LA VIA DEGLI SMERALDEROS

LA VIA DEGLI SMERALDEROS

Io ricordo solo che mi prese per mano. Una tenerezza che non faceva mai. E che camminavo un mezzo passo dietro a lui, con la parte sinistra del corpo più avanti come se mi trascinasse. Stringevo con la mano destra lo spallaccio dello zaino che proteggeva la macchina fotografica. Con l’altra stringevo la sua mano. Era fredda. Un pò di paura, credo, l’avesse anche lui.

Seguimmo un tizio fin dentro il portone di un palazzo, in una calle stretta e buia. La luce non poteva passare. I palazzi erano troppo alti e troppo vicini perchè il sole potesse illuminarla.

Salimmo le scale. Tre piani di scale che odoravano di cipolla. Entrammo in una porta lasciata aperta, nessuno aspettava sulla soglia. Quando sentii le tre mandate di chiave alle mie spalle, il cuore cambiò ritmo.

Erano in due, dietro ad una scrivania. Quello che ci accompagnò ed un altro. Io sentivo che erano armati. Non so se tutti e due, ma sicuramente quello che ci fece arrivare fino a lì aprendoci la strada.

Fu un pomeriggio eterno. Un gioco lunghissimo e impegnativo di equilibri basati sulla capacità di conoscere e riconoscere le impurità e l’abilità di saper vendere vetro colorato col sorriso di chi ne ha passate tante e ne è sempre uscito galleggiando.

Ho un piccolo smeraldo al polso. Ogni volta che lo guardo, da 25 anni, penso a quel pomeriggio in una calle nel cuore di Bogotà.

 

Caterina
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DAL CANALE DEI PETROLI ALLA VIA DELLA SETA

DAL CANALE DEI PETROLI ALLA VIA DELLA SETA

C’è un fuso orario di tre ore tra Italia e Uzbekistan. Sono solo tre meridiani verso Oriente. Dò un’occhiata alla carta di identità, nuova, e capisco il motivo della sveglia alle 3:30. Prima del primo merlo che ogni mattina canta l’amore sul tetto vicino a casa. Prima ancora che passino pochi secondi tra una corriera e un’automobile in strada. Sento sempre di più la differenza di orario, in ogni viaggio.
Entra aria fresca dalle finestre aperte. E il profumo dei fiori dei tigli. Più forte e più buono di quel fiore che tutti chiamano gelsomino e che marcisce lentamente odorando l’aria di carne di pecora e capra esposte al sole e alla polvere lungo le strade piene di umanità in cammino in un qualsiasi posto dell’Africa, del Medio Oriente, dell’India. Peccato, è un bel fiore, ma con un profumo nauseante.
Indosso uno degli abiti da bicicletta che preferisco, con fiori che sanno di bucato, metto il casco e sono in strada, per pedalare con la prima luce del sole. Ascolto la pelle e sento che può sopportare il caldo che deve ancora accendere l’aria umida.
Pedalo come se le strade fossero tutte mie, come se ci fosse il coprifuoco, come se attraversassi luoghi familiari, abbandonati da poco. In realtà è solo tanto presto e tutti stanno ancora dormendo.
Pedalo attraverso ricordi, rotondi e liquidi come i fianchi che vedo se mi guardo allo specchio. Le anse del fiume, ad un certo punto, sono dolcezza e pura poesia. Seguo la strada e, ogni volta, arrivo fino a dove finisce.
Arrivo fino a dove mi fu tutto chiaro. Capii che il racconto che stavo vivendo e scrivendo era proprio arrivato alla conclusione. Finì in un groviglio spinoso di rovi di more che vedo, abbondanti, ma non ancora mature. Finì una matassa di parole, un intrico confuso fatto di tanti bandoli. Di tanti fili, troppo corti, spezzati, inutilizzabili. Con il tempo e con coraggio, riuscirò a riordinare e darò, a tutto, logica e fluidità.
Sorrido, guardando passare una nave porta containers. Forse è la stessa che vidi quella volta. E sulla quale avrei voluto saltar su e partire. Partire e andare. Rivedo la stessa scena a metà, circa, di una delle ultime pagine del libro. Precisa. Mi piace guardare le navi porta containers e sognare. Sognare e partire. “Dal canale dei petroli alla via della seta”. Sì, lo potrei chiamare così, il “racconto” che, qualcuno mi ha detto, si riesce a leggere nei miei occhi.

