LA MAGIA DEL CAFFE’

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“Buonasera signore, mi scusi, dove potrei dormire questa notte?”

L’uomo rispose al saluto in italiano con accento tedesco molto forte e con la mano indicò il prato che entrambi avevamo di fronte. “Signore, la ringrazio, ma oltre all’erba, non ci sarebbe un posto un pò isolato dall’umidità…piove da questa mattina e io ho solo il saccopiuma e un telo termico”. L’uomo, mi disse di aspettare. Si allontanò. Indossava una salopette di jeans, una camicia di flanella a quadri marroni e beige, le ciabatte tedesche per definizione. Color moka, le mie preferite. Non mi ricordo bene, ma credo avesse anche un cappello in testa.

Lo vidi entrare e dopo poco uscire dal locale che gestiva. Mi chiamò e mi disse di seguirlo dietro la casa. “Qui starai bene”.

Spostò sedie e tavoli trascinandoli sul pavimento di legno grezzo. Mi fece spazio sotto una tettoia che guardava il fiume. Sentivo l’odore del legno e il rumore dell’acqua.

Si allontanò ancora e tornò abbracciando dei grandi sacchi di yuta da caffè, quelli che, viaggiando per il mondo, lasciano dall’antichità la scia di profumo più buona che esista, oltre a quella del pane fresco. Li buttò per terra. Si alzò una nuvola di polvere.

“Con questi starai più comoda e riposerai meglio”. Li distesi e lisciandoli bene con le mani, uno ad uno, lessi le scritte nere stampate: Plus Cafè product of Guatemala, India robusta decaffeinato, Ethiopia Washeo arabica e poi caffè dallo Yemen, dal Kenia, dal Brasile.

Mi preparai per la notte. Sistemai la bicicletta e distesi il sacco piuma sulle tavole del pavimento, sopra lo strato di sacchi di caffè.

“Il bagno non sarà pulito, oggi è passata tanta gente, dovrai adattarti e domattina non arriverò prima delle otto, mi dispiace non poterti preparare la colazione. Buon riposo”.

“Buonanotte signore, grazie di cuore.”

Mi ricordo bene quella notte. La ricorderò sempre. Per tutto.

La prima uscita con la Fargo, l’aroma delicato di caffè di mezzo mondo che profumava l’aria, la gentilezza del signore in salopette di jeans che mi ha fatto sentire una regina.

