AI VENDITORI DI CAFFE’ – ETIOPIA

 

AI VENDITORI DI CAFFE’ – ETIOPIA

La casa di Anna era in una laterale senza traffico. Non so se fosse proprio nel centro dell’immenso mare argentato e lucente che è Addis Abeba in atterraggio. Ogni casa, lungo quella stradina con il fondo fatto di tante buche e poco asfalto, aveva un muro molto alto di pietra pitturata e con il colore un pò scrostato, merlettato in cima con cocci di vetro variopinto spaccato grossolanamente e un cancello di ferro a due ante, pesante e colorato, che non permetteva di vedere oltre.

Uno dei vicini di casa, quello appena fuori a destra, tostava chicchi freschi di caffè e li vendeva, profumati e ancora caldi, a chiunque bussasse al cancello e ne chiedesse. Una manciatina, due, un pò di più. Quello che serviva.

Tostava il giovedì e venerdì pomeriggio, prima della festa. Il profumo durante la tostatura era così intenso che la biancheria stesa, seccata dal sole e dall’aria asciutta, odorava di caffè. Avvicinandomi a casa, a piedi, lo sentivo avvolgermi tutta, sempre più intenso e denso, come camminassi gli ultimi metri dentro la nuvola di quello stesso fumo che esce dalla moka alla fine del gorgoglio.

Lo comperavo da lui, poco alla volta, per poter andare più spesso a trovarlo. Lo spazio di fronte alla sua semplice casa era un mondo inimmaginabile da fuori.

I sacchi di iuta, pieni di chicchi verdi, che io andavo ad annusare mettendoci proprio il naso dentro per sentire il profumo del tessuto, i teli di plastica rosa distesi per terra con montagne di chicchi sopra, da selezionare, uno ad uno, i sacchetti riciclati color cartone, già pronti, di vari pesi ed esposti in ordine decrescente, una bilancia piccola da cucina ed una più grande, di quelle che si usano nei consorzi per pesare il grano.

La sua pelle nel tempo aveva assorbito quell’aroma scuro con cui,due giorni a settimana, riempiva l’aria tutto intorno. E anche i suoi capelli. Ricci, crespi e brizzolati. Immaginavo che il profumo ne rimanesse imprigionato, come fa nell’anima e nelle maglie fitte del ricordo.

LA VIA DEGLI SMERALDEROS

LA VIA DEGLI SMERALDEROS

Io ricordo solo che mi prese per mano. Una tenerezza che non faceva mai. E che camminavo un mezzo passo dietro a lui, con la parte sinistra del corpo più avanti come se mi trascinasse. Stringevo con la mano destra lo spallaccio dello zaino che proteggeva la macchina fotografica. Con l’altra stringevo la sua mano. Era fredda. Un pò di paura, credo, l’avesse anche lui.

Seguimmo un tizio fin dentro il portone di un palazzo, in una calle stretta e buia. La luce non poteva passare. I palazzi erano troppo alti e troppo vicini perchè il sole potesse illuminarla.

Salimmo le scale. Tre piani di scale che odoravano di cipolla. Entrammo in una porta lasciata aperta, nessuno aspettava sulla soglia. Quando sentii le tre mandate di chiave alle mie spalle, il cuore cambiò ritmo.

Erano in due, dietro ad una scrivania. Quello che ci accompagnò ed un altro. Io sentivo che erano armati. Non so se tutti e due, ma sicuramente quello che ci fece arrivare fino a lì aprendoci la strada.

Fu un pomeriggio eterno. Un gioco lunghissimo e impegnativo di equilibri basati sulla capacità di conoscere e riconoscere le impurità e l’abilità di saper vendere vetro colorato col sorriso di chi ne ha passate tante e ne è sempre uscito galleggiando.

Ho un piccolo smeraldo al polso. Ogni volta che lo guardo, da 25 anni, penso a quel pomeriggio in una calle nel cuore di Bogotà.