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LA CATE IN BICICLETTA

LA CATE IN BICICLETTA

Nell’ armadio sono appese tutte le gradazioni dal nero al grigio, dal marrone al beige. Indosso caldi e morbidi filati di lana neri e grigi in inverno, la freschezza del lino e i colori naturali della terra in estate. E’ così da sempre. Mi piacciono la semplicità che esalta la femminilità e la praticità, in armonia con la donna sportiva che sono. Non uso le gonne, mi piacciono molto i pantaloni. 
In una parte dell’ armadio però, ci sono gonne corte, colori e fantasie. Ogni volta che vedo questa gioia appesa ad un tubo d’acciaio, tra le mie abituali gradazioni monocromatiche, penso che sia come sfogliare un album di fotografie in bianco e nero e poi, inaspettatamente, trovare una fotografia, una sola, bellissima, a colori. O come la prima improvvisa giornata di sole e di cielo sereno dopo tante giornate di cielo grigio burrascoso.
Vidi per caso “The evolution of the skirt”, del 1916,  dell’australiano Harry Julius, la trasformazione della gonna animata come un cartone. Mi incuriosì e lessi la storia e l’evoluzione di questo indumento, così antico e così comune, la cui lunghezza, soprattutto, è stata simbolo di una vera e propria rivoluzione culturale. Coco Chanel, Christian Dior e Mary Quant hanno creato meraviglie attorno ai fianchi e alle gambe delle donne, pensando soprattutto alla valorizzazione del corpo femminile, alla praticità quotidiana, e alla portabilità in occasioni particolari di questo piccolo e magico pezzo di tessuto. Le gonne, sempre più corte, hanno “scoperto” le donne, non le loro gambe, no, troppo semplice e banale! ma la loro forza, il loro coraggio, la loro determinazione.
Io, invece, andando in bicicletta, ho scoperto le gonne. Sì, le ho proprio scoperte. 
Dal mio caschetto non sono mai usciti trecce o code di cavallo. Ho sempre avuto i capelli corti. Solo un piccolo orecchino che indosso, a sinistra. Adoro gli orecchini. Ho pedalato vestita come un uomo, pantaloncini e maglietta, nero e bianco, fino al giorno in cui vidi un prato di fiori colorati avvolgere i fianchi e un poco le cosce di una ciclista bella, dolcissima e forte. Fu la prima volta che vidi una gonna dedicata alle cicliste, ideata e creata per poter pedalare.  E me ne innamorai. Da allora non ho mai smesso di portarla. E i pantaloni con il fondello, d’inverno e d’estate, per me, sono solo quello che sta sotto. Come le mutande. 
La gonna in bicicletta è come il casco. Li indosso, tutti e due, ogni volta che salgo in sella. Per andare a fare la spesa, per pedalare una giornata o per un viaggio con la bicicletta come casa. 
Mi piace tanto e mi piace sempre. E’ nata per pedalare, ha la praticità di capo tecnico ideato e creato pensando ad un tipo di donna per cui la bicicletta è stile di vita,  che sceglie la semplicità, ma non rinuncia alla femminilità. E ad un tocco di raffinatezza. E’ versatile e informale. La indosso con un legging o un fuseau nero e, in ogni occasione, sono io a decidere che carattere darle. 
E’ sempre perfetta. Il tessuto è morbido e traspirante, l’elastico di silicone la tiene ferma e due piccoli spacchi laterali lasciano libertà assoluta nelle azioni, qualsiasi sia l’impegno che una uscita in bicicletta richieda.
E’ leggera (pesa circa 90 grammi), occupa pochissimo spazio (ben piegata ha le dimensioni di un pacchetto di fazzoletti di carta). E’ ideale per i viaggi, anche quando il bagaglio è essenziale (io viaggio con le borse attaccate al manubrio, al telaio e sotto la sella, si chiama bikepacking) e ogni grammo risparmiato è prezioso. Ne porto sempre una addosso e una di ricambio.
La manutenzione richiede la normale cura dei capi tecnici sportivi. Si asciuga rapidamente e non si stropiccia mai.
Ha pedalato con me (e camminato…sì, perchè la uso anche per il nordic walking e per correre!!) tutti i chilometri che ho sulle gambe da quando ho deciso che non ne avrei più fatto a meno. Tutti i paesaggi e le terre che ho scoperto e attraversato e che tengo nel cuore. I trail, gli ultratrail, le lunghe pedalate per giorni senza sosta, le salite sui passi di montagna, il silenzio dei sentieri in mezzo ai boschi e nelle foreste, la calma fluida lungo gli argini dei fiumi. Sulla neve, sulla sabbia, sulla terra e sulla ghiaia.  La magia di giornate indimenticabili, da prima dell’alba fino al tramonto. La magia delle notti dal tramonto all’alba successiva. Ha vissuto con me, con ogni giro di pedale, ogni gioia ed ogni emozione. Pedalo anche per scrivere. Scrivo per pedalare. La bicicletta mette in moto i miei pensieri e i miei sogni. E se la gonnellina potesse avere voce, racconterebbe di aver viaggiato con un delicato ciclone di parole.
E la genialità di chi l’ha ideata? Due ragazzi italiani, due amici, la loro passione per la bicicletta, la loro ammirazione per le donne che pedalano e che desiderano vedere ancora più donne. Settanta centimetri di tessuto…una piccola rivoluzione. 
Le rivoluzioni, si sa, portano con loro sempre cambiamento e novità. E’ di questi giorni la presentazione del vestitino intero per la bicicletta. Ed è così bello che una ciclista lo ha voluto e indossato per il suo matrimonio. Era semplicemente bellissima.
Perchè la femminilità non sta nell’avere belle gambe, ma in come si riesce ad essere evidentemente donne.
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LA MAGIA DEL CAFFE’

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“Buonasera signore, mi scusi, dove potrei dormire questa notte?”

L’uomo rispose al saluto in italiano con accento tedesco molto forte e con la mano indicò il prato che entrambi avevamo di fronte. “Signore, la ringrazio, ma oltre all’erba, non ci sarebbe un posto un pò isolato dall’umidità…piove da questa mattina e io ho solo il saccopiuma e un telo termico”. L’uomo, mi disse di aspettare. Si allontanò. Indossava una salopette di jeans, una camicia di flanella a quadri marroni e beige, le ciabatte tedesche per definizione. Color moka, le mie preferite. Non mi ricordo bene, ma credo avesse anche un cappello in testa.

Lo vidi entrare e dopo poco uscire dal locale che gestiva. Mi chiamò e mi disse di seguirlo dietro la casa. “Qui starai bene”.