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ANGELI NELLA FORESTA

ANGELI NELLA FORESTA

Viaggiavamo da più di un mese nella terra di Sandokan, in corriera. In piena stagione monsonica. Arrivammo a tarda sera su un’isola, una piccola roccia fluttuante tra Malesia e Thailandia, dopo aver navigato in un mare scuro e agitato. La schiuma delle onde, di un colore bianco ottico, era densa. Come albume di un uovo freschissimo montato a neve. L’isola era ricoperta di giungla rigogliosa e sembrava disabitata. I marinai scaraventarono le nostre borse direttamente sulla riva, facendole volare dalla barca come fossero sacchi pieni di immondizia. Ci lasciarono lì e, con il motore a manetta, se ne andarono. Sparirono, verso il blu della notte che ancora lasciava spazio ad una riga di sole.
In quel viaggio, per la prima volta, capii cosa fossero le allucinazioni. Dividevo la capanna, e a quel tempo la vita, con un uomo che, prendendomi per un braccio, mi urlò di stare attenta alle iguane giganti che vedeva uscire dalle pareti fatte di rami e legni. Ma a quella latitudine le iguane non sono mai esistite, neanche nella preistoria.
Le provai sulla mia pelle e nel mio cervello, in una notte di inizio primavera mentre pedalavo in riva al mare. Quella fu la prima volta che pedalai di notte, tutta la notte. Vidi una Inglesina, la carrozzina blu da bambini, con quattro ruote enormi e una catasta di legna alta come una montagna, che in realtà, avvicinandomi, capii essere la torretta del bagnino e lunghi rami di alghe arrotolati portati dal mare e spiaggiati sulla sabbia.
Mi accadde di nuovo. Era febbraio, mentre camminavo la Rovaniemi150K, non lontano dal Circolo Polare Artico. Durante quelle quarantuno ore non smise quasi mai di nevicare e il colore del cielo, nelle ore di luce, aveva tutte le sfumature del grigio e del bianco. Io, invece, avevo l’arcobaleno addosso. Entrai nella foresta che era già notte. Una foresta magica. Ai lati del sentiero, seduti sulla neve, tra betulle bianche, pini e abeti, incontrai dei musicanti. Erano donne e uomini con il corpo di bambini. O forse erano bambini. Sentivo bene la musica in quel silenzio primordiale, una melodia che mi ricordò le musiche balcaniche. I piatti di ottone che sbattevano uno contro l’altro, la tromba, il trombone, i tamburelli, il tono alto dei trapezi…Tutti suonavano al mio passaggio. Mi salutavano. Sembrava dessero il ritmo al mio cammino.
Incontrai un esercito di chiocciole dal guscio tutto bianco. Erano grandi, enormi. Mi guardavano negli occhi con gli occhi sulla punta delle antenne e sembrava mi sorridessero. Si muovevano lente e silenziose.
Sugli alberi ancora giovani e sui cespugli, era esposta una collezione preziosissima di cappelli pakol…, li vidi da bambina indossati dagli uomini in Afghanistan e sono conosciuti in Occidente perchè legati alla figura di Ahmad Mansur, il Leone del Panjshir.
La tanta neve, lavorata dal vento, aveva piegato i rami ancora teneri fino ad arrotolarli: in quelle spirali bianche vidi le chiocciole e i simboli del coraggio di un guerriero che morì per la libertà.
Lungo il cammino mi vennero offerti dei grandi brezel appena sfornati. Ricordo il luccichio dei cristalli di sale sulla crosta scura di quegli intrecci saporiti di pane. Me li sporgevano donne in costume tirolese. Le donne erano tanto alte, formose ed eleganti con ampie gonne rosa e un grembiule azzurro. Le loro scarpe erano di velluto nero, ricamate sulla punta, come quelle dei costumi tradizionali del Friuli. Tenevano tutte un cesto in mano dal quale usciva il profumo salato di quel pane ancora caldo. Mi sorridevano, anche loro.
La foresta odorava di neve, di freddo, di legno. A volte di caffè. Io vedevo da dove veniva quel profumo. Chiesi a Paolo, che camminò con me senza sosta per centochilometri, che ora fosse. Poco dopo l’una del mattino vidi una casa con gli oscuri di legno ancora aperti, le luci ancora accese, il camino sul tetto che fumava. Pensai di suonare, spiegare chi fossimo e cosa stessimo facendo e chiedere ospitalità per una tazza di caffè caldo. Quando mi avvicinai alla casa e vidi che tutto era buio, pensai che fossero andati a dormire. Questo capitò varie volte durante quella notte. Ogni volta che respiravo il profumo del caffè. La foresta però, in Lapponia, non è abitata. Le case, erano alberi vicini tra loro, nessun tetto, né finestre, né camino. Erano semplicemente alberi.            Cercando un posto per poter fare un riposino, solodieciminuti, lungo una pista larga e leggermente in salita, vidi le pensiline delle fermate dell’autobus. Pensai che fossero perfette per una breve sosta. Ma anche queste, sparivano quando mi avvicinavo.                       Mancava poco alla fine, stavo attraversando, da sola, uno dei laghi lungo il percorso. Vidi i castelli della Transilvania, illuminati dalla luce di candele, tra gli alberi della riva destra, quella che, seguendo nel buio totale, per sedicichilometri, il tremolio di piccoli catarifrangenti legati a rami conficcati nel ghiaccio, quando la raggiunsi, pensai: “ce l’ho fatta.”
Negli ultimi diecichilometri, il grande ponte sul fiume, vicino alla partenza, aveva le zampe e, mano a mano che io mi avvicinavo, lui, dispettoso, si spostava camminando sulla punta delle dita.
Quando arrivai, dopo quarantuno ore ininterrotte, ricordo solo l’immensa felicità. E un pò di stanchezza.
Le sensazioni e le emozioni provate per quegli incontri, in quella dimensione, sono gelosamente conservate, preziose, dentro di me. La privazione del sonno prolungata, continua a darmi questi effetti e non ho ancora provato a suonare ad una porta, in piena notte, per chiedere un caffè.

