AI VENDITORI DI CAFFE’ – ETIOPIA

 

AI VENDITORI DI CAFFE’ – ETIOPIA

La casa di Anna era in una laterale senza traffico. Non so se fosse proprio nel centro dell’immenso mare argentato e lucente che è Addis Abeba in atterraggio. Ogni casa, lungo quella stradina con il fondo fatto di tante buche e poco asfalto, aveva un muro molto alto di pietra pitturata e con il colore un pò scrostato, merlettato in cima con cocci di vetro variopinto spaccato grossolanamente e un cancello di ferro a due ante, pesante e colorato, che non permetteva di vedere oltre.

Uno dei vicini di casa, quello appena fuori a destra, tostava chicchi freschi di caffè e li vendeva, profumati e ancora caldi, a chiunque bussasse al cancello e ne chiedesse. Una manciatina, due, un pò di più. Quello che serviva.

Tostava il giovedì e venerdì pomeriggio, prima della festa. Il profumo durante la tostatura era così intenso che la biancheria stesa, seccata dal sole e dall’aria asciutta, odorava di caffè. Avvicinandomi a casa, a piedi, lo sentivo avvolgermi tutta, sempre più intenso e denso, come camminassi gli ultimi metri dentro la nuvola di quello stesso fumo che esce dalla moka alla fine del gorgoglio.

Lo comperavo da lui, poco alla volta, per poter andare più spesso a trovarlo. Lo spazio di fronte alla sua semplice casa era un mondo inimmaginabile da fuori.

I sacchi di iuta, pieni di chicchi verdi, che io andavo ad annusare mettendoci proprio il naso dentro per sentire il profumo del tessuto, i teli di plastica rosa distesi per terra con montagne di chicchi sopra, da selezionare, uno ad uno, i sacchetti riciclati color cartone, già pronti, di vari pesi ed esposti in ordine decrescente, una bilancia piccola da cucina ed una più grande, di quelle che si usano nei consorzi per pesare il grano.

La sua pelle nel tempo aveva assorbito quell’aroma scuro con cui,due giorni a settimana, riempiva l’aria tutto intorno. E anche i suoi capelli. Ricci, crespi e brizzolati. Immaginavo che il profumo ne rimanesse imprigionato, come fa nell’anima e nelle maglie fitte del ricordo.

LA VIA DEGLI SMERALDEROS

LA VIA DEGLI SMERALDEROS

Io ricordo solo che mi prese per mano. Una tenerezza che non faceva mai. E che camminavo un mezzo passo dietro a lui, con la parte sinistra del corpo più avanti come se mi trascinasse. Stringevo con la mano destra lo spallaccio dello zaino che proteggeva la macchina fotografica. Con l’altra stringevo la sua mano. Era fredda. Un pò di paura, credo, l’avesse anche lui.

Seguimmo un tizio fin dentro il portone di un palazzo, in una calle stretta e buia. La luce non poteva passare. I palazzi erano troppo alti e troppo vicini perchè il sole potesse illuminarla.

Salimmo le scale. Tre piani di scale che odoravano di cipolla. Entrammo in una porta lasciata aperta, nessuno aspettava sulla soglia. Quando sentii le tre mandate di chiave alle mie spalle, il cuore cambiò ritmo.

Erano in due, dietro ad una scrivania. Quello che ci accompagnò ed un altro. Io sentivo che erano armati. Non so se tutti e due, ma sicuramente quello che ci fece arrivare fino a lì aprendoci la strada.

Fu un pomeriggio eterno. Un gioco lunghissimo e impegnativo di equilibri basati sulla capacità di conoscere e riconoscere le impurità e l’abilità di saper vendere vetro colorato col sorriso di chi ne ha passate tante e ne è sempre uscito galleggiando.

Ho un piccolo smeraldo al polso. Ogni volta che lo guardo, da 25 anni, penso a quel pomeriggio in una calle nel cuore di Bogotà.

