LA VIA DEGLI SMERALDEROS

LA VIA DEGLI SMERALDEROS

Io ricordo solo che mi prese per mano. Una tenerezza che non faceva mai. E che camminavo un mezzo passo dietro a lui, con la parte sinistra del corpo più avanti come se mi trascinasse. Stringevo con la mano destra lo spallaccio dello zaino che proteggeva la macchina fotografica. Con l’altra stringevo la sua mano. Era fredda. Un pò di paura, credo, l’avesse anche lui.

Seguimmo un tizio fin dentro il portone di un palazzo, in una calle stretta e buia. La luce non poteva passare. I palazzi erano troppo alti e troppo vicini perchè il sole potesse illuminarla.

Salimmo le scale. Tre piani di scale che odoravano di cipolla. Entrammo in una porta lasciata aperta, nessuno aspettava sulla soglia. Quando sentii le tre mandate di chiave alle mie spalle, il cuore cambiò ritmo.

Erano in due, dietro ad una scrivania. Quello che ci accompagnò ed un altro. Io sentivo che erano armati. Non so se tutti e due, ma sicuramente quello che ci fece arrivare fino a lì aprendoci la strada.

Fu un pomeriggio eterno. Un gioco lunghissimo e impegnativo di equilibri basati sulla capacità di conoscere e riconoscere le impurità e l’abilità di saper vendere vetro colorato col sorriso di chi ne ha passate tante e ne è sempre uscito galleggiando.

Ho un piccolo smeraldo al polso. Ogni volta che lo guardo, da 25 anni, penso a quel pomeriggio in una calle nel cuore di Bogotà.

 

Caterina
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DAL CANALE DEI PETROLI ALLA VIA DELLA SETA

DAL CANALE DEI PETROLI ALLA VIA DELLA SETA

C’è un fuso orario di tre ore tra Italia e Uzbekistan. Sono solo tre meridiani verso Oriente. Dò un’occhiata alla carta di identità, nuova, e capisco il motivo della sveglia alle 3:30. Prima del primo merlo che ogni mattina canta l’amore sul tetto vicino a casa. Prima ancora che passino pochi secondi tra una corriera e un’automobile in strada. Sento sempre di più la differenza di orario, in ogni viaggio.
Entra aria fresca dalle finestre aperte. E il profumo dei fiori dei tigli. Più forte e più buono di quel fiore che tutti chiamano gelsomino e che marcisce lentamente odorando l’aria di carne di pecora e capra esposte al sole e alla polvere lungo le strade piene di umanità in cammino in un qualsiasi posto dell’Africa, del Medio Oriente, dell’India. Peccato, è un bel fiore, ma con un profumo nauseante.
Indosso uno degli abiti da bicicletta che preferisco, con fiori che sanno di bucato, metto il casco e sono in strada, per pedalare con la prima luce del sole. Ascolto la pelle e sento che può sopportare il caldo che deve ancora accendere l’aria umida.
Pedalo come se le strade fossero tutte mie, come se ci fosse il coprifuoco, come se attraversassi luoghi familiari, abbandonati da poco. In realtà è solo tanto presto e tutti stanno ancora dormendo.
Pedalo attraverso ricordi, rotondi e liquidi come i fianchi che vedo se mi guardo allo specchio. Le anse del fiume, ad un certo punto, sono dolcezza e pura poesia. Seguo la strada e, ogni volta, arrivo fino a dove finisce.
Arrivo fino a dove mi fu tutto chiaro. Capii che il racconto che stavo vivendo e scrivendo era proprio arrivato alla conclusione. Finì in un groviglio spinoso di rovi di more che vedo, abbondanti, ma non ancora mature. Finì una matassa di parole, un intrico confuso fatto di tanti bandoli. Di tanti fili, troppo corti, spezzati, inutilizzabili. Con il tempo e con coraggio, riuscirò a riordinare e darò, a tutto, logica e fluidità.
Sorrido, guardando passare una nave porta containers. Forse è la stessa che vidi quella volta. E sulla quale avrei voluto saltar su e partire. Partire e andare. Rivedo la stessa scena a metà, circa, di una delle ultime pagine del libro. Precisa. Mi piace guardare le navi porta containers e sognare. Sognare e partire. “Dal canale dei petroli alla via della seta”. Sì, lo potrei chiamare così, il “racconto” che, qualcuno mi ha detto, si riesce a leggere nei miei occhi.

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