LA CATE IN BICICLETTA

LA CATE IN BICICLETTA

Nell’ armadio sono appese tutte le gradazioni dal nero al grigio, dal marrone al beige. Indosso caldi e morbidi filati di lana neri e grigi in inverno, la freschezza del lino e i colori naturali della terra in estate. E’ così da sempre. Mi piacciono la semplicità che esalta la femminilità e la praticità, in armonia con la donna sportiva che sono. Non uso le gonne, mi piacciono molto i pantaloni. 
In una parte dell’ armadio però, ci sono gonne corte, colori e fantasie. Ogni volta che vedo questa gioia appesa ad un tubo d’acciaio, tra le mie abituali gradazioni monocromatiche, penso che sia come sfogliare un album di fotografie in bianco e nero e poi, inaspettatamente, trovare una fotografia, una sola, bellissima, a colori. O come la prima improvvisa giornata di sole e di cielo sereno dopo tante giornate di cielo grigio burrascoso.
Vidi per caso “The evolution of the skirt”, del 1916,  dell’australiano Harry Julius, la trasformazione della gonna animata come un cartone. Mi incuriosì e lessi la storia e l’evoluzione di questo indumento, così antico e così comune, la cui lunghezza, soprattutto, è stata simbolo di una vera e propria rivoluzione culturale. Coco Chanel, Christian Dior e Mary Quant hanno creato meraviglie attorno ai fianchi e alle gambe delle donne, pensando soprattutto alla valorizzazione del corpo femminile, alla praticità quotidiana, e alla portabilità in occasioni particolari di questo piccolo e magico pezzo di tessuto. Le gonne, sempre più corte, hanno “scoperto” le donne, non le loro gambe, no, troppo semplice e banale! ma la loro forza, il loro coraggio, la loro determinazione.
Io, invece, andando in bicicletta, ho scoperto le gonne. Sì, le ho proprio scoperte. 
Dal mio caschetto non sono mai usciti trecce o code di cavallo. Ho sempre avuto i capelli corti. Solo un piccolo orecchino che indosso, a sinistra. Adoro gli orecchini. Ho pedalato vestita come un uomo, pantaloncini e maglietta, nero e bianco, fino al giorno in cui vidi un prato di fiori colorati avvolgere i fianchi e un poco le cosce di una ciclista bella, dolcissima e forte. Fu la prima volta che vidi una gonna dedicata alle cicliste, ideata e creata per poter pedalare.  E me ne innamorai. Da allora non ho mai smesso di portarla. E i pantaloni con il fondello, d’inverno e d’estate, per me, sono solo quello che sta sotto. Come le mutande. 
La gonna in bicicletta è come il casco. Li indosso, tutti e due, ogni volta che salgo in sella. Per andare a fare la spesa, per pedalare una giornata o per un viaggio con la bicicletta come casa. 
Mi piace tanto e mi piace sempre. E’ nata per pedalare, ha la praticità di capo tecnico ideato e creato pensando ad un tipo di donna per cui la bicicletta è stile di vita,  che sceglie la semplicità, ma non rinuncia alla femminilità. E ad un tocco di raffinatezza. E’ versatile e informale. La indosso con un legging o un fuseau nero e, in ogni occasione, sono io a decidere che carattere darle. 
E’ sempre perfetta. Il tessuto è morbido e traspirante, l’elastico di silicone la tiene ferma e due piccoli spacchi laterali lasciano libertà assoluta nelle azioni, qualsiasi sia l’impegno che una uscita in bicicletta richieda.
E’ leggera (pesa circa 90 grammi), occupa pochissimo spazio (ben piegata ha le dimensioni di un pacchetto di fazzoletti di carta). E’ ideale per i viaggi, anche quando il bagaglio è essenziale (io viaggio con le borse attaccate al manubrio, al telaio e sotto la sella, si chiama bikepacking) e ogni grammo risparmiato è prezioso. Ne porto sempre una addosso e una di ricambio.
La manutenzione richiede la normale cura dei capi tecnici sportivi. Si asciuga rapidamente e non si stropiccia mai.
Ha pedalato con me (e camminato…sì, perchè la uso anche per il nordic walking e per correre!!) tutti i chilometri che ho sulle gambe da quando ho deciso che non ne avrei più fatto a meno. Tutti i paesaggi e le terre che ho scoperto e attraversato e che tengo nel cuore. I trail, gli ultratrail, le lunghe pedalate per giorni senza sosta, le salite sui passi di montagna, il silenzio dei sentieri in mezzo ai boschi e nelle foreste, la calma fluida lungo gli argini dei fiumi. Sulla neve, sulla sabbia, sulla terra e sulla ghiaia.  La magia di giornate indimenticabili, da prima dell’alba fino al tramonto. La magia delle notti dal tramonto all’alba successiva. Ha vissuto con me, con ogni giro di pedale, ogni gioia ed ogni emozione. Pedalo anche per scrivere. Scrivo per pedalare. La bicicletta mette in moto i miei pensieri e i miei sogni. E se la gonnellina potesse avere voce, racconterebbe di aver viaggiato con un delicato ciclone di parole.
E la genialità di chi l’ha ideata? Due ragazzi italiani, due amici, la loro passione per la bicicletta, la loro ammirazione per le donne che pedalano e che desiderano vedere ancora più donne. Settanta centimetri di tessuto…una piccola rivoluzione. 
Le rivoluzioni, si sa, portano con loro sempre cambiamento e novità. E’ di questi giorni la presentazione del vestitino intero per la bicicletta. Ed è così bello che una ciclista lo ha voluto e indossato per il suo matrimonio. Era semplicemente bellissima.
Perchè la femminilità non sta nell’avere belle gambe, ma in come si riesce ad essere evidentemente donne.
caterinaborgato