 

Caterina
Image-1

DAL CANALE DEI PETROLI ALLA VIA DELLA SETA

DAL CANALE DEI PETROLI ALLA VIA DELLA SETA

C’è un fuso orario di tre ore tra Italia e Uzbekistan. Sono solo tre meridiani verso Oriente. Dò un’occhiata alla carta di identità, nuova, e capisco il motivo della sveglia alle 3:30. Prima del primo merlo che ogni mattina canta l’amore sul tetto vicino a casa. Prima ancora che passino pochi secondi tra una corriera e un’automobile in strada. Sento sempre di più la differenza di orario, in ogni viaggio.
Entra aria fresca dalle finestre aperte. E il profumo dei fiori dei tigli. Più forte e più buono di quel fiore che tutti chiamano gelsomino e che marcisce lentamente odorando l’aria di carne di pecora e capra esposte al sole e alla polvere lungo le strade piene di umanità in cammino in un qualsiasi posto dell’Africa, del Medio Oriente, dell’India. Peccato, è un bel fiore, ma con un profumo nauseante.
Indosso uno degli abiti da bicicletta che preferisco, con fiori che sanno di bucato, metto il casco e sono in strada, per pedalare con la prima luce del sole. Ascolto la pelle e sento che può sopportare il caldo che deve ancora accendere l’aria umida.
Pedalo come se le strade fossero tutte mie, come se ci fosse il coprifuoco, come se attraversassi luoghi familiari, abbandonati da poco. In realtà è solo tanto presto e tutti stanno ancora dormendo.
Pedalo attraverso ricordi, rotondi e liquidi come i fianchi che vedo se mi guardo allo specchio. Le anse del fiume, ad un certo punto, sono dolcezza e pura poesia. Seguo la strada e, ogni volta, arrivo fino a dove finisce.
Arrivo fino a dove mi fu tutto chiaro. Capii che il racconto che stavo vivendo e scrivendo era proprio arrivato alla conclusione. Finì in un groviglio spinoso di rovi di more che vedo, abbondanti, ma non ancora mature. Finì una matassa di parole, un intrico confuso fatto di tanti bandoli. Di tanti fili, troppo corti, spezzati, inutilizzabili. Con il tempo e con coraggio, riuscirò a riordinare e darò, a tutto, logica e fluidità.
Sorrido, guardando passare una nave porta containers. Forse è la stessa che vidi quella volta. E sulla quale avrei voluto saltar su e partire. Partire e andare. Rivedo la stessa scena a metà, circa, di una delle ultime pagine del libro. Precisa. Mi piace guardare le navi porta containers e sognare. Sognare e partire. “Dal canale dei petroli alla via della seta”. Sì, lo potrei chiamare così, il “racconto” che, qualcuno mi ha detto, si riesce a leggere nei miei occhi.

IMG_9128IMG_9129

LA MAGIA DEL CAFFE’

CATERINA_BORGATO_

“Buonasera signore, mi scusi, dove potrei dormire questa notte?”

L’uomo rispose al saluto in italiano con accento tedesco molto forte e con la mano indicò il prato che entrambi avevamo di fronte. “Signore, la ringrazio, ma oltre all’erba, non ci sarebbe un posto un pò isolato dall’umidità…piove da questa mattina e io ho solo il saccopiuma e un telo termico”. L’uomo, mi disse di aspettare. Si allontanò. Indossava una salopette di jeans, una camicia di flanella a quadri marroni e beige, le ciabatte tedesche per definizione. Color moka, le mie preferite. Non mi ricordo bene, ma credo avesse anche un cappello in testa.

Lo vidi entrare e dopo poco uscire dal locale che gestiva. Mi chiamò e mi disse di seguirlo dietro la casa. “Qui starai bene”.

Spostò sedie e tavoli trascinandoli sul pavimento di legno grezzo. Mi fece spazio sotto una tettoia che guardava il fiume. Sentivo l’odore del legno e il rumore dell’acqua.

Si allontanò ancora e tornò abbracciando dei grandi sacchi di yuta da caffè, quelli che, viaggiando per il mondo, lasciano dall’antichità la scia di profumo più buona che esista, oltre a quella del pane fresco. Li buttò per terra. Si alzò una nuvola di polvere.