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ALL’AUSTRALIA

ALL’AUSTRALIA

Australia…c’è potenza immensa in tutto il  tuo spazio. Uno spazio che travolge, avvolge e sconvolge.
Porto con me un pò della tua luce, così pulita, trasparente e limpida, un pò del tuo sole, a volte impietoso, un pò di brillantezza del tuo cielo sempre sereno. Solo in Tibet ricordo di aver visto cieli come quelli d’Australia. Porto con me un pò del candore di quelle nuvole galleggianti che hanno scatenato per giorni la mia fervida e ingestibile fantasia e sono state, per me, come sono le stelle per i marinai. Porto con me i tramonti, tutti quelli che ho visto, la loro ineguagliabile magia…uno spettacolo che sembrava l’idea geniale di un coreografo del colore, pazzoide e innamorato. Porto a casa la luce pulsante della stella del sud che ho cercato e guardato tante volte, un pò bassa, nel cielo delle notti lontano, fuori dalla verticale fluorescenza artificiale della città.
Mi porto via, addosso, e lo tengo dentro, fino a casa, il calore del tuo vento. La  forza del suo, non sempre, delicato abbraccio. Il suo odore…di mare, di sale, di intrecci intrecciati di alghe stanche morte, abbandonate a riva dalle onde, di sole, di polvere, di terra bruciata, di legno secco, di stoppie giallo oro. Sentivo l’odore dei miei ricordi in quel vento. E quello dei miei sogni.  L’odore di un tempo diverso, come di un altra epoca, più lento e, forse, più vivibile.
Io ho manico col vento…ne ho sentito addosso di tutti i tipi. Quello che mi ha fatto stare bene e quello che mi ha  riempito gli occhi e la bocca di polvere. Quello australiano, nella terra tutta ad occidente, che si affaccia verso l’Africa e confina con l’immensità liquida, è un vento di terre estreme. Lentamente perde la voce ruggente dell’immenso mare e riempie, con il suo canto, il silenzio profondo dell’outback.
Mi porto a casa il gusto della polvere, la sua invisibile consistenza, il suo profumo di ferro. Un borotalco etereo, rosso scuro, che ha disegnato forme  sulla mia pelle, è rimasto per giorni tra i miei capelli, sotto le unghie, tra le dita.  Ha colorato le mie ciglia, si è spalmato sul mio viso. Era nelle rughe intorno ai miei occhi che hanno visto tutto questo spettacolo.
Mi porto a casa il profumo fresco delle foglie di eucalipto, uniche figure verticali, oltre ai fari affacciati sull’oceano, sinuosamente danzanti, ogni tanto, all’orizzonte. Quello degli alberi morti stecchiti, quello dei cespugli che proteggevano nidi e delle erbe secche. Quello del caffè. Di tutti i long black coffee fumanti che ho bevuto insieme ai camionisti scalzi nelle roadhouse perse nel nulla. Unici viaggiatori insieme a me. Avrei voluto dire loro: portatemi con voi, nei vostri lunghi viaggi lungo le strade polverose di questa terra, isola fluttuante tra due abissi blu cobalto. Porto anche quello dei caffè che mi sono preparata in posti da brividi e che sapevano di sale.
Mi porto il significato prezioso dei sogni fatti in una macchina come casa. Scegliendo di fermarmi, per la notte, nel miglior posto che avrei mai potuto trovare.
Mi porto a casa il valore sacro di quegli spazi vuoti, che non finiscono mai, anche dopo l’orizzonte più lontano che si possa immaginare, che io ho raggiunto e superato. E che continua, ancora e ancora. Tutto ha la magia dei luoghi che piacciono a me, dove la fatica del vivere e del saper vivere, lontano da tutto, lontano da tutti, fa diventare gli esseri umani differenti. Lì c’è forte il valore invulnerabile di sentirsi vivi perchè si è. Perchè si è lì. E basta. Forse si impazzisce anche un pò, ma è meglio della nevrosi dello stress cittadino che porta il male di vivere.
Porto a casa il ricordo degli australiani incontrati, le loro incredibili storie, di immigrati, di rifugiati, di avventurieri e sognatori. La generosità genuina che mi hanno dimostrato. I loro sorrisi e saluti, fermi ai semafori mentre aspettavo l’autobus, vestita di fiori e di baci.
Quello degli italiani d’Australia, che hanno fatto fortuna negli anni delle vele piene di vento e dell’Aga Khan, che hanno deciso di cambiare vita, giovani coraggiosi con le mani sporche di olio di catena di bicicletta entusiasti e sognatori. Mi porto il ricordo anche di quelli che lì non trovano più pace, ma che non la troverebbero da nessuna parte. La loro vita sarebbe, ovunque, una corsa ad ostacoli.
In Australia ho vissuto, quasi violenta, l’emozione della libertà.
Non la libertá che tutti pensano…faccio quello che voglio, non ho impegni e  legami, ho tempo, prendo, parto e vado dove voglio, non la semplice libertà da “vincoli” che sono quelli normali, quotidiani, scelti e consapevoli, di ogni essere umano. Più o meno. No, non quella.
Il significato di liberà che ho provato è più nobile, più profondo, appartiene alle sfere alte del sentire. E, soprattutto, è indipendente da stato e condizione sociale e dalla materialità dello spostarsi fisico. È una libertà di testa, di cuore, di “anima”.
In quegli spazi, con quei colori e quella luce io ero spazio, io ero colore e luce.
Ero il luogo stesso. Non sentivo mi appartenessero sembianze umane e umanizzanti, ma solo quelle della vita. Potevo essere un altro essere vivente, ma anche l’oceano, le onde, la terra, la polvere. Il vento.