ANGELI NELLA FORESTA

ANGELI NELLA FORESTA

Viaggiavamo da più di un mese nella terra di Sandokan, in corriera. In piena stagione monsonica. Arrivammo a tarda sera su un’isola, una piccola roccia fluttuante tra Malesia e Thailandia, dopo aver navigato in un mare scuro e agitato. La schiuma delle onde, di un colore bianco ottico, era densa. Come albume di un uovo freschissimo montato a neve. L’isola era ricoperta di giungla rigogliosa e sembrava disabitata. I marinai scaraventarono le nostre borse direttamente sulla riva, facendole volare dalla barca come fossero sacchi pieni di immondizia. Ci lasciarono lì e, con il motore a manetta, se ne andarono. Sparirono, verso il blu della notte che ancora lasciava spazio ad una riga di sole.
In quel viaggio, per la prima volta, capii cosa fossero le allucinazioni. Dividevo la capanna, e a quel tempo la vita, con un uomo che, prendendomi per un braccio, mi urlò di stare attenta alle iguane giganti che vedeva uscire dalle pareti fatte di rami e legni. Ma a quella latitudine le iguane non sono mai esistite, neanche nella preistoria.
Le provai sulla mia pelle e nel mio cervello, in una notte di inizio primavera mentre pedalavo in riva al mare. Quella fu la prima volta che pedalai di notte, tutta la notte. Vidi una Inglesina, la carrozzina blu da bambini, con quattro ruote enormi e una catasta di legna alta come una montagna, che in realtà, avvicinandomi, capii essere la torretta del bagnino e lunghi rami di alghe arrotolati portati dal mare e spiaggiati sulla sabbia.
Mi accadde di nuovo. Era febbraio, mentre camminavo la Rovaniemi150K, non lontano dal Circolo Polare Artico. Durante quelle quarantuno ore non smise quasi mai di nevicare e il colore del cielo, nelle ore di luce, aveva tutte le sfumature del grigio e del bianco. Io, invece, avevo l’arcobaleno addosso. Entrai nella foresta che era già notte. Una foresta magica. Ai lati del sentiero, seduti sulla neve, tra betulle bianche, pini e abeti, incontrai dei musicanti. Erano donne e uomini con il corpo di bambini. O forse erano bambini. Sentivo bene la musica in quel silenzio primordiale, una melodia che mi ricordò le musiche balcaniche. I piatti di ottone che sbattevano uno contro l’altro, la tromba, il trombone, i tamburelli, il tono alto dei trapezi…Tutti suonavano al mio passaggio. Mi salutavano. Sembrava dessero il ritmo al mio cammino.
Incontrai un esercito di chiocciole dal guscio tutto bianco. Erano grandi, enormi. Mi guardavano negli occhi con gli occhi sulla punta delle antenne e sembrava mi sorridessero. Si muovevano lente e silenziose.
Sugli alberi ancora giovani e sui cespugli, era esposta una collezione preziosissima di cappelli pakol…, li vidi da bambina indossati dagli uomini in Afghanistan e sono conosciuti in Occidente perchè legati alla figura di Ahmad Mansur, il Leone del Panjshir.
