del fiume, sono costruite in pietra scura, come il ponte. I davanzali, come i lati del ponte, sono impreziositi da grandi vasi rettangolari di terracotta pieni di rigogliosi geranei color rosso corallo. I miei preferiti. Ci sono un bar, una ferramenta, un ambulatorio medico che apre qualche volta. Ma soprattutto, a Fabbriche, c’è un “casoin”.

In veneziano, il “casoin” vero e proprio è il negozio di soli formaggi, con un significato più allargato è il negozio di alimentari e di tutto quello che può servire nei piccoli paesi, beatamente isolati e lontani dai centri commerciali, un pizzicagnolo che continua ad aprire ogni mattina perchè il paese possa ancora vivere e in paese tutti ci vanno perchè possa continuare ad aprire ogni benedetto giorno: un bellissimo mutuo aiuto. Due piccole vetrate, due porte d’ingresso, in mezzo una panchetta in legno e un tabellone con attaccati gli avvisi e le comunicazioni per gli abitanti. La frutta e la verdura a destra dell’entrata e su scaffalature di ferro tutta altezza, quello che si troverebbe facendo la spesa in un super o iper di città, solamente in quantità ridotte. Appesi, vicino ad una carta moschicida a spirale penzolante, ho visto piumini per le ragnatele a righe rosa confetto e azzurro cielo e ciabatte di pezza fantasia chiuse in sacchetti di plastica trasparente, in un angolo scope di saggina girate all’insù e poi, sui vari ripiani, cerotti e garze, pile di varie misure (quelle per il gps finite in un secondo), carta igienica e detersivi, alcolici e birre, pasta commerciale e vassoi di pasta fresca, scatole di latta con cibi pronti e scatolette di tonno, farina sfusa venduta a peso e specialità locali. Non so se quel piccolo negozio sia stato mai così affollato: non credo, neanche per la vigilia di Natale. Eravamo in tanti, tutti insieme, in fila, in attesa del turno davanti al banco del pane, dei salumi e formaggi, con mani piene di biscotti, cioccolata, frutta secca, barrette di cereali e cose da bere di ogni gusto e colore, presi dagli scaffali. Un piccolo esercito con il caso in testa, felice e affamato.

Dietro al banco due ragazzi, i fratelli Giuliani, David e Cristian, con l’espressione di chi non ha ben chiaro cosa stia succedendo.

“Quanti siete? Da dove venite? State facendo una gara? In bicicletta? Dove andate?”

La loro unica preoccupazione è stata di poterci soddisfare con quello che era rimasto all’ora di chiusura di un giorno di festa, dispiaciuti di non essere stati avvertiti che, proprio quel giorno, a Fabbriche ci sarebbe stato movimento!!

Prosciutto cotto, crudo e mortadella uscivano dalle lame rotanti dell’affettatrice alla velocità della luce per imbottire fette di pane toscano, poi panini comuni, finito il pane, fette di pane da toast e, finito anche quello, pane da tramezzini. I krakers e le fette biscottate erano già spariti dagli scaffali. Le forme di formaggio di pecora, mezzano e stagionato, tagliate a grosse fette da mani esperte con lunghi coltelli, passavano direttamente dal tagliere di legno a rendere unico e indimenticabile il gusto di due fette di pane.

Chi era in negozio ricorderà le condizioni in cui eravamo e come abbiamo lasciato il pavimento. Di questo i gestori non si sono preoccupati.

In fondo alla fila, una voce: “Io vorrei una pasta”

Il Nure, conosciuto “anche” come Michele Boschetti o Mr. Miss Grape o Nure dal Paese delle Meraviglie, forse pensava di fare solo una simpatica battuta.

“Che pasta vuoi e quanta?” la risposta

“Una carbonara, un chilo.”

Al di qua e al di là del banco si sono capiti al volo.

In pochi secondi uova, pancetta e spaghetti erano nelle grandi mani di uno dei due ragazzi, sparito nel retrobottega e salito al piano di sopra con tutto il ben di dio necessario per far cucinare a sua mamma una pasta che Michele Boschetti, Carlo Miorin, Michele Pigozzi e Stefano Spiazzi si ricorderanno per tutta la vita, mangiata di gusto, seduti davanti al negozio, su un tavolo preparato apposta per loro con una tovaglia gialla, in un momento magico e senza pioggia, come nel miglior ristorante che avessero potuto trovare lungo il trail.

http://www.missgrape.net/

http://www.ciclipigozzi.it/

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ZHARA, LA CAFFETTERA DEL FIUME SABA

ZHARA, LA CAFETTERA DEL FIUME SABA

Il mio viaggio continua… Mi piacciono le terre estreme, mi piace provare a capire come ci si riesca a vivere. L’immensa Piana del Sale mi ha folgorata: la sua straordinaria origine geologica, l’umanità che ci vive, l’equilibrio perfetto natura- uomo-economia che si è creato in questa terra stupefacente.