 

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AMORE IN VIAGGIO

Mi piace viaggiare in treno. Si entra nello spazio ad una velocità che permette di guardare fuori dal finestrino, di vedere, di ricordare. Anche volando si vede meraviglia, ma la consapevolezza dell’infinita piccolezza umana è troppo grande guardando giù. Ricordo l’immensa terra sovietica, in un viaggio di ritorno dalla Mongolia alla Russia, l’unica volta che l’attraversai con la luce del giorno…dal cielo mi sembrò bellissima ed io mi sentii il nulla.
Mi piacciono le stazioni. Luoghi di arrivo, di partenza, di passaggio. Mi piace, prima di partire, mettermi in disparte, defilata e stare a guardare. Spettatrice di un brevissimo cortometraggio sulla vita di tutta l’umanità, in un luogo qualunque, un giorno qualsiasi. Mi piace osservare l’eterna corsa contro il tempo, l’immenso peso delle cose di cui non si riesce a fare a meno, la fame e la sete che potrebbero essere insopportabili durante il viaggio.
Ma soprattutto mi piacciono le stazioni perchè sono luogo di incontro, di saluti, di parole, di promesse d’amore. L’amore viaggia sui binari, a velocità regionale, ad alta velocità, a giorni fissi, a settimane alternate, in giornate rubate. L’amore viaggia sui treni di nascosto.
L’amore nelle stazioni è un bacio appassionato mentre il treno si avvicina a velocità scientifica alla fine del binario, è un abbraccio stretto che unisce i cuori, le anime, oltre che i corpi, è parole sussurrate come se fossero le ultime da potersi dire, è un bacio mandato con il vento prima che la porta si chiuda, è il palmo di due mani appiccicate al vetro del finestrino. Una lastra fredda riesce a separare la storia di due vite. È il bisogno di vedere un sogno ancora per tanto tempo, fermo immobile, sempre lì, nel posto dell’ultimo saluto, vederlo diventare un puntino e poi, inevitabilmente, scomparire. È il per sempre in un messaggio che arriva dopo pochi minuti, è le promesse scritte su una fotografia che arriva via etere. È la telefonata che fa compagnia fino alla stazione di arrivo.
Mi piacciono le stazioni, sono luoghi dove i viaggi iniziano, passano, finisco.
Viaggiare è come amare e i grandi viaggi, come le grandi, vere, storie d’amore, non hanno mai una vera fine.