“Con questi starai più comoda e riposerai meglio”. Li distesi e lisciandoli bene con le mani, uno ad uno, lessi le scritte nere stampate: Plus Cafè product of Guatemala, India robusta decaffeinato, Ethiopia Washeo arabica e poi caffè dallo Yemen, dal Kenia, dal Brasile.

Mi preparai per la notte. Sistemai la bicicletta e distesi il sacco piuma sulle tavole del pavimento, sopra lo strato di sacchi di caffè.

“Il bagno non sarà pulito, oggi è passata tanta gente, dovrai adattarti e domattina non arriverò prima delle otto, mi dispiace non poterti preparare la colazione. Buon riposo”.

“Buonanotte signore, grazie di cuore.”

Mi ricordo bene quella notte. La ricorderò sempre. Per tutto.

La prima uscita con la Fargo, l’aroma delicato di caffè di mezzo mondo che profumava l’aria, la gentilezza del signore in salopette di jeans che mi ha fatto sentire una regina.

ANGELI NELLA FORESTA

ANGELI NELLA FORESTA

Viaggiavamo da più di un mese nella terra di Sandokan, in corriera. In piena stagione monsonica. Arrivammo a tarda sera su un’isola, una piccola roccia fluttuante tra Malesia e Thailandia, dopo aver navigato in un mare scuro e agitato. La schiuma delle onde, di un colore bianco ottico, era densa. Come albume di un uovo freschissimo montato a neve. L’isola era ricoperta di giungla rigogliosa e sembrava disabitata. I marinai scaraventarono le nostre borse direttamente sulla riva, facendole volare dalla barca come fossero sacchi pieni di immondizia. Ci lasciarono lì e, con il motore a manetta, se ne andarono. Sparirono, verso il blu della notte che ancora lasciava spazio ad una riga di sole.
In quel viaggio, per la prima volta, capii cosa fossero le allucinazioni. Dividevo la capanna, e a quel tempo la vita, con un uomo che, prendendomi per un braccio, mi urlò di stare attenta alle iguane giganti che vedeva uscire dalle pareti fatte di rami e legni. Ma a quella latitudine le iguane non sono mai esistite, neanche nella preistoria.
Le provai sulla mia pelle e nel mio cervello, in una notte di inizio primavera mentre pedalavo in riva al mare. Quella fu la prima volta che pedalai di notte, tutta la notte. Vidi una Inglesina, la carrozzina blu da bambini, con quattro ruote enormi e una catasta di legna alta come una montagna, che in realtà, avvicinandomi, capii essere la torretta del bagnino e lunghi rami di alghe arrotolati portati dal mare e spiaggiati sulla sabbia.
Mi accadde di nuovo. Era febbraio, mentre camminavo la Rovaniemi150K, non lontano dal Circolo Polare Artico. Durante quelle quarantuno ore non smise quasi mai di nevicare e il colore del cielo, nelle ore di luce, aveva tutte le sfumature del grigio e del bianco. Io, invece, avevo l’arcobaleno addosso. Entrai nella foresta che era già notte. Una foresta magica. Ai lati del sentiero, seduti sulla neve, tra betulle bianche, pini e abeti, incontrai dei musicanti. Erano donne e uomini con il corpo di bambini. O forse erano bambini. Sentivo bene la musica in quel silenzio primordiale, una melodia che mi ricordò le musiche balcaniche. I piatti di ottone che sbattevano uno contro l’altro, la tromba, il trombone, i tamburelli, il tono alto dei trapezi…Tutti suonavano al mio passaggio. Mi salutavano. Sembrava dessero il ritmo al mio cammino.
Incontrai un esercito di chiocciole dal guscio tutto bianco. Erano grandi, enormi. Mi guardavano negli occhi con gli occhi sulla punta delle antenne e sembrava mi sorridessero. Si muovevano lente e silenziose.
Sugli alberi ancora giovani e sui cespugli, era esposta una collezione preziosissima di cappelli pakol…, li vidi da bambina indossati dagli uomini in Afghanistan e sono conosciuti in Occidente perchè legati alla figura di Ahmad Mansur, il Leone del Panjshir.
La tanta neve, lavorata dal vento, aveva piegato i rami ancora teneri fino ad arrotolarli: in quelle spirali bianche vidi le chiocciole e i simboli del coraggio di un guerriero che morì per la libertà.
Lungo il cammino mi vennero offerti dei grandi brezel appena sfornati. Ricordo il luccichio dei cristalli di sale sulla crosta scura di quegli intrecci saporiti di pane. Me li sporgevano donne in costume tirolese. Le donne erano tanto alte, formose ed eleganti con ampie gonne rosa e un grembiule azzurro. Le loro scarpe erano di velluto nero, ricamate sulla punta, come quelle dei costumi tradizionali del Friuli. Tenevano tutte un cesto in mano dal quale usciva il profumo salato di quel pane ancora caldo. Mi sorridevano, anche loro.
La foresta odorava di neve, di freddo, di legno. A volte di caffè. Io vedevo da dove veniva quel profumo. Chiesi a Paolo, che camminò con me senza sosta per centochilometri, che ora fosse. Poco dopo l’una del mattino vidi una casa con gli oscuri di legno ancora aperti, le luci ancora accese, il camino sul tetto che fumava. Pensai di suonare, spiegare chi fossimo e cosa stessimo facendo e chiedere ospitalità per una tazza di caffè caldo. Quando mi avvicinai alla casa e vidi che tutto era buio, pensai che fossero andati a dormire. Questo capitò varie volte durante quella notte. Ogni volta che respiravo il profumo del caffè. La foresta però, in Lapponia, non è abitata. Le case, erano alberi vicini tra loro, nessun tetto, né finestre, né camino. Erano semplicemente alberi.            Cercando un posto per poter fare un riposino, solodieciminuti, lungo una pista larga e leggermente in salita, vidi le pensiline delle fermate dell’autobus. Pensai che fossero perfette per una breve sosta. Ma anche queste, sparivano quando mi avvicinavo.                       Mancava poco alla fine, stavo attraversando, da sola, uno dei laghi lungo il percorso. Vidi i castelli della Transilvania, illuminati dalla luce di candele, tra gli alberi della riva destra, quella che, seguendo nel buio totale, per sedicichilometri, il tremolio di piccoli catarifrangenti legati a rami conficcati nel ghiaccio, quando la raggiunsi, pensai: “ce l’ho fatta.”
Negli ultimi diecichilometri, il grande ponte sul fiume, vicino alla partenza, aveva le zampe e, mano a mano che io mi avvicinavo, lui, dispettoso, si spostava camminando sulla punta delle dita.
Quando arrivai, dopo quarantuno ore ininterrotte, ricordo solo l’immensa felicità. E un pò di stanchezza.
Le sensazioni e le emozioni provate per quegli incontri, in quella dimensione, sono gelosamente conservate, preziose, dentro di me. La privazione del sonno prolungata, continua a darmi questi effetti e non ho ancora provato a suonare ad una porta, in piena notte, per chiedere un caffè.