 

Caterina
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DAL CANALE DEI PETROLI ALLA VIA DELLA SETA

DAL CANALE DEI PETROLI ALLA VIA DELLA SETA

C’è un fuso orario di tre ore tra Italia e Uzbekistan. Sono solo tre meridiani verso Oriente. Dò un’occhiata alla carta di identità, nuova, e capisco il motivo della sveglia alle 3:30. Prima del primo merlo che ogni mattina canta l’amore sul tetto vicino a casa. Prima ancora che passino pochi secondi tra una corriera e un’automobile in strada. Sento sempre di più la differenza di orario, in ogni viaggio.
Entra aria fresca dalle finestre aperte. E il profumo dei fiori dei tigli. Più forte e più buono di quel fiore che tutti chiamano gelsomino e che marcisce lentamente odorando l’aria di carne di pecora e capra esposte al sole e alla polvere lungo le strade piene di umanità in cammino in un qualsiasi posto dell’Africa, del Medio Oriente, dell’India. Peccato, è un bel fiore, ma con un profumo nauseante.
Indosso uno degli abiti da bicicletta che preferisco, con fiori che sanno di bucato, metto il casco e sono in strada, per pedalare con la prima luce del sole. Ascolto la pelle e sento che può sopportare il caldo che deve ancora accendere l’aria umida.
Pedalo come se le strade fossero tutte mie, come se ci fosse il coprifuoco, come se attraversassi luoghi familiari, abbandonati da poco. In realtà è solo tanto presto e tutti stanno ancora dormendo.
Pedalo attraverso ricordi, rotondi e liquidi come i fianchi che vedo se mi guardo allo specchio. Le anse del fiume, ad un certo punto, sono dolcezza e pura poesia. Seguo la strada e, ogni volta, arrivo fino a dove finisce.
Arrivo fino a dove mi fu tutto chiaro. Capii che il racconto che stavo vivendo e scrivendo era proprio arrivato alla conclusione. Finì in un groviglio spinoso di rovi di more che vedo, abbondanti, ma non ancora mature. Finì una matassa di parole, un intrico confuso fatto di tanti bandoli. Di tanti fili, troppo corti, spezzati, inutilizzabili. Con il tempo e con coraggio, riuscirò a riordinare e darò, a tutto, logica e fluidità.
Sorrido, guardando passare una nave porta containers. Forse è la stessa che vidi quella volta. E sulla quale avrei voluto saltar su e partire. Partire e andare. Rivedo la stessa scena a metà, circa, di una delle ultime pagine del libro. Precisa. Mi piace guardare le navi porta containers e sognare. Sognare e partire. “Dal canale dei petroli alla via della seta”. Sì, lo potrei chiamare così, il “racconto” che, qualcuno mi ha detto, si riesce a leggere nei miei occhi.