La tanta neve, lavorata dal vento, aveva piegato i rami ancora teneri fino ad arrotolarli: in quelle spirali bianche vidi le chiocciole e i simboli del coraggio di un guerriero che morì per la libertà.
Lungo il cammino mi vennero offerti dei grandi brezel appena sfornati. Ricordo il luccichio dei cristalli di sale sulla crosta scura di quegli intrecci saporiti di pane. Me li sporgevano donne in costume tirolese. Le donne erano tanto alte, formose ed eleganti con ampie gonne rosa e un grembiule azzurro. Le loro scarpe erano di velluto nero, ricamate sulla punta, come quelle dei costumi tradizionali del Friuli. Tenevano tutte un cesto in mano dal quale usciva il profumo salato di quel pane ancora caldo. Mi sorridevano, anche loro.
La foresta odorava di neve, di freddo, di legno. A volte di caffè. Io vedevo da dove veniva quel profumo. Chiesi a Paolo, che camminò con me senza sosta per centochilometri, che ora fosse. Poco dopo l’una del mattino vidi una casa con gli oscuri di legno ancora aperti, le luci ancora accese, il camino sul tetto che fumava. Pensai di suonare, spiegare chi fossimo e cosa stessimo facendo e chiedere ospitalità per una tazza di caffè caldo. Quando mi avvicinai alla casa e vidi che tutto era buio, pensai che fossero andati a dormire. Questo capitò varie volte durante quella notte. Ogni volta che respiravo il profumo del caffè. La foresta però, in Lapponia, non è abitata. Le case, erano alberi vicini tra loro, nessun tetto, né finestre, né camino. Erano semplicemente alberi.            Cercando un posto per poter fare un riposino, solodieciminuti, lungo una pista larga e leggermente in salita, vidi le pensiline delle fermate dell’autobus. Pensai che fossero perfette per una breve sosta. Ma anche queste, sparivano quando mi avvicinavo.                       Mancava poco alla fine, stavo attraversando, da sola, uno dei laghi lungo il percorso. Vidi i castelli della Transilvania, illuminati dalla luce di candele, tra gli alberi della riva destra, quella che, seguendo nel buio totale, per sedicichilometri, il tremolio di piccoli catarifrangenti legati a rami conficcati nel ghiaccio, quando la raggiunsi, pensai: “ce l’ho fatta.”
Negli ultimi diecichilometri, il grande ponte sul fiume, vicino alla partenza, aveva le zampe e, mano a mano che io mi avvicinavo, lui, dispettoso, si spostava camminando sulla punta delle dita.
Quando arrivai, dopo quarantuno ore ininterrotte, ricordo solo l’immensa felicità. E un pò di stanchezza.
Le sensazioni e le emozioni provate per quegli incontri, in quella dimensione, sono gelosamente conservate, preziose, dentro di me. La privazione del sonno prolungata, continua a darmi questi effetti e non ho ancora provato a suonare ad una porta, in piena notte, per chiedere un caffè.