IMG_1327IMG_1406

LA AL-RAWDA E’ RIPARTITA

LA AL-RAWDAH E’ RIPARTITA

Un viaggio su un anave cargo. È un altro dei miei sogni…I porti sono posti magici. Ho percorso tante volte quella viabilità fatta di quadre come la centuriazione romana qui in campagna o come quella di tutti i paesi in Patagonia. A Fremantle, in Western Australia, c’erano muri di container. A destra e a sinistra, fino al prossimo incrocio. Muri a quadri e rettangoli, spazio colorato da riempire e trasportare. Ho aspettato sei mesi che arrivasse una cassa piena di libri, lasciata a Sana’a per cinque anni e  imbarcata nel porto di Al-Hodayda dopo un viaggio, nel cassone di un pick-up, attraverso le alte montagne, giù verso la Tihama. Ora è qui. Bellissima. Quella volta le fecero fare il giro di mezzo mondo. Mi immagino così il nostro cervello. Spazi più o meno ordinati, pieni di tutto quello che siamo e che viviamo. È sempre tutto lì, in verità, tutto, ma i container più in basso sono quelli dove ci sono le cose al trapassato remoto e con tempi di verbi antichi, ormai in disuso, quelle che abbiamo messo in naftalina, sentendo il sollievo della leggerezza per non averle più tra i piedi nei luoghi emozionali dove viviamo. Dove ora viviamo.  Cose che, forse, ricordiamo solo qualche volta, per caso, di aver pensato, di aver vissuto. Di aver detto. I pensieri, gli attimi di vita, le parole sembrano sempre non avere peso.