Musulmani e cristiani nella Piana del Sale lavorano insieme, condividono abilità e capacità, hanno bisogno gli uni degli altri per vivere e per conservare una tradizione che resiste da millenni…Allah, Maometto e Dio qui sono la stessa cosa.

In un paese dove niente fa pensare ad un equilibrio (le tensioni religiose, la terra in continuo movimento, confini virtuali, eterei e sempre rivendicati con la forza), musulmani e cristiani riescono a convivere con un obiettivo comune: il commercio del sale, che da tempi immemorabili fa vivere migliaia di famiglie.

Lo sguardo ha ora riferimenti verticali su cui posarsi, non si perde più nell’infinito dai confini tremolanti; da Ahmed Ela, a piedi, lungo il fiume Saba , verso Ovest.

Questi luoghi mi ricordano la storia o leggenda del popolo Sabeo e la sua straordinaria civiltà e cultura…i Sabei del ramlat – at – Sabatayn riuscirono ad arginare il deserto rendendolo un immenso giardino grazie a capacità ingegneristiche e idrogeologiche oggi impensabili da raggiungere, un po’ come i primi abitanti della  laguna riuscirono, per potersi difendere e continuare a vivere, a costruire le loro semplici dimore su isolotti semisommersi. Mi piace pensare che la Regina di Saba, nel lungo e mitico viaggio verso la corte di Re Salomone, abbia percorso a piedi questo fiume, con la sua infinita carovana al seguito.   

Sono ad Asso Bole: a metà strada tra Ahmed Ela e Berhale.

Ahmed Ela è l’ultimo villaggio lungo la Via del Sale prima di entrare nella Piana, sorto poco più di 20 anni fa come presidio per la conquista della libertà durante la ribellione dei guerriglieri tigrini contro la tirannia di Menghistu; nella stagione meno calda e secca ospita 500 minatori con le loro famiglie che vivono in capanne costruite con rami tra i quali passano polvere e vento e luce, ha una moschea, l’unico edificio in muratura e alcuni “bar” dove è possibile sempre bere un caffè fatto nel pieno rispetto del rituale tradizionale…con pazienza, dopo circa un paio d’ore è possibile assaporarne l’inconfondibile aroma.

Berhale,il villaggio più grande lungo la discesa di oltre2000 metridi quota dall’altopiano etiopico verso la Piana, o la salita dalla Piana verso l’altopiano, nel viaggio di ritorno. 1000 abitanti, più o meno, baracche di lamiera e legno, è il primo mercato, dopo due giorni di cammino uscendo dalla grande depressione e con ancora due giorni di cammino da fare per arrivare a Mekelle, la capitale del Tigray.

Ad Asso Bole un incontro inaspettato: Zhara, la caffettera del fiume Saba.

E’ leila donna Afarche ha deciso di aprire le porte della sua realtà allo straniero, ospitando per la notte, sotto un cielo meraviglioso, su letti di legno e fibre di palma dum intrecciate, chi è in cammino, assieme alle carovane del sale, lungo il greto del fiume.

Il suo busto seminudo e ossuto, coperto in parte da un telo di cotone colorato e leggero, lascia  intravedere il seno asciutto e due grandi capezzoli a lungo succhiati; ha gli incisivi limati a punta Zhara, come vuolela tradizione Afar. Icapelli intrecciati le incorniciano il volto e fanno risaltare il suo sguardo intenso e profondo. Non porta al collo nessuna collana fatta con lo scroto essiccato del nemico ucciso dall’uomo che è diventato suo marito…questa è storia delle tradizioni del popolo Afar, a lungo rispettata: questa è sempre stata la prova di virilità di ogni uomo dancalo per poter prendere moglie.

La sua burra, la tipica capanna afar dalla forma emisferica, che facilmente si smonta e trasporta, con il telaio piantato a terra fatto con le costole di foglie della palma dum, legate insieme con corde della fibra della stessa palma, è un punto di riferimento per le carovane che dalla Piana del Sale risalgono verso Mekelle, costruita su una piccola altura, all’inizio del cammino; lei, Zhara, fiera guardiana dei cancelli del fiume che si aprono sulla immensa e accecante distesa bianca, sembra  salutare con un “arrivederci a presto” chi dalla Piana del Sale va verso l’altopiano o accoglie con “benvenuto” chi scende nella  depressione.