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LA CATE IN BICICLETTA

LA CATE IN BICICLETTA

Nell’ armadio sono appese tutte le gradazioni dal nero al grigio, dal marrone al beige. Indosso caldi e morbidi filati di lana neri e grigi in inverno, la freschezza del lino e i colori naturali della terra in estate. E’ così da sempre. Mi piacciono la semplicità che esalta la femminilità e la praticità, in armonia con la donna sportiva che sono. Non uso le gonne, mi piacciono molto i pantaloni. 
In una parte dell’ armadio però, ci sono gonne corte, colori e fantasie. Ogni volta che vedo questa gioia appesa ad un tubo d’acciaio, tra le mie abituali gradazioni monocromatiche, penso che sia come sfogliare un album di fotografie in bianco e nero e poi, inaspettatamente, trovare una fotografia, una sola, bellissima, a colori. O come la prima improvvisa giornata di sole e di cielo sereno dopo tante giornate di cielo grigio burrascoso.
Vidi per caso “The evolution of the skirt”, del 1916,  dell’australiano Harry Julius, la trasformazione della gonna animata come un cartone. Mi incuriosì e lessi la storia e l’evoluzione di questo indumento, così antico e così comune, la cui lunghezza, soprattutto, è stata simbolo di una vera e propria rivoluzione culturale. Coco Chanel, Christian Dior e Mary Quant hanno creato meraviglie attorno ai fianchi e alle gambe delle donne, pensando soprattutto alla valorizzazione del corpo femminile, alla praticità quotidiana, e alla portabilità in occasioni particolari di questo piccolo e magico pezzo di tessuto. Le gonne, sempre più corte, hanno “scoperto” le donne, non le loro gambe, no, troppo semplice e banale! ma la loro forza, il loro coraggio, la loro determinazione.
Io, invece, andando in bicicletta, ho scoperto le gonne. Sì, le ho proprio scoperte. 
Dal mio caschetto non sono mai usciti trecce o code di cavallo. Ho sempre avuto i capelli corti. Solo un piccolo orecchino che indosso, a sinistra. Adoro gli orecchini. Ho pedalato vestita come un uomo, pantaloncini e maglietta, nero e bianco, fino al giorno in cui vidi un prato di fiori colorati avvolgere i fianchi e un poco le cosce di una ciclista bella, dolcissima e forte. Fu la prima volta che vidi una gonna dedicata alle cicliste, ideata e creata per poter pedalare.  E me ne innamorai. Da allora non ho mai smesso di portarla. E i pantaloni con il fondello, d’inverno e d’estate, per me, sono solo quello che sta sotto. Come le mutande. 
La gonna in bicicletta è come il casco. Li indosso, tutti e due, ogni volta che salgo in sella. Per andare a fare la spesa, per pedalare una giornata o per un viaggio con la bicicletta come casa. 
Mi piace tanto e mi piace sempre. E’ nata per pedalare, ha la praticità di capo tecnico ideato e creato pensando ad un tipo di donna per cui la bicicletta è stile di vita,  che sceglie la semplicità, ma non rinuncia alla femminilità. E ad un tocco di raffinatezza. E’ versatile e informale. La indosso con un legging o un fuseau nero e, in ogni occasione, sono io a decidere che carattere darle. 
E’ sempre perfetta. Il tessuto è morbido e traspirante, l’elastico di silicone la tiene ferma e due piccoli spacchi laterali lasciano libertà assoluta nelle azioni, qualsiasi sia l’impegno che una uscita in bicicletta richieda.
E’ leggera (pesa circa 90 grammi), occupa pochissimo spazio (ben piegata ha le dimensioni di un pacchetto di fazzoletti di carta). E’ ideale per i viaggi, anche quando il bagaglio è essenziale (io viaggio con le borse attaccate al manubrio, al telaio e sotto la sella, si chiama bikepacking) e ogni grammo risparmiato è prezioso. Ne porto sempre una addosso e una di ricambio.
La manutenzione richiede la normale cura dei capi tecnici sportivi. Si asciuga rapidamente e non si stropiccia mai.
Ha pedalato con me (e camminato…sì, perchè la uso anche per il nordic walking e per correre!!) tutti i chilometri che ho sulle gambe da quando ho deciso che non ne avrei più fatto a meno. Tutti i paesaggi e le terre che ho scoperto e attraversato e che tengo nel cuore. I trail, gli ultratrail, le lunghe pedalate per giorni senza sosta, le salite sui passi di montagna, il silenzio dei sentieri in mezzo ai boschi e nelle foreste, la calma fluida lungo gli argini dei fiumi. Sulla neve, sulla sabbia, sulla terra e sulla ghiaia.  La magia di giornate indimenticabili, da prima dell’alba fino al tramonto. La magia delle notti dal tramonto all’alba successiva. Ha vissuto con me, con ogni giro di pedale, ogni gioia ed ogni emozione. Pedalo anche per scrivere. Scrivo per pedalare. La bicicletta mette in moto i miei pensieri e i miei sogni. E se la gonnellina potesse avere voce, racconterebbe di aver viaggiato con un delicato ciclone di parole.
E la genialità di chi l’ha ideata? Due ragazzi italiani, due amici, la loro passione per la bicicletta, la loro ammirazione per le donne che pedalano e che desiderano vedere ancora più donne. Settanta centimetri di tessuto…una piccola rivoluzione. 
Le rivoluzioni, si sa, portano con loro sempre cambiamento e novità. E’ di questi giorni la presentazione del vestitino intero per la bicicletta. Ed è così bello che una ciclista lo ha voluto e indossato per il suo matrimonio. Era semplicemente bellissima.
Perchè la femminilità non sta nell’avere belle gambe, ma in come si riesce ad essere evidentemente donne.
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LA MAGIA DEL CAFFE’