caterina_

ALL’AUSTRALIA

ALL’AUSTRALIA

Australia…c’è potenza immensa in tutto il  tuo spazio. Uno spazio che travolge, avvolge e sconvolge.
Porto con me un pò della tua luce, così pulita, trasparente e limpida, un pò del tuo sole, a volte impietoso, un pò di brillantezza del tuo cielo sempre sereno. Solo in Tibet ricordo di aver visto cieli come quelli d’Australia. Porto con me un pò del candore di quelle nuvole galleggianti che hanno scatenato per giorni la mia fervida e ingestibile fantasia e sono state, per me, come sono le stelle per i marinai. Porto con me i tramonti, tutti quelli che ho visto, la loro ineguagliabile magia…uno spettacolo che sembrava l’idea geniale di un coreografo del colore, pazzoide e innamorato. Porto a casa la luce pulsante della stella del sud che ho cercato e guardato tante volte, un pò bassa, nel cielo delle notti lontano, fuori dalla verticale fluorescenza artificiale della città.
Mi porto via, addosso, e lo tengo dentro, fino a casa, il calore del tuo vento. La  forza del suo, non sempre, delicato abbraccio. Il suo odore…di mare, di sale, di intrecci intrecciati di alghe stanche morte, abbandonate a riva dalle onde, di sole, di polvere, di terra bruciata, di legno secco, di stoppie giallo oro. Sentivo l’odore dei miei ricordi in quel vento. E quello dei miei sogni.  L’odore di un tempo diverso, come di un altra epoca, più lento e, forse, più vivibile.
Io ho manico col vento…ne ho sentito addosso di tutti i tipi. Quello che mi ha fatto stare bene e quello che mi ha  riempito gli occhi e la bocca di polvere. Quello australiano, nella terra tutta ad occidente, che si affaccia verso l’Africa e confina con l’immensità liquida, è un vento di terre estreme. Lentamente perde la voce ruggente dell’immenso mare e riempie, con il suo canto, il silenzio profondo dell’outback.
Mi porto a casa il gusto della polvere, la sua invisibile consistenza, il suo profumo di ferro. Un borotalco etereo, rosso scuro, che ha disegnato forme  sulla mia pelle, è rimasto per giorni tra i miei capelli, sotto le unghie, tra le dita.  Ha colorato le mie ciglia, si è spalmato sul mio viso. Era nelle rughe intorno ai miei occhi che hanno visto tutto questo spettacolo.
Mi porto a casa il profumo fresco delle foglie di eucalipto, uniche figure verticali, oltre ai fari affacciati sull’oceano, sinuosamente danzanti, ogni tanto, all’orizzonte. Quello degli alberi morti stecchiti, quello dei cespugli che proteggevano nidi e delle erbe secche. Quello del caffè. Di tutti i long black coffee fumanti che ho bevuto insieme ai camionisti scalzi nelle roadhouse perse nel nulla. Unici viaggiatori insieme a me. Avrei voluto dire loro: portatemi con voi, nei vostri lunghi viaggi lungo le strade polverose di questa terra, isola fluttuante tra due abissi blu cobalto. Porto anche quello dei caffè che mi sono preparata in posti da brividi e che sapevano di sale.
Mi porto il significato prezioso dei sogni fatti in una macchina come casa. Scegliendo di fermarmi, per la notte, nel miglior posto che avrei mai potuto trovare.
Mi porto a casa il valore sacro di quegli spazi vuoti, che non finiscono mai, anche dopo l’orizzonte più lontano che si possa immaginare, che io ho raggiunto e superato. E che continua, ancora e ancora. Tutto ha la magia dei luoghi che piacciono a me, dove la fatica del vivere e del saper vivere, lontano da tutto, lontano da tutti, fa diventare gli esseri umani differenti. Lì c’è forte il valore invulnerabile di sentirsi vivi perchè si è. Perchè si è lì. E basta. Forse si impazzisce anche un pò, ma è meglio della nevrosi dello stress cittadino che porta il male di vivere.
Porto a casa il ricordo degli australiani incontrati, le loro incredibili storie, di immigrati, di rifugiati, di avventurieri e sognatori. La generosità genuina che mi hanno dimostrato. I loro sorrisi e saluti, fermi ai semafori mentre aspettavo l’autobus, vestita di fiori e di baci.
Quello degli italiani d’Australia, che hanno fatto fortuna negli anni delle vele piene di vento e dell’Aga Khan, che hanno deciso di cambiare vita, giovani coraggiosi con le mani sporche di olio di catena di bicicletta entusiasti e sognatori. Mi porto il ricordo anche di quelli che lì non trovano più pace, ma che non la troverebbero da nessuna parte. La loro vita sarebbe, ovunque, una corsa ad ostacoli.
In Australia ho vissuto, quasi violenta, l’emozione della libertà.
Non la libertá che tutti pensano…faccio quello che voglio, non ho impegni e  legami, ho tempo, prendo, parto e vado dove voglio, non la semplice libertà da “vincoli” che sono quelli normali, quotidiani, scelti e consapevoli, di ogni essere umano. Più o meno. No, non quella.
Il significato di liberà che ho provato è più nobile, più profondo, appartiene alle sfere alte del sentire. E, soprattutto, è indipendente da stato e condizione sociale e dalla materialità dello spostarsi fisico. È una libertà di testa, di cuore, di “anima”.
In quegli spazi, con quei colori e quella luce io ero spazio, io ero colore e luce.
Ero il luogo stesso. Non sentivo mi appartenessero sembianze umane e umanizzanti, ma solo quelle della vita. Potevo essere un altro essere vivente, ma anche l’oceano, le onde, la terra, la polvere. Il vento.