Lenta, nobile in tutte le sue azioni, non ha paura di guardarmi negli occhi accennando un sorriso mentre, seduta su una stuoia polverosa e consumata, aspetto di sorseggiare il caffè che si è offerta di prepararmi.

Il caffè in Ethiopia non è “espresso”; il rituale è una cerimonia, lunga, lenta, come lo scorrere della vita di chi incontro lungo il cammino…non bisogna avere fretta in Ethiopia se si desidera un caffè, né, ancor meno, se te lo offrono!  La condivisione non è solo di sapori e profumi, ma anche di indimenticabili momenti di vita.

Fuoco alimentato dal carbone, incenso, foglie di palma distese per terra e sulle quali avviene la cerimonia, una padella per tostare, un mortaio di pietra, la ghebenà, anfora di coccio dal collo stretto e lungo nel quale è infilato un tappo di stoppa, chicchi di caffè verde…la migliore qualità di caffè che esista viene dall’Ethiopia; questo serve a Zhara per preparare il suo caffè…l’aroma dell’incenso si mescola a quello, fortissimo, dei chicchi che si tostano lentamente sulla fiamma.

Mi piace pensare che questo profumo si diffonda in tutta la valle e sulle montagne aride intorno, che anche i carovanieri in cammino lo possano respirare e che possano pensare che Zhara lo sta preparando anche per loro; nel letto del fiume, un’immensa pietraia dalle mille gradazioni dell’ocra, scorre ancora poca acqua che permette ad un piccolo palmeto e al mais di un minuscolo fazzoletto di terra di crescere. L’acqua continua a bollire nella ghebenà…non so davvero quale sia il modo per capire che è ora, non so quanto tempo occorra perché la polvere tostata fatta bollire a lungo possa essere versata e servita…Zhara ogni tanto colpisce la pancia dell’anfora con un cucchiaino, ogni volta tre colpi lenti, quasi svogliati, poi la rimette sulla brace.

In Ethiopia non si beve mai un caffè, ma un caffè è servito almeno tre volte, nella stessa tazzina piccola, sempre dai colori sgargianti. Le tazzine di Zhara sono sbeccate, le prende da terra, ne immerge una alla volta, con tutte le cinque dita, nell’acqua marroncina in un piccolo catino, le agita un po’, le posa sopra le foglie di palma e le riempie di liquido nero, fumante e profumatissimo.

Guardo il mio compagno di viaggio…siamo in cinque seduti fuori dalla burra di Zhara, ma solo in due desiderosi di assaggiare il suo caffè. Ne bevo per tre volte, assaporo il gusto forte e respiro il profumo…il caffè di Zhara, la caffettera del fiume Saba, ha aroma ricco e inimitabile che permane a lungo in bocca e sulla lingua…il miglior caffè  che si possa immaginare di bere nella Piana del Sale.

Il marito della caffettera, tagliatore di lastre di sale, pelle color del cacao liscia e lucida, magro, quasi secco, folta chioma riccioluta appena brizzolata, è seduto accanto a noi, i suoi ospiti forestieri. L’ho visto accucciato tra tantissimi estrattori, tagliatori e carovanieri mentre trasformava con il godumà, lo strumento di lavoro del tagliatore della Piana, la grezza e bianca lastra in ganfur, il mattone di sale “commerciale”, l’oro bianco dell’Afar. L’ho riconosciuto anche durante un momento di riposo nel piccolo ristoro, uno dei due, della miniera a cielo aperto, tra pile di grandi mattoni di sale pronti per essere legati o già legati e pronti per essere caricati sui dromedari. Teiere sempre fumanti, annerite dal fuoco e dallo zucchero del the o del caffè bruciati, pane a pezzi cotto sulla brace con pietre roventi…lui, inconfondibile, con la maglietta dai profili rosa e la tazza dello stesso colore.

Nel periodo dell’andare e venire senza sosta delle carovane, la loro vita, assieme ai loro numerosi figlioli, è qui, all’inizio del fiume; sono loro due i guardiani dei cancelli che si aprono e chiudono sulla bianca e grande Piana del Sale profonda kilometri verso il centro della Terra, luogo che toglie il respiro per l’umanità che ho incontrato e per quello che ho visto.

La “mia” Dancalia è questa.

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