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POINT QUOBBA

POINT QUOBBA

A Point Quobba non ci vanno in tanti. Bisogna desiderarlo. È conosciuto per essere la sheep station più lontana e occidentale in tutta l’Australia. Qui, negli anni d’oro, portavano le pecore a tosare. Migliaia di pecore, montagne di lana. Quella notte mi fermai a dormire, nella casa di lamiera numero 41. Arrivai quasi al tramonto di una giornata che trascorse senza sole. Il colore delle nuvole era quello di un cielo pieno di battaglie tra titani. Aveva smesso anche di piovere.  Non ero l’unica ad aver raggiunto Point Quobba. Trovai un fuoco acceso. Due uomini, padre e figlio. Mi raccontarono…H.M.A.S. Sydney II vs Kormoran. 19 Novembre 1941. Tra gli australiani nessun superstite. 645 uomini a bordo, tutti morti. Tra i tedeschi solo 81 scomparvero tra le onde dell’Oceano Indiano. Gli altri si salvarono. Dalle testimonianze che ho letto, forse, avrebbero preferito morire. I relitti rimasero nascosti per sessantasetteanni. Il padre e il figlio erano qui per un saluto…un poco avanti, dove la strada si fa più scarruppata, dopo il cartello che avverte gli innamorati delle onde e del vento “King Waves Kill”, c’è un cippo, alla memoria. Pensai alla trama di in uno dei miei racconti…”Sapevano perchè erano in viaggio, perchè lì, insieme”.

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HELSINKI NON PERVENUTA

HELSINKI NON PERVENUTA

Mio nonno era alto quasi unmetroenovanta. Era bello, sorridente. E generoso.
E’ sempre stato un viaggiatore, per lavoro e per passione. Iniziò a viaggiare da bambino, anche lui, con un paio di zoccoli ai piedi, una lanterna a petrolio in mano, camminando davanti ai due cavalli che trainavano il carro di suo padre carico di scope di saggina. La luce fioca e tremolante serviva per poter avanzare nella nebbia fitta e densa nel cuore umido della Pianura Padana. Partivano insieme dalla campagna cremonese per vendere fino in Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Emilia Romagna.
Negli anni settanta, con la sua Palmira, viaggiò in tutti i paesi oltre i muro di Berlino. Insieme mangiarono pane e gelato in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Russia, Romania, Bulgaria. Erano felici. Si sono amati tantissimo, un amore immenso, vissuto forte e del quale custodisco le lettere.
A mio nonno piacevano l’opera e la musica classica. Era un ballerino eccezionale. Lo invitavano nelle balere e nelle sagre di paese di Cremona e Mantova perchè aprisse le danze quando l’orchestrina iniziava a suonare.
Andò con la Palmira all’Arena e alla Fenice ogni volta che gli fu possibile. E cantò fino a che ebbe voce e speranza.
Quando rientrava, dopo tanti giorni fuori, portava sempre un piccolo dono per tutti: il burro con la mucca, il pane casereccio cucinato a legna e le specialità delle feste.
Restava a casa una settimana. Si alzava presto. Ascoltava sempre la radio per le notizie nazionali e internazionali e dopo i tre secondi scanditi dall’ora esatta, guardava l’orologio e lo regolava. Ascoltava anche le previsioni meteo e le temperature di tutto il mondo. Quando io e mio fratello tornavamo da scuola, ci diceva le temperature più estreme, quelle più calde e quelle più fredde. Il gioco era sapere di quale stato erano le capitali.
Quand’ero bambina non ho mai saputo quale fosse la temperatura minima della capitale della Finlandia.
Alla radio, Helsinki, qui sul Baltico ghiacciato, era sempre “non pervenuta”.

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LA CARBONARA DEL NURE

LA CARBONARA DEL NURE

A Fabbriche di Vallico, nel cuore della Garfagnana, sono arrivata a metà della prima giornata di trail. E’ un borgo conosciuto per il Ponte della Dogana, un vero e proprio confine: fino all’unità d’Italia, attraversando il ponte sul fiume Serchio, si passava dalle terre protette e difese dal Ducato di Modena a quelle tenute con le unghie e con i denti della Repubblica di Lucca.

A Fabbriche tutte le case, al di qua e al di là del fiume, sono costruite in pietra scura, come il ponte. I davanzali, come i lati del ponte, sono impreziositi da grandi vasi rettangolari di terracotta pieni di rigogliosi geranei color rosso corallo. I miei preferiti. Ci sono un bar, una ferramenta, un ambulatorio medico che apre qualche volta. Ma soprattutto, a Fabbriche, c’è un “casoin”.