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“Buonasera signore, mi scusi, dove potrei dormire questa notte?”

L’uomo rispose al saluto in italiano con accento tedesco molto forte e con la mano indicò il prato che entrambi avevamo di fronte. “Signore, la ringrazio, ma oltre all’erba, non ci sarebbe un posto un pò isolato dall’umidità…piove da questa mattina e io ho solo il saccopiuma e un telo termico”. L’uomo, mi disse di aspettare. Si allontanò. Indossava una salopette di jeans, una camicia di flanella a quadri marroni e beige, le ciabatte tedesche per definizione. Color moka, le mie preferite. Non mi ricordo bene, ma credo avesse anche un cappello in testa.

Lo vidi entrare e dopo poco uscire dal locale che gestiva. Mi chiamò e mi disse di seguirlo dietro la casa. “Qui starai bene”.

Spostò sedie e tavoli trascinandoli sul pavimento di legno grezzo. Mi fece spazio sotto una tettoia che guardava il fiume. Sentivo l’odore del legno e il rumore dell’acqua.

Si allontanò ancora e tornò abbracciando dei grandi sacchi di yuta da caffè, quelli che, viaggiando per il mondo, lasciano dall’antichità la scia di profumo più buona che esista, oltre a quella del pane fresco. Li buttò per terra. Si alzò una nuvola di polvere.

“Con questi starai più comoda e riposerai meglio”. Li distesi e lisciandoli bene con le mani, uno ad uno, lessi le scritte nere stampate: Plus Cafè product of Guatemala, India robusta decaffeinato, Ethiopia Washeo arabica e poi caffè dallo Yemen, dal Kenia, dal Brasile.

Mi preparai per la notte. Sistemai la bicicletta e distesi il sacco piuma sulle tavole del pavimento, sopra lo strato di sacchi di caffè.

“Il bagno non sarà pulito, oggi è passata tanta gente, dovrai adattarti e domattina non arriverò prima delle otto, mi dispiace non poterti preparare la colazione. Buon riposo”.

“Buonanotte signore, grazie di cuore.”

Mi ricordo bene quella notte. La ricorderò sempre. Per tutto.

La prima uscita con la Fargo, l’aroma delicato di caffè di mezzo mondo che profumava l’aria, la gentilezza del signore in salopette di jeans che mi ha fatto sentire una regina.

