ANGELI NELLA FORESTA

ANGELI NELLA FORESTA

Viaggiavamo da più di un mese nella terra di Sandokan, in corriera. In piena stagione monsonica. Arrivammo a tarda sera su un’isola, una piccola roccia fluttuante tra Malesia e Thailandia, dopo aver navigato in un mare scuro e agitato. La schiuma delle onde, di un colore bianco ottico, era densa. Come albume di un uovo freschissimo montato a neve. L’isola era ricoperta di giungla rigogliosa e sembrava disabitata. I marinai scaraventarono le nostre borse direttamente sulla riva, facendole volare dalla barca come fossero sacchi pieni di immondizia. Ci lasciarono lì e, con il motore a manetta, se ne andarono. Sparirono, verso il blu della notte che ancora lasciava spazio ad una riga di sole.
In quel viaggio, per la prima volta, capii cosa fossero le allucinazioni. Dividevo la capanna, e a quel tempo la vita, con un uomo che, prendendomi per un braccio, mi urlò di stare attenta alle iguane giganti che vedeva uscire dalle pareti fatte di rami e legni. Ma a quella latitudine le iguane non sono mai esistite, neanche nella preistoria.
Le provai sulla mia pelle e nel mio cervello, in una notte di inizio primavera mentre pedalavo in riva al mare. Quella fu la prima volta che pedalai di notte, tutta la notte. Vidi una Inglesina, la carrozzina blu da bambini, con quattro ruote enormi e una catasta di legna alta come una montagna, che in realtà, avvicinandomi, capii essere la torretta del bagnino e lunghi rami di alghe arrotolati portati dal mare e spiaggiati sulla sabbia.
Mi accadde di nuovo. Era febbraio, mentre camminavo la Rovaniemi150K, non lontano dal Circolo Polare Artico. Durante quelle quarantuno ore non smise quasi mai di nevicare e il colore del cielo, nelle ore di luce, aveva tutte le sfumature del grigio e del bianco. Io, invece, avevo l’arcobaleno addosso. Entrai nella foresta che era già notte. Una foresta magica. Ai lati del sentiero, seduti sulla neve, tra betulle bianche, pini e abeti, incontrai dei musicanti. Erano donne e uomini con il corpo di bambini. O forse erano bambini. Sentivo bene la musica in quel silenzio primordiale, una melodia che mi ricordò le musiche balcaniche. I piatti di ottone che sbattevano uno contro l’altro, la tromba, il trombone, i tamburelli, il tono alto dei trapezi…Tutti suonavano al mio passaggio. Mi salutavano. Sembrava dessero il ritmo al mio cammino.
Incontrai un esercito di chiocciole dal guscio tutto bianco. Erano grandi, enormi. Mi guardavano negli occhi con gli occhi sulla punta delle antenne e sembrava mi sorridessero. Si muovevano lente e silenziose.
Sugli alberi ancora giovani e sui cespugli, era esposta una collezione preziosissima di cappelli pakol…, li vidi da bambina indossati dagli uomini in Afghanistan e sono conosciuti in Occidente perchè legati alla figura di Ahmad Mansur, il Leone del Panjshir.
La tanta neve, lavorata dal vento, aveva piegato i rami ancora teneri fino ad arrotolarli: in quelle spirali bianche vidi le chiocciole e i simboli del coraggio di un guerriero che morì per la libertà.
Lungo il cammino mi vennero offerti dei grandi brezel appena sfornati. Ricordo il luccichio dei cristalli di sale sulla crosta scura di quegli intrecci saporiti di pane. Me li sporgevano donne in costume tirolese. Le donne erano tanto alte, formose ed eleganti con ampie gonne rosa e un grembiule azzurro. Le loro scarpe erano di velluto nero, ricamate sulla punta, come quelle dei costumi tradizionali del Friuli. Tenevano tutte un cesto in mano dal quale usciva il profumo salato di quel pane ancora caldo. Mi sorridevano, anche loro.
La foresta odorava di neve, di freddo, di legno. A volte di caffè. Io vedevo da dove veniva quel profumo. Chiesi a Paolo, che camminò con me senza sosta per centochilometri, che ora fosse. Poco dopo l’una del mattino vidi una casa con gli oscuri di legno ancora aperti, le luci ancora accese, il camino sul tetto che fumava. Pensai di suonare, spiegare chi fossimo e cosa stessimo facendo e chiedere ospitalità per una tazza di caffè caldo. Quando mi avvicinai alla casa e vidi che tutto era buio, pensai che fossero andati a dormire. Questo capitò varie volte durante quella notte. Ogni volta che respiravo il profumo del caffè. La foresta però, in Lapponia, non è abitata. Le case, erano alberi vicini tra loro, nessun tetto, né finestre, né camino. Erano semplicemente alberi.            Cercando un posto per poter fare un riposino, solodieciminuti, lungo una pista larga e leggermente in salita, vidi le pensiline delle fermate dell’autobus. Pensai che fossero perfette per una breve sosta. Ma anche queste, sparivano quando mi avvicinavo.                       Mancava poco alla fine, stavo attraversando, da sola, uno dei laghi lungo il percorso. Vidi i castelli della Transilvania, illuminati dalla luce di candele, tra gli alberi della riva destra, quella che, seguendo nel buio totale, per sedicichilometri, il tremolio di piccoli catarifrangenti legati a rami conficcati nel ghiaccio, quando la raggiunsi, pensai: “ce l’ho fatta.”
Negli ultimi diecichilometri, il grande ponte sul fiume, vicino alla partenza, aveva le zampe e, mano a mano che io mi avvicinavo, lui, dispettoso, si spostava camminando sulla punta delle dita.
Quando arrivai, dopo quarantuno ore ininterrotte, ricordo solo l’immensa felicità. E un pò di stanchezza.
Le sensazioni e le emozioni provate per quegli incontri, in quella dimensione, sono gelosamente conservate, preziose, dentro di me. La privazione del sonno prolungata, continua a darmi questi effetti e non ho ancora provato a suonare ad una porta, in piena notte, per chiedere un caffè.