In veneziano, il “casoin” vero e proprio è il negozio di soli formaggi, con un significato più allargato è il negozio di alimentari e di tutto quello che può servire nei piccoli paesi, beatamente isolati e lontani dai centri commerciali, un pizzicagnolo che continua ad aprire ogni mattina perchè il paese possa ancora vivere e in paese tutti ci vanno perchè possa continuare ad aprire ogni benedetto giorno: un bellissimo mutuo aiuto. Due piccole vetrate, due porte d’ingresso, in mezzo una panchetta in legno e un tabellone con attaccati gli avvisi e le comunicazioni per gli abitanti. La frutta e la verdura a destra dell’entrata e su scaffalature di ferro tutta altezza, quello che si troverebbe facendo la spesa in un super o iper di città, solamente in quantità ridotte. Appesi, vicino ad una carta moschicida a spirale penzolante, ho visto piumini per le ragnatele a righe rosa confetto e azzurro cielo e ciabatte di pezza fantasia chiuse in sacchetti di plastica trasparente, in un angolo scope di saggina girate all’insù e poi, sui vari ripiani, cerotti e garze, pile di varie misure (quelle per il gps finite in un secondo), carta igienica e detersivi, alcolici e birre, pasta commerciale e vassoi di pasta fresca, scatole di latta con cibi pronti e scatolette di tonno, farina sfusa venduta a peso e specialità locali. Non so se quel piccolo negozio sia stato mai così affollato: non credo, neanche per la vigilia di Natale. Eravamo in tanti, tutti insieme, in fila, in attesa del turno davanti al banco del pane, dei salumi e formaggi, con mani piene di biscotti, cioccolata, frutta secca, barrette di cereali e cose da bere di ogni gusto e colore, presi dagli scaffali. Un piccolo esercito con il caso in testa, felice e affamato.

Dietro al banco due ragazzi, i fratelli Giuliani, David e Cristian, con l’espressione di chi non ha ben chiaro cosa stia succedendo.

“Quanti siete? Da dove venite? State facendo una gara? In bicicletta? Dove andate?”

La loro unica preoccupazione è stata di poterci soddisfare con quello che era rimasto all’ora di chiusura di un giorno di festa, dispiaciuti di non essere stati avvertiti che, proprio quel giorno, a Fabbriche ci sarebbe stato movimento!!

Prosciutto cotto, crudo e mortadella uscivano dalle lame rotanti dell’affettatrice alla velocità della luce per imbottire fette di pane toscano, poi panini comuni, finito il pane, fette di pane da toast e, finito anche quello, pane da tramezzini. I krakers e le fette biscottate erano già spariti dagli scaffali. Le forme di formaggio di pecora, mezzano e stagionato, tagliate a grosse fette da mani esperte con lunghi coltelli, passavano direttamente dal tagliere di legno a rendere unico e indimenticabile il gusto di due fette di pane.

Chi era in negozio ricorderà le condizioni in cui eravamo e come abbiamo lasciato il pavimento. Di questo i gestori non si sono preoccupati.

In fondo alla fila, una voce: “Io vorrei una pasta”

Il Nure, conosciuto “anche” come Michele Boschetti o Mr. Miss Grape o Nure dal Paese delle Meraviglie, forse pensava di fare solo una simpatica battuta.

“Che pasta vuoi e quanta?” la risposta

“Una carbonara, un chilo.”

Al di qua e al di là del banco si sono capiti al volo.

In pochi secondi uova, pancetta e spaghetti erano nelle grandi mani di uno dei due ragazzi, sparito nel retrobottega e salito al piano di sopra con tutto il ben di dio necessario per far cucinare a sua mamma una pasta che Michele Boschetti, Carlo Miorin, Michele Pigozzi e Stefano Spiazzi si ricorderanno per tutta la vita, mangiata di gusto, seduti davanti al negozio, su un tavolo preparato apposta per loro con una tovaglia gialla, in un momento magico e senza pioggia, come nel miglior ristorante che avessero potuto trovare lungo il trail.