 

cateborgato_au

POINT QUOBBA

POINT QUOBBA

A Point Quobba non ci vanno in tanti. Bisogna desiderarlo. È conosciuto per essere la sheep station più lontana e occidentale in tutta l’Australia. Qui, negli anni d’oro, portavano le pecore a tosare. Migliaia di pecore, montagne di lana. Quella notte mi fermai a dormire, nella casa di lamiera numero 41. Arrivai quasi al tramonto di una giornata che trascorse senza sole. Il colore delle nuvole era quello di un cielo pieno di battaglie tra titani. Aveva smesso anche di piovere.  Non ero l’unica ad aver raggiunto Point Quobba. Trovai un fuoco acceso. Due uomini, padre e figlio. Mi raccontarono…H.M.A.S. Sydney II vs Kormoran. 19 Novembre 1941. Tra gli australiani nessun superstite. 645 uomini a bordo, tutti morti. Tra i tedeschi solo 81 scomparvero tra le onde dell’Oceano Indiano. Gli altri si salvarono. Dalle testimonianze che ho letto, forse, avrebbero preferito morire. I relitti rimasero nascosti per sessantasetteanni. Il padre e il figlio erano qui per un saluto…un poco avanti, dove la strada si fa più scarruppata, dopo il cartello che avverte gli innamorati delle onde e del vento “King Waves Kill”, c’è un cippo, alla memoria. Pensai alla trama di in uno dei miei racconti…”Sapevano perchè erano in viaggio, perchè lì, insieme”.