ANGELI NELLA FORESTA

ANGELI NELLA FORESTA

Viaggiavamo da più di un mese nella terra di Sandokan, in corriera. In piena stagione monsonica. Arrivammo a tarda sera su un’isola, una piccola roccia fluttuante tra Malesia e Thailandia, dopo aver navigato in un mare scuro e agitato. La schiuma delle onde, di un colore bianco ottico, era densa. Come albume di un uovo freschissimo montato a neve. L’isola era ricoperta di giungla rigogliosa e sembrava disabitata. I marinai scaraventarono le nostre borse direttamente sulla riva, facendole volare dalla barca come fossero sacchi pieni di immondizia. Ci lasciarono lì e, con il motore a manetta, se ne andarono. Sparirono, verso il blu della notte che ancora lasciava spazio ad una riga di sole.
In quel viaggio, per la prima volta, capii cosa fossero le allucinazioni. Dividevo la capanna, e a quel tempo la vita, con un uomo che, prendendomi per un braccio, mi urlò di stare attenta alle iguane giganti che vedeva uscire dalle pareti fatte di rami e legni. Ma a quella latitudine le iguane non sono mai esistite, neanche nella preistoria.
Le provai sulla mia pelle e nel mio cervello, in una notte di inizio primavera mentre pedalavo in riva al mare. Quella fu la prima volta che pedalai di notte, tutta la notte. Vidi una Inglesina, la carrozzina blu da bambini, con quattro ruote enormi e una catasta di legna alta come una montagna, che in realtà, avvicinandomi, capii essere la torretta del bagnino e lunghi rami di alghe arrotolati portati dal mare e spiaggiati sulla sabbia.
Mi accadde di nuovo. Era febbraio, mentre camminavo la Rovaniemi150K, non lontano dal Circolo Polare Artico. Durante quelle quarantuno ore non smise quasi mai di nevicare e il colore del cielo, nelle ore di luce, aveva tutte le sfumature del grigio e del bianco. Io, invece, avevo l’arcobaleno addosso. Entrai nella foresta che era già notte. Una foresta magica. Ai lati del sentiero, seduti sulla neve, tra betulle bianche, pini e abeti, incontrai dei musicanti. Erano donne e uomini con il corpo di bambini. O forse erano bambini. Sentivo bene la musica in quel silenzio primordiale, una melodia che mi ricordò le musiche balcaniche. I piatti di ottone che sbattevano uno contro l’altro, la tromba, il trombone, i tamburelli, il tono alto dei trapezi…Tutti suonavano al mio passaggio. Mi salutavano. Sembrava dessero il ritmo al mio cammino.
Incontrai un esercito di chiocciole dal guscio tutto bianco. Erano grandi, enormi. Mi guardavano negli occhi con gli occhi sulla punta delle antenne e sembrava mi sorridessero. Si muovevano lente e silenziose.
Sugli alberi ancora giovani e sui cespugli, era esposta una collezione preziosissima di cappelli pakol…, li vidi da bambina indossati dagli uomini in Afghanistan e sono conosciuti in Occidente perchè legati alla figura di Ahmad Mansur, il Leone del Panjshir.
La tanta neve, lavorata dal vento, aveva piegato i rami ancora teneri fino ad arrotolarli: in quelle spirali bianche vidi le chiocciole e i simboli del coraggio di un guerriero che morì per la libertà.
Lungo il cammino mi vennero offerti dei grandi brezel appena sfornati. Ricordo il luccichio dei cristalli di sale sulla crosta scura di quegli intrecci saporiti di pane. Me li sporgevano donne in costume tirolese. Le donne erano tanto alte, formose ed eleganti con ampie gonne rosa e un grembiule azzurro. Le loro scarpe erano di velluto nero, ricamate sulla punta, come quelle dei costumi tradizionali del Friuli. Tenevano tutte un cesto in mano dal quale usciva il profumo salato di quel pane ancora caldo. Mi sorridevano, anche loro.
La foresta odorava di neve, di freddo, di legno. A volte di caffè. Io vedevo da dove veniva quel profumo. Chiesi a Paolo, che camminò con me senza sosta per centochilometri, che ora fosse. Poco dopo l’una del mattino vidi una casa con gli oscuri di legno ancora aperti, le luci ancora accese, il camino sul tetto che fumava. Pensai di suonare, spiegare chi fossimo e cosa stessimo facendo e chiedere ospitalità per una tazza di caffè caldo. Quando mi avvicinai alla casa e vidi che tutto era buio, pensai che fossero andati a dormire. Questo capitò varie volte durante quella notte. Ogni volta che respiravo il profumo del caffè. La foresta però, in Lapponia, non è abitata. Le case, erano alberi vicini tra loro, nessun tetto, né finestre, né camino. Erano semplicemente alberi.            Cercando un posto per poter fare un riposino, solodieciminuti, lungo una pista larga e leggermente in salita, vidi le pensiline delle fermate dell’autobus. Pensai che fossero perfette per una breve sosta. Ma anche queste, sparivano quando mi avvicinavo.                       Mancava poco alla fine, stavo attraversando, da sola, uno dei laghi lungo il percorso. Vidi i castelli della Transilvania, illuminati dalla luce di candele, tra gli alberi della riva destra, quella che, seguendo nel buio totale, per sedicichilometri, il tremolio di piccoli catarifrangenti legati a rami conficcati nel ghiaccio, quando la raggiunsi, pensai: “ce l’ho fatta.”
Negli ultimi diecichilometri, il grande ponte sul fiume, vicino alla partenza, aveva le zampe e, mano a mano che io mi avvicinavo, lui, dispettoso, si spostava camminando sulla punta delle dita.
Quando arrivai, dopo quarantuno ore ininterrotte, ricordo solo l’immensa felicità. E un pò di stanchezza.
Le sensazioni e le emozioni provate per quegli incontri, in quella dimensione, sono gelosamente conservate, preziose, dentro di me. La privazione del sonno prolungata, continua a darmi questi effetti e non ho ancora provato a suonare ad una porta, in piena notte, per chiedere un caffè.