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HELSINKI NON PERVENUTA

HELSINKI NON PERVENUTA

Mio nonno era alto quasi unmetroenovanta. Era bello, sorridente. E generoso.
E’ sempre stato un viaggiatore, per lavoro e per passione. Iniziò a viaggiare da bambino, anche lui, con un paio di zoccoli ai piedi, una lanterna a petrolio in mano, camminando davanti ai due cavalli che trainavano il carro di suo padre carico di scope di saggina. La luce fioca e tremolante serviva per poter avanzare nella nebbia fitta e densa nel cuore umido della Pianura Padana. Partivano insieme dalla campagna cremonese per vendere fino in Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Emilia Romagna.
Negli anni settanta, con la sua Palmira, viaggiò in tutti i paesi oltre i muro di Berlino. Insieme mangiarono pane e gelato in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Russia, Romania, Bulgaria. Erano felici. Si sono amati tantissimo, un amore immenso, vissuto forte e del quale custodisco le lettere.
A mio nonno piacevano l’opera e la musica classica. Era un ballerino eccezionale. Lo invitavano nelle balere e nelle sagre di paese di Cremona e Mantova perchè aprisse le danze quando l’orchestrina iniziava a suonare.
Andò con la Palmira all’Arena e alla Fenice ogni volta che gli fu possibile. E cantò fino a che ebbe voce e speranza.
Quando rientrava, dopo tanti giorni fuori, portava sempre un piccolo dono per tutti: il burro con la mucca, il pane casereccio cucinato a legna e le specialità delle feste.
Restava a casa una settimana. Si alzava presto. Ascoltava sempre la radio per le notizie nazionali e internazionali e dopo i tre secondi scanditi dall’ora esatta, guardava l’orologio e lo regolava. Ascoltava anche le previsioni meteo e le temperature di tutto il mondo. Quando io e mio fratello tornavamo da scuola, ci diceva le temperature più estreme, quelle più calde e quelle più fredde. Il gioco era sapere di quale stato erano le capitali.
Quand’ero bambina non ho mai saputo quale fosse la temperatura minima della capitale della Finlandia.
Alla radio, Helsinki, qui sul Baltico ghiacciato, era sempre “non pervenuta”.

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NAVIGANDO SULLA ROTTA DI SOCOTRA