caterina_borgato_australia

LA WALLY

LA WALLY

L’appuntamento con il Console era questa mattina alle 10. Il 158 passa di fronte a casa. So che devo scendere in William Street, ad un certo numero e salire  sul Gatto Rosso. I Cats di diversi colori sono autobus gratuiti nell’area metropolitana. Saluto l’unica signora che aspetta alla fermata. Capisce che non sono australiana. Mi chiede se sono francese. Sono italiana, I live in Italy, near Venice. Ohhhhhh, io sono di Trieste. La signora Wally sta andando al cimitero. È arrivata in Australia a otto anni…mi racconta la sua vita. Docente universitaria di matematica, in pensione da cinque anni, aveva sempre desiderato cantare. Ora che ha tempo, sta imparando le opere liriche in lingua originale. Quelle che preferisce sono in lingua tedesca. Ha fatto un viaggio in Italia agli inizi degli anni settanta. Arrivata a Parigi dalla terra down under, è atterrata a Milano. Percorrendo tutta la costa dell’intero stivale e della Sicilia, è arrivata a Trieste. Venezia l’ha incantata. Il dialetto, ricorda, assomigliava molto a quello della VeneziaGiulia che sentiva parlare dai suoigenitori quando era bambina. Mi piace tanto Trieste, Signora Wally.
Prima di scendere, scrive il suo nome e il suo numero di telefono con la matita su un pezzetto di carta. Io le dò il mio. Se abitiamo vicine, possiamo vederci ancora. Certo, Wally, sarà un piacere così potrò chiederti tante cose.
Grazie, mi dice, salutandomi…sei la seconda persona da quando sono in Australia che pronuncia correttamente il mio nome: Wally e non Uolly. Ai miei genitori piaceva l’opera La Wally, di Alfredo Catalani.
Buona giornata, è stato un bell’incontro. Ti verrò a trovare presto. Sicuro.