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LA AL-RAWDA E’ RIPARTITA

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Un viaggio su un anave cargo. È un altro dei miei sogni…I porti sono posti magici. Ho percorso tante volte quella viabilità fatta di quadre come la centuriazione romana qui in campagna o come quella di tutti i paesi in Patagonia. A Fremantle, in Western Australia, c’erano muri di container. A destra e a sinistra, fino al prossimo incrocio. Muri a quadri e rettangoli, spazio colorato da riempire e trasportare. Ho aspettato sei mesi che arrivasse una cassa piena di libri, lasciata a Sana’a per cinque anni e  imbarcata nel porto di Al-Hodayda dopo un viaggio, nel cassone di un pick-up, attraverso le alte montagne, giù verso la Tihama. Ora è qui. Bellissima. Quella volta le fecero fare il giro di mezzo mondo. Mi immagino così il nostro cervello. Spazi più o meno ordinati, pieni di tutto quello che siamo e che viviamo. È sempre tutto lì, in verità, tutto, ma i container più in basso sono quelli dove ci sono le cose al trapassato remoto e con tempi di verbi antichi, ormai in disuso, quelle che abbiamo messo in naftalina, sentendo il sollievo della leggerezza per non averle più tra i piedi nei luoghi emozionali dove viviamo. Dove ora viviamo.  Cose che, forse, ricordiamo solo qualche volta, per caso, di aver pensato, di aver vissuto. Di aver detto. I pensieri, gli attimi di vita, le parole sembrano sempre non avere peso.