http://www.missgrape.net/

http://www.ciclipigozzi.it/

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RITORNO A QABAHAN

Ritorno a Qabahan

Qabahan, isola di Socotra, Yemen, Penisola Arabica: non ci sono strade che portano a Qabahan, per arrivarci è necessario chiedere un passaggio ad una barca o superare a piedi una falesia massacrata cercando, vicino a dove finisce la pista che viene da Nord, lo stretto sentiero che l’attraversa. Questa è l’unica strada percorribile, quella che si è creata al passaggio ripetuto ogni estate dai piedi di uomini, donne e bambini delle cinque famiglie che abitano a Qabahan e che durante i forti venti del monsone di Sud-Ovest, per non rimanere in totale isolamento, usano come collegamento con il resto del “loro” mondo. Il villaggio è quasi invisibile, case fatte della stessa roccia della falesia, addossate ad essa, quasi ne fossero geometrica protuberanza. Il giorno e la notte, il buio e la luce, l’inizio e la fine dei monsoni scandiscono il tempo e l’organizzazione della vita. Vicino al villaggio c’è la più grande foresta di mangrovie della Penisola Arabica, di fronte ad un mare che ha il colore dei cieli limpidi di montagna. Quando finisce il gas delle vecchie e ammaccate bombole, che rimangono lì, vuote, buttate in un angolo forse con rabbia, come se il fatto di essersi esaurite avesse tradito le speranze di fare un po’ meno fatica ogni giorno, le donne di Qabahan vengono qui a prendere solo legna secca, come vuole la legge non scritta dell’isola, per il fuoco della loro comune cucina, uno spazio piccolo e fumoso con un unico fornello zoppicante e mezzo arrugginito. Si incamminano dopo che la prima luce del sole, già accecante e calda di buonora, ha inondato la loro semplice casa; figure snelle e colorate, camminano con l’eleganza delle donne non europee, delle donne abituate ad indossare abiti che coprono anche i piedi e che, pur non fasciandole, lasciano intravvedere la magrezza dei loro corpi. Camminano lente, in apparenza svogliate, con abiti di tessuti sintetici rinsecchiti dal sale e dalla polvere e che ad ogni movimento strofinano sulla pelle delle loro gambe magre spalmata di cristalli microscopici; lasciano impronte sottili sulla sabbia umida che ad ogni passo cambia colore, dal bianco al grigio chiarissimo ed emette il suono dei milioni di granelli che contemporaneamente si compattano sotto il peso del loro corpo; avanzano silenziose, verso questo enorme spazio verde e umido tra mare e terra, unico luogo raggiungibile in poche ore. I loro piedi confondono sulla loro possibile età biologica: nessuno a Qabahan ha idea esattamente di quando sia nato; hanno piante tagliate come si taglia, per il caldo e freddo, per l’uso ed il passare del tempo, una suola di gomma di una scarpa da montagna. Non sentono alcun fastidio, insensibili sulla sabbia rovente, sulle roccia carsica appuntita, tra il groviglio dei rami della bassa e fitta foresta. Non hanno mai indossato ciabatte, né tanto meno indosseranno scarpe, abilissime a camminare ovunque senza ferirsi.

In ogni viaggio a Socotra ho un appuntamento con queste donne, con le bellissime e coraggiose donne di Qabahan; attraversando a piedi la falesia o navigando sotto costa con una barca in acque dal colore irreale, accompagnata spesso da branchi di delfini acrobati, arrivare a Qabahan per raggiungerle è, ogni volta, come ritornare da amiche che posso vedere solo raramente, ma che, sempre, mi accolgono con abbracci e calore. Alcune di loro le ho lasciate bambine, capelli quasi biondi, schiariti dal sole e dal sale, pelle liscia e morbida; le ho ritrovate adolescenti, capelli coperti da veli sgargianti e, in braccio, fratellini più piccoli che ancora non sanno camminare, oppure donne, dallo sguardo fiero e penetrante, con folte chiome ricciolute e nere appena coperte da foulard, il corpo magro, i seni avvizziti a lungo succhiati che si intravvedono sotto le vesti colorate e lucenti.

Lo sanno che prima o poi ritorno e ogni volta è lo stesso bellissimo rituale: all’ombra di una delle case o dentro l’unica stanza nella quale vive un’intera famiglia, mi fanno vedere i bambini appena nati, quelli che ho visto ammalati e che ce l’hanno fatta, quelle tra loro che dovranno partorire. Mettono a bollire l’acqua per il tea sempre nella stessa teiera annerita,quasi bruciata, con il manico di filo di ferro attorciliato, che da anni sopporta il calore del fuoco a legna; a Qabahan il tea è sempre leggero e non speziato. Impastano farina e acqua per preparare un pane sottile, profumato e semplice, appena dorato per l’olio con cui lo ungono per cucinarlo e che mangio con loro, condividendone il sapore.