IMG_5846

Marianna – Alessandro – Nicola, tre di MELANERA

Marianna – Alessandro – Nicola, tre di MELANERA

E’ stato il nome della loro barca a vela ad incuriosirmi. A farmi scoprire la storia di una famiglia estesa, di generazioni unite, che durante l’estate vive in mezzo al mare. Di una grande famiglia che ha un rapporto di fratellanza con l’immenso, affascinante, liquido e profondo blu, quello stesso rapporto intimo che si costruisce piano piano con un amico con cui si condividono periodi belli della vita. Un amico sempre in attesa che si torni a trovarlo e che si desidera incontrare e rivedere dopo tanto tempo trascorso senza essere vicini. Un amico che si impara a conoscere, un pò alla volta. Di cui ci si fida anche un pò alla volta. Solo dopo aver capito che conviverci, comprenderne il carattere ed affrontarlo è solo questione di tempo e di sensibilità che lentamente si raffina e che aiuta ad interpretare i diversi colori di cui si veste, la calma piatta che lo fa sembrare stanco, la forma delle onde che lo arricchiscono, vere opere d’arte di schiuma di acqua e sale, la loro direzione, l’intensità del vento che a volte lo accarezza, a volte lo agita…creste, flutti, riccioli e ghirigori, energia pura, che senza sosta, senza fine, sale e scende e solo infrangendosi diventa materia. Ogni volta con suoni diversi, che diventano la sua voce: i canti del mare. Un amico che si ama incondizionatamente anche per il continuo e costante impegno, sempre ampiamente ripagato, che richiede. Lo stesso impegno di una amicizia degna di questo nome. Una questione di fiducia, come tra persone adulte, tra uomini veri. Un amico di cui si apprezzano la continua diversità, l’imprevedibilità, la ricchezza e varietà di emozioni che generosamente riesce a donare, la capacità immensa di stupire e di commuovere. Di cui si amano i lunghi silenzi e l’eterna, antica bellezza. Sempre di più.
E’ l’essenzialità della vita cui obbliga il mare il desiderio più grande che determina naturalmente il ritmo estivo della vita di tutti i Melanera. Una vita semplice, fatta di poco, ma di tantissimo. Per mesi, scalzi, vestiti di niente, profumano la loro pelle con l’odore salato del vento, la colorano con i raggi caldi del sole. Condividono abilità e capacità e, quando il mare fa sentire la sua forza, senza dire una parola, sanno bene cosa fare…un accordo tacito, muto e necessario, che conosce solo chi vive il mare, quando le voci degli uomini si mescolerebbero, senza essere sentite, a quelle degli elementi scatenati della natura. Quando, loro e la loro barca, diventano un unico corpo oscillante, un nuovo essere, uno spazio con nuovi confini e nuove regole di vita, dove ogni suono e rumore ha il ritmo del rollio del mare. Le corde sull’albero, le vele un pò lasche, il vento che si abbraccia con il fiocco, le raffiche che lo strapazzano, gli scricchiolii del legno, i mille modi con cui l’acqua si spalma sullo scafo, il tintinnare di ogni piccolo oggetto mai fissato abbastanza. Dopo ogni difficoltà le loro vite sono ancora più unite.
Una vita che segue il ritmo naturale della luce e del buio. Del sole e delle stelle. Delle lune. Un ritmo primitivo e primordiale. Più umano e più vero. Come un momentaneo ritorno al passato. Come se tutta quell’acqua intorno fosse il ventre di una grande madre che accoglie e culla con dolcezza gli uomini e la loro barca. Loro e la loro casa.
Quando è il momento di partire, lasciano il piccolo porto dove torneranno solo con una luce del sole al tramonto più calda. Alzano le vele e prendono il mare, navigando verso Sud. Cercano insenature, baie, rifugi nascosti tra una manciata di piccoli e grandi dadi bianchi, gettati, disordinatamente, durante un antico gioco tra giganti, nelle liquide sfumature blu di quel mare, o, come raccontano gli isolani, lanciate dalla grande mano di Dio in persona, dopo la creazione del Mondo. E se fossero veramente le lacrime pietrificate delle stelle? Questo sembrano, a vederle dal cielo, quelle centoquarantasetteisole, brulle e aspre, ma anche sorprendentemente verdi e rigogliose, che loro amano così tanto! Hanno imparato a conoscerle e ad apprezzarle navigando in libertà e basta, navigando a vista, senza una meta precisa. Soli, in mezzo al mare…forse seguendo la rotta di leggende scritte in vecchi e preziosi portolani, o quella dei navigatori veneziani, Greci e Romani. O quella di Ulisse…Perchè l’Odissea potrebbe essere stata anche qui. Amano la gente, poca e semplice, che abita quella terra difficile, fatta di roccia, sassi e mare. Ma la terra e il mare sono un dono, meritano lealtà e dedizione. Al mare, questa gente, deve la vita, la sua intera esistenza.
Era venuto al mondo da dieci mesi il loro figlio, quando lo portarono in barca e gli fecero sentire, per la prima volta, tutta la meraviglia dell’immensità del mare. E fu come se ci fosse nato in quella casa galleggiante spinta dal vento! Imparò presto come muoversi nello spazio della cambusa, capì in fretta cosa fare durante la navigazione, con tutti i tipi di mare. Per lui tutto sembrava e sembra ancora un gioco, ma era ed è vita vera. Ha imparato a parlare con i gabbiani, ad avvistare i delfini. Gli è capitato di nuotare con lei tartarughe. Di farsi amica una libellula rossa che aveva deciso, un giorno di gran vento, di aggrapparsi forte con le zampette ad una sartia e viaggiare, per un pò, insieme a loro. Sa ascoltare e riconoscere i diversi richiami del vento. Si riempie gli occhi e il cuore di albe e tramonti. Quando torna a camminare sulla terra i suoi capelli ancora fini di bambino e la sua pelle sono dorati e lucidi, come il colore del miele d’acacia.
Ogni notte prima di dormire, dalla prima notte trascorsa in mare, dopo aver calato l’ancora e sistemato la barca nel posto più simile al paradiso che potessero trovare, si stendono fuori, tutti e tre vicini, a guardare la luna o le stelle, ad ammirare la magia delle luci del cielo notturno, lontanissime nello spazio e nel tempo. Una notte ciascuno, raccontano favole di mari intorno a mondi lontani e avventure di navigatori solitari. Cercando satelliti e stelle cadenti. Allungando l’indice, come a volerle toccare, seguono la forma delle costellazioni. La Via Lattea è il tetto dei loro sogni.
Il loro respiro diventa lo stesso respiro del mare e del cielo. Quello di un universo dove l’uomo, la barca, il mare e il vento, insieme, sono l’unico protagonista possibile.

Caterina

caterinaborgato