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ALL’AUSTRALIA

ALL’AUSTRALIA

Australia…c’è potenza immensa in tutto il  tuo spazio. Uno spazio che travolge, avvolge e sconvolge.
Porto con me un pò della tua luce, così pulita, trasparente e limpida, un pò del tuo sole, a volte impietoso, un pò di brillantezza del tuo cielo sempre sereno. Solo in Tibet ricordo di aver visto cieli come quelli d’Australia. Porto con me un pò del candore di quelle nuvole galleggianti che hanno scatenato per giorni la mia fervida e ingestibile fantasia e sono state, per me, come sono le stelle per i marinai. Porto con me i tramonti, tutti quelli che ho visto, la loro ineguagliabile magia…uno spettacolo che sembrava l’idea geniale di un coreografo del colore, pazzoide e innamorato. Porto a casa la luce pulsante della stella del sud che ho cercato e guardato tante volte, un pò bassa, nel cielo delle notti lontano, fuori dalla verticale fluorescenza artificiale della città.
Mi porto via, addosso, e lo tengo dentro, fino a casa, il calore del tuo vento. La  forza del suo, non sempre, delicato abbraccio. Il suo odore…di mare, di sale, di intrecci intrecciati di alghe stanche morte, abbandonate a riva dalle onde, di sole, di polvere, di terra bruciata, di legno secco, di stoppie giallo oro. Sentivo l’odore dei miei ricordi in quel vento. E quello dei miei sogni.  L’odore di un tempo diverso, come di un altra epoca, più lento e, forse, più vivibile.
Io ho manico col vento…ne ho sentito addosso di tutti i tipi. Quello che mi ha fatto stare bene e quello che mi ha  riempito gli occhi e la bocca di polvere. Quello australiano, nella terra tutta ad occidente, che si affaccia verso l’Africa e confina con l’immensità liquida, è un vento di terre estreme. Lentamente perde la voce ruggente dell’immenso mare e riempie, con il suo canto, il silenzio profondo dell’outback.
Mi porto a casa il gusto della polvere, la sua invisibile consistenza, il suo profumo di ferro. Un borotalco etereo, rosso scuro, che ha disegnato forme  sulla mia pelle, è rimasto per giorni tra i miei capelli, sotto le unghie, tra le dita.  Ha colorato le mie ciglia, si è spalmato sul mio viso. Era nelle rughe intorno ai miei occhi che hanno visto tutto questo spettacolo.
Mi porto a casa il profumo fresco delle foglie di eucalipto, uniche figure verticali, oltre ai fari affacciati sull’oceano, sinuosamente danzanti, ogni tanto, all’orizzonte. Quello degli alberi morti stecchiti, quello dei cespugli che proteggevano nidi e delle erbe secche. Quello del caffè. Di tutti i long black coffee fumanti che ho bevuto insieme ai camionisti scalzi nelle roadhouse perse nel nulla. Unici viaggiatori insieme a me. Avrei voluto dire loro: portatemi con voi, nei vostri lunghi viaggi lungo le strade polverose di questa terra, isola fluttuante tra due abissi blu cobalto. Porto anche quello dei caffè che mi sono preparata in posti da brividi e che sapevano di sale.
Mi porto il significato prezioso dei sogni fatti in una macchina come casa. Scegliendo di fermarmi, per la notte, nel miglior posto che avrei mai potuto trovare.
Mi porto a casa il valore sacro di quegli spazi vuoti, che non finiscono mai, anche dopo l’orizzonte più lontano che si possa immaginare, che io ho raggiunto e superato. E che continua, ancora e ancora. Tutto ha la magia dei luoghi che piacciono a me, dove la fatica del vivere e del saper vivere, lontano da tutto, lontano da tutti, fa diventare gli esseri umani differenti. Lì c’è forte il valore invulnerabile di sentirsi vivi perchè si è. Perchè si è lì. E basta. Forse si impazzisce anche un pò, ma è meglio della nevrosi dello stress cittadino che porta il male di vivere.
Porto a casa il ricordo degli australiani incontrati, le loro incredibili storie, di immigrati, di rifugiati, di avventurieri e sognatori. La generosità genuina che mi hanno dimostrato. I loro sorrisi e saluti, fermi ai semafori mentre aspettavo l’autobus, vestita di fiori e di baci.
Quello degli italiani d’Australia, che hanno fatto fortuna negli anni delle vele piene di vento e dell’Aga Khan, che hanno deciso di cambiare vita, giovani coraggiosi con le mani sporche di olio di catena di bicicletta entusiasti e sognatori. Mi porto il ricordo anche di quelli che lì non trovano più pace, ma che non la troverebbero da nessuna parte. La loro vita sarebbe, ovunque, una corsa ad ostacoli.
In Australia ho vissuto, quasi violenta, l’emozione della libertà.
Non la libertá che tutti pensano…faccio quello che voglio, non ho impegni e  legami, ho tempo, prendo, parto e vado dove voglio, non la semplice libertà da “vincoli” che sono quelli normali, quotidiani, scelti e consapevoli, di ogni essere umano. Più o meno. No, non quella.
Il significato di liberà che ho provato è più nobile, più profondo, appartiene alle sfere alte del sentire. E, soprattutto, è indipendente da stato e condizione sociale e dalla materialità dello spostarsi fisico. È una libertà di testa, di cuore, di “anima”.
In quegli spazi, con quei colori e quella luce io ero spazio, io ero colore e luce.
Ero il luogo stesso. Non sentivo mi appartenessero sembianze umane e umanizzanti, ma solo quelle della vita. Potevo essere un altro essere vivente, ma anche l’oceano, le onde, la terra, la polvere. Il vento.