NAVIGANDO SULLA ROTTA DI SOCOTRA

Lui era ancora un “capitano di lungo corso”.
In pensione da tanti anni. Aveva tanti anni.
Ogni tanto ci incontravamo, di corsa, lungo percorsi comuni.
Era alto. Un passo dei suoi era due dei miei. Correvamo con quel ritmo che permette di raccontarsela e non schiattare.
Io ogni tanto partivo, sparivo e tornavo.
Solo una volta mi chiese perchè non mi aveva più vista. Gli raccontai che lavoravo in giro per il mondo.
Come fa la palla del mondo quando si apre Google Earth, lui, in un tempo più breve di un battito di ciglia, ritornò in quella parte di oceano che tante volte aveva attraversato. Il nome che pronunciai gli illuminò gli occhi, gli aprì il sorriso, come mai avevo visto prima.
Pensavo che dopo Marco Polo, nessuno avesse più creduto alle leggende, per me così vere, ascoltate raccontare da altri viaggiatori, poeti, incantatori, sognatori in viaggio. Mi sbagliavo. Quella zattera galleggiante staccatasi dal continente africano e alla deriva verso oriente in quel tratto di abisso, non aveva cambiato mai, in tanti secoli, la sua fama.
Irraggiungibile per i forti venti era conosciuta come una delle terre più isolate del pianeta.
Per magia scompariva alla vista dei marinai, e poi ricompariva.
Le sue cime, che forse avevano assistito all’emergere dei tetti del mondo, anche lui le vide sempre avvolte da nuvole tempestose. Come Il viaggiatore veneziano.
Mai aveva avuto un porto, neanche ai tempi dei Greci che arrivarono lì per acquistare aloe e tentare di conquistarne il monopolio. Tutte le navi, per approvvigionare acqua dolce, rimanevano ancorate alla fonda. Anche nel XX secolo.
Gli capitò di lasciare il suo immenso bastimento e di raggiungere terra. Capì che era proprio l’angolo di paradiso di cui aveva tanto letto e che, per davvero, era abitata solo da donne.
I due mesi prima del monsone gli uomini erano tutti in mare.
Lo feci ritornare ragazzo, lui mi fece viaggiare, senza toccare terra, in quel mondo che è stato la mia casa.
“Signore e signori, è il comandante che vi parla. Non è garantito l’atterraggio nell’isola a causa del fortissimo vento da Sud-Ovest. Tenteremo l’impossibile”.
Era il terzo tentativo, il terzo volo dal continente. Il terzo giorno che volavo tra il cielo e questa convulsione acquatica.
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C’E’ TUTTO PER UN RACCONTO

 C’E’ TUTTO PER UN RACCONTO

Anni fa seguii un workshop con un fotografo italiano, uno bravo, conosciuto.
Nei preamboli iniziali chiese ad ognuno dei partecipanti il motivo dell’interesse. L’ordine espositivo, partendo da lui che stava a mezzanotte, andò in senso anti orario. Io ero a metà, alle ore sei, esattamente di fronte.
L’argomento era il fotoreportage, in tutti i suoi aspetti. Bellissimo.
Conoscevo il guru, avevo scritto per lui, onorata, in pieno agosto di anni prima, un bell’articolo che fu pubblicato in una rivista cartacea. Parlava di terre leggendarie e di vento.
Quando esposi lo slancio che mi aveva fatto desiderare essere lì, gli si rizzarono i capelli in testa. Dissi, serafica, che la fotografia, per me, era sempre stata un completamento e all’opposto, l’elemento scatenante di una danza di parole, di pensieri, di piccoli viaggi, di cortometraggi emozionali, dai quali poi traevo alimento per provare a scrivere.
Non gli piacque, per niente, quella risposta. Intesi forte il suo disagio. Ma quello veramente era stato ed è rimasto ancora il mio interesse principale: due capacità espressive meravigliose funzionali l’una all’altra. Io in quello che desidero fotografare leggo già il mio racconto. In quello che ho già fotografato pure.
Con tutti i miei tanti limiti, nella tecnica fotografica e in quella di scrittura.
Tutta questa tiritera per dire che nella fotografia che ho pubblicato c’è qualche cosa di fantastico da raccontare: storie di generazioni di uomini, storie di coraggio, di voli con la consapevolezza di riuscire comunque a planare senza essere albatros, storie di vite in viaggio e di ritorni a casa. Guardate i particolari, ce ne sono centinaia…tutti ruotano attorno ad un’unica realtà: credere, con tutto il cuore, che le cose fatte con amore e passione sono le migliori. Potrei parlarvi dell’odore di gomma, di mani da pianista spalmate di olio nero di catena, delle pietre del pavimento, belle come i masegni di Venezia, di gioielli ” tutti bellissimi, tecnicamente perfetti”, che, usciti da lì, vanno in giro per il mondo.
È per tutta questa ricchezza, che è magia, che scrivo quando vedo storie.
Se sono troppo lunghe, se non piacciono…go ahead.

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