IMG_1327IMG_1406

Annunci

VIAGGIO IN NORMANDIA

VIAGGIO IN NORMANDIA

Camminavano vicini sull’erba bagnata, in silenzio. Erano scalzi. I loro passi li sentiva solo la Terra. Il piegarsi spugnoso degli steli sotto i piedi. Ogni respiro era aria densa e salata.
Polvere di mare vaporizzata e umida sulla pelle e nelle narici,
salata sulle labbra.
Quell’aria confondeva, come fa la nebbia, la linea infinitamente lontana dell’orizzonte, unendo, in un unico elemento, la superficie scura e liquida e il cielo. Neanche il colore distingueva i due elementi. Perchè, a volte, anche un cielo può essere l’abisso.
Novemilatrecentottantasette croci, novemilatrecentottantasette corpi. Una sola data di morte: seigiugnomillenovecentoquarantaquattro
Numeri e lettere incisi su croci e su stelle di David di pietra liscia bianca. Infinitamente bianca.
Morti, tutti, in quell’acqua d’acciaio, sotto quel cielo di fumo e di fuoco, in quei sei chilometri di spiaggia, nei duecentosettantacinque metri tra il mare e la scogliera. Morti sparati, morti annegati, tirati giù, nel fondo di un oceano, che lì profondo non era.
Camminavano in silenzio, un padre e un figlio. Guardavano, dal prato del riposo eterno, lo spazio che, quella mattina, quello stesso giorno, fu l’inferno.
Non dissero una parola, mai, per tutto il tempo. Sapevano perchè erano in viaggio, perchè lì, insieme.
Scesero fino al mare, lungo un sentiero scavato nella roccia della scogliera.
Il vento salato aveva creato e dato forma a basse dune. Milioni di granelli luccicanti color miele scuro. Sulla sabbia, dove riescono ad arrivare l’eterno e ritmico stiracchiarsi delle onde e la forza variabile dell’altezza della marea, era disegnata una lunga linea irregolare fatta di alghe aggrovigliate a pezzi di legno, sfasciumi vegetali intrappolati in brandelli di reti come ne fossero preda, intrecciati, annodati, ammonticchiati arrivati chissà quando da chissà dove, sopravvissuti alla potenza del mare e a quella dell’acqua. Solo questo e sabbia fina, lavata dal colore denso del sangue, purificata dal suo odore mortale.
Il padre chiese più volte, come non riuscisse a crederci veramente, se fosse proprio quella la spiaggia di quel giorno di giugno. Di quel martedì mattina. Si fermò, rimase a guardare il mare. Da solo. Non so se lo respirasse, se gli parlasse, se semplicemente lo stesse a guardare o ad ascoltare.
Separarono lì il loro cammino per un tempo che non so dire.
Il figlio si avvicinò ad un uomo che avevano già visto da lontano.
In ginocchio, nella sabbia, sembrava voler sciogliere i nodi e gli intrecci di quelle matasse vegetali spiaggiate disordinatamente e arrivate dal passato. Vestiti scuri, scarpe grosse di cuoio impolverate con la gomma del tacco consumata. Profumava di brillantina, un misto di legno di sandalo e ambra grigia. Separava delicatamente i pezzi, come volesse disfare nodi antichi, come si farebbe con avanzi di spago messi alla rinfusa, tutti insieme, in un cassetto.
“Aiutami”, disse, senza alzare lo sguardo, neanche per capire chi fosse il forestiero fermo vicino a lui, “aiutami se puoi a cercare dei fili di lana”. Non aggiunse altro, solo che avrebbe potuto trovarli di colore bianco, rosso, nero o marrone chiaro.
Si spostarono camminando di matassa in matassa. Trascorse del tempo prima che quell’uomo iniziasse di nuovo a parlare.
Raccontò che in un’altra vita, il seigiugnodelquarantaquattro, insieme a duemila uomini, in piedi, in perfetto silenzio, attese il primo raggio di luce e sbarcò su quella spiaggia. Nella gran confusione, prima di raggiungere terra, camminando con l’acqua fin quasi alla gola per riuscire a nascondersi dietro ad un tank, abbandonò il suo impermeabile. Era di quello, il suo tanto amato impermeabile, che cercava i pezzi, restituiti, forse, dal mare.