 

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POINT QUOBBA

POINT QUOBBA

A Point Quobba non ci vanno in tanti. Bisogna desiderarlo. È conosciuto per essere la sheep station più lontana e occidentale in tutta l’Australia. Qui, negli anni d’oro, portavano le pecore a tosare. Migliaia di pecore, montagne di lana. Quella notte mi fermai a dormire, nella casa di lamiera numero 41. Arrivai quasi al tramonto di una giornata che trascorse senza sole. Il colore delle nuvole era quello di un cielo pieno di battaglie tra titani. Aveva smesso anche di piovere.  Non ero l’unica ad aver raggiunto Point Quobba. Trovai un fuoco acceso. Due uomini, padre e figlio. Mi raccontarono…H.M.A.S. Sydney II vs Kormoran. 19 Novembre 1941. Tra gli australiani nessun superstite. 645 uomini a bordo, tutti morti. Tra i tedeschi solo 81 scomparvero tra le onde dell’Oceano Indiano. Gli altri si salvarono. Dalle testimonianze che ho letto, forse, avrebbero preferito morire. I relitti rimasero nascosti per sessantasetteanni. Il padre e il figlio erano qui per un saluto…un poco avanti, dove la strada si fa più scarruppata, dopo il cartello che avverte gli innamorati delle onde e del vento “King Waves Kill”, c’è un cippo, alla memoria. Pensai alla trama di in uno dei miei racconti…”Sapevano perchè erano in viaggio, perchè lì, insieme”.

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SFUMATURE D’AMORE

SFUMATURE D’AMORE

La luce del solitario che le impreziosiva l’anulare della mano sinistra mi abbagliò. Quasi come una pila frontale puntata in faccia, distrattamente, nella notte. Le stava bene. Le sue mani erano perfette. D’istinto guardai le mie e le nascosi. La pelle tesa, le unghie pittate di scuro. Credo fosse un gel, di quelli che si incollano sopra l’unghia naturale e che va rinnovato di tanto in tanto, quando l’unghia cresce o si smangiucchia. Aveva solo due anelli. Nello stesso dito. Il solitario teneva ferma la fede. Mi parlò di loro due, guardando fuori dal finestrino. Eravamo in un deserto immenso. Cinquantamilionidiannifa qui cadde un meteorite che formò un cratere grande come il Molise. Quel giorno capitò lei con me, nella macchina del capospedizione e del suo cane. Quella che ascoltai, fino a quando arrivammo al campo, poteva essere la trama di un film. “…Le sue mani mi sfioravano solo per distribuire carezze…” disse, come se stesse cercando di concludere un romanzo. “…le sue parole, invece” continuò, “avevano dentro lo stomaco, nel punto dove lo sterno finisce e credo ci sia l’anima, e nel cervello, l’effetto dell’acido muriatico. Un esercito di topi con i denti di acciaio. Rimase di me quel poco che riuscii a salvare dalla morte, ma con in potenza la forza disumana per non impazzire e poter continuare a vivere”. 25 novembre, la violenza dalle millemilioni di sfumature.

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