Io non parlo la lingua di Socotra e della lingua araba capisco e ricordo il necessario per la sopravvivenza, ma tra noi riusciamo sempre a capirci; a gesti, con disegni sulla sabbia, con parole dal significato universale, con le donne di Qabahan non è difficile parlare.

Lascio il villaggio senza tristezza o malinconia perché, ad Allah piacendo, prima o poi ci rivedremo ancora.

http://www.erodoto108.com/ritorno-a-qabahan/

caterina borgato

NAVIGANDO SULLA ROTTA DI SOCOTRA

NAVIGANDO SULLA ROTTA DI SOCOTRA

Lui era ancora un “capitano di lungo corso”.
In pensione da tanti anni. Aveva tanti anni.
Ogni tanto ci incontravamo, di corsa, lungo percorsi comuni.
Era alto. Un passo dei suoi era due dei miei. Correvamo con quel ritmo che permette di raccontarsela e non schiattare.
Io ogni tanto partivo, sparivo e tornavo.
Solo una volta mi chiese perchè non mi aveva più vista. Gli raccontai che lavoravo in giro per il mondo.
Come fa la palla del mondo quando si apre Google Earth, lui, in un tempo più breve di un battito di ciglia, ritornò in quella parte di oceano che tante volte aveva attraversato. Il nome che pronunciai gli illuminò gli occhi, gli aprì il sorriso, come mai avevo visto prima.
Pensavo che dopo Marco Polo, nessuno avesse più creduto alle leggende, per me così vere, ascoltate raccontare da altri viaggiatori, poeti, incantatori, sognatori in viaggio. Mi sbagliavo. Quella zattera galleggiante staccatasi dal continente africano e alla deriva verso oriente in quel tratto di abisso, non aveva cambiato mai, in tanti secoli, la sua fama.
Irraggiungibile per i forti venti era conosciuta come una delle terre più isolate del pianeta.
Per magia scompariva alla vista dei marinai, e poi ricompariva.
Le sue cime, che forse avevano assistito all’emergere dei tetti del mondo, anche lui le vide sempre avvolte da nuvole tempestose. Come Il viaggiatore veneziano.
Mai aveva avuto un porto, neanche ai tempi dei Greci che arrivarono lì per acquistare aloe e tentare di conquistarne il monopolio. Tutte le navi, per approvvigionare acqua dolce, rimanevano ancorate alla fonda. Anche nel XX secolo.
Gli capitò di lasciare il suo immenso bastimento e di raggiungere terra. Capì che era proprio l’angolo di paradiso di cui aveva tanto letto e che, per davvero, era abitata solo da donne.
I due mesi prima del monsone gli uomini erano tutti in mare.
Lo feci ritornare ragazzo, lui mi fece viaggiare, senza toccare terra, in quel mondo che è stato la mia casa.
“Signore e signori, è il comandante che vi parla. Non è garantito l’atterraggio nell’isola a causa del fortissimo vento da Sud-Ovest. Tenteremo l’impossibile”.
Era il terzo tentativo, il terzo volo dal continente. Il terzo giorno che volavo tra il cielo e questa convulsione acquatica.
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C’E’ TUTTO PER UN RACCONTO

 C’E’ TUTTO PER UN RACCONTO

Anni fa seguii un workshop con un fotografo italiano, uno bravo, conosciuto.
Nei preamboli iniziali chiese ad ognuno dei partecipanti il motivo dell’interesse. L’ordine espositivo, partendo da lui che stava a mezzanotte, andò in senso anti orario. Io ero a metà, alle ore sei, esattamente di fronte.
L’argomento era il fotoreportage, in tutti i suoi aspetti. Bellissimo.
Conoscevo il guru, avevo scritto per lui, onorata, in pieno agosto di anni prima, un bell’articolo che fu pubblicato in una rivista cartacea. Parlava di terre leggendarie e di vento.
Quando esposi lo slancio che mi aveva fatto desiderare essere lì, gli si rizzarono i capelli in testa. Dissi, serafica, che la fotografia, per me, era sempre stata un completamento e all’opposto, l’elemento scatenante di una danza di parole, di pensieri, di piccoli viaggi, di cortometraggi emozionali, dai quali poi traevo alimento per provare a scrivere.
Non gli piacque, per niente, quella risposta. Intesi forte il suo disagio. Ma quello veramente era stato ed è rimasto ancora il mio interesse principale: due capacità espressive meravigliose funzionali l’una all’altra. Io in quello che desidero fotografare leggo già il mio racconto. In quello che ho già fotografato pure.
Con tutti i miei tanti limiti, nella tecnica fotografica e in quella di scrittura.
Tutta questa tiritera per dire che nella fotografia che ho pubblicato c’è qualche cosa di fantastico da raccontare: storie di generazioni di uomini, storie di coraggio, di voli con la consapevolezza di riuscire comunque a planare senza essere albatros, storie di vite in viaggio e di ritorni a casa. Guardate i particolari, ce ne sono centinaia…tutti ruotano attorno ad un’unica realtà: credere, con tutto il cuore, che le cose fatte con amore e passione sono le migliori. Potrei parlarvi dell’odore di gomma, di mani da pianista spalmate di olio nero di catena, delle pietre del pavimento, belle come i masegni di Venezia, di gioielli ” tutti bellissimi, tecnicamente perfetti”, che, usciti da lì, vanno in giro per il mondo.
È per tutta questa ricchezza, che è magia, che scrivo quando vedo storie.
Se sono troppo lunghe, se non piacciono…go ahead.

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I VIAGGIATORI

I VIAGGIATORI

Sapete, i viaggiatori nel sangue, quelli che sono sempre in viaggio con la testa, che hanno bisogno di andare come dell’aria e dell’amore, quelli che desiderano proprio quel viaggio per aver sentito un odore, per aver visto una sola immagine meravigliosa, quelli che “in un granello di sabbia vedono un deserto”, che sentono dentro la potenza di un’alba e sanno distinguere un tramonto, ma non dai colori…quei viaggiatori non fanno solo viaggi dall’altra parte della Terra, no, no di certo!
Mentre preparano traversate che seguono piste leggendarie, viaggiano in microcosmi vicini, preziosi e unici.
Viaggiano come farebbero in capo al mondo, per poter godere della strada, del tempo, per far godere i sensi, tutti. Viaggiano attraverso storia e stupefacente bellezza, attraverso tradizioni attaccate alla realtà in cambiamento come serpi alla pietra, vedono popoli e trasformazioni epocali.
Esistono questi luoghi, dove l’uomo preferisce lasciar fare ancora un poco alla natura. I viaggiatori sanno riconoscerli. E li amano. Perchè lì trovano pace.
Prendete la bicicletta, portate l’essenziale, pedalate da casa a Cà Roman come attraversereste i fiordi lungo la Carretera Austral in Patagonia, arrivateci al tramonto, aspettate il buio e la notte.
Sentirete le voci del mare e del vento, vedrete un orizzonte che arriva tanto lontano.
Partirete anche voi, per un lungo, incredibile viaggio.
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DOMATTINA ANDIAMO A VEDERE L’ALBA

DOMATTINA ANDIAMO A VEDERE L’ALBA

Mi piace tanto quando mi dici:” domattina andiamo a vedere l’alba”. Usciamo sempre che è ancora notte fonda.
Per campi e argini arriviamo nel nostro
posto preferito. Non è lontano, in realtà, ma ha la bellezza dei luoghi che fanno sentire in un altro mondo.
Durante l’estate pedalando vediamo le lucciole e ascoltiamo i grilli e godiamo di un alito di vento fresco di passaggio.
In inverno ascoltiamo la galaverna che si crepa sotto le ruote e ci scaldiamo il viso intirizzito con il vapore caldo che esce dalle nostre bocche.
In autunno sentiamo il respiro sempre più lento e stanco della terra, in primavera quello eccitato che ha tutto, di nuovo, in potenza.
Aspettiamo vicini, ogni volta, guardando a oriente, che dalla linea dell’orizzonte esca fuori il sole o, semplicemente, che la Terra accenda la luce. La luce di un altro giorno di meravigliosa vita.

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