Insieme, con le ginocchia sprofondate nella sabbia umida, continuarono a sciogliere quegli spettinati intrecci intrecciati, infilandoci dentro le dita con le unghie ormai piene di sabbia.
Come erano diverse le loro belle mani, le loro dita!
“Sai, in un’altra vita vivevo per la fotografia, vivevo per documentare. Capii che documentando l’attimo, mostrando anche una piccola parte di verità, avrei dato un senso alla mia vita. E per quello che so fare, avrei potuto essere utile agli altri, a tutti quelli che non c’erano, aiutandoli a comprendere.
Vidi e vissi cinque guerre in prima linea. La guerra mi attraeva così tanto da desiderare esserne partecipe per poterne vedere e vivere l’orrore. Per poterlo fotografare. E renderlo più umano.
Avevo coraggio, oh sì, avevo tanto coraggio. Forse uscivo dal mio corpo, dal mio pensiero, non so bene. O forse ho solo sfidato la vita”.
Li raggiunse il padre. Una mano in tasca del giubbotto leggero color avana, con l’altra teneva le scarpe. Capiva poco la loro conversazione in inglese. Nella visibile incredulità della situazione che stava vivendo, ascoltava e di tanto in tanto annuiva ad alta voce dicendo: “yes, oh yes” . Il figlio lo guardò. Quello sguardo fu come un abbraccio immenso. Mai si erano vissuti come in quei giorni in viaggio. Per questo sentì grande felicità.
“Ho incontrato tante altre vite”, riprese l’uomo parlando direttamente al figlio e guardandolo per la prima volta, “alcune le ho conosciute, altre no, alcune sono entrate nella mia vita, l’hanno attraversata, altre l’hanno appena sfiorata. O forse neanche questo. È sempre stata questione di un attimo. In quell’attimo, tra proseguire diritto o deviare, spesso si giocava la mia esistenza…e quella di chi avevo vicino.
Una donna, una combattente, coraggio e dolcezza erano due guerrieri che la sostennero per tutta la sua breve vita. Una vita fatta di slanci. Lei, sola, capì chi io veramente fossi, capì il mio talento e lo accese, lo illuminò, mi incoraggiò ad osare, a non avere paura, ad andare sempre un pò più avanti, un po’ più vicino. Lei inventò quello che io fui, quello di cui io, ora, sto cercando i pezzi, insieme a voi. Da lei imparai a scrivere le mie fotografie, lei imparò da me a fotografare la verità che voleva raccontare. Lei mi insegnò la bellezza e l’amore, mi insegnò ad amare la gente e a farlo capire”.
Pronunciò le ultime parole congedandosi lentamente da loro. Senza fermarsi, accennò un saluto con la mano e continuò a camminare oltre l’orizzonte tra la sabbia e la linea delle onde.
Lo guardarono andare, seduti su una bassa duna. Non riuscirono a dirsi niente. Un “grazie”, sottovoce, attraversò i loro corpi e li unì come un cordone ombelicale invisibile. Era solo una parola, enorme e leggera. Il vento la prese e ls portò con sé, per sempre.

IMG_3743

 

DOMATTINA ANDIAMO A VEDERE L’ALBA

DOMATTINA ANDIAMO A VEDERE L’ALBA

Mi piace tanto quando mi dici:” domattina andiamo a vedere l’alba”. Usciamo sempre che è ancora notte fonda.
Per campi e argini arriviamo nel nostro
posto preferito. Non è lontano, in realtà, ma ha la bellezza dei luoghi che fanno sentire in un altro mondo.
Durante l’estate pedalando vediamo le lucciole e ascoltiamo i grilli e godiamo di un alito di vento fresco di passaggio.
In inverno ascoltiamo la galaverna che si crepa sotto le ruote e ci scaldiamo il viso intirizzito con il vapore caldo che esce dalle nostre bocche.
In autunno sentiamo il respiro sempre più lento e stanco della terra, in primavera quello eccitato che ha tutto, di nuovo, in potenza.
Aspettiamo vicini, ogni volta, guardando a oriente, che dalla linea dell’orizzonte esca fuori il sole o, semplicemente, che la Terra accenda la luce. La luce di un altro giorno di meravigliosa vita.

19983563_10213791337036514_973490778238270505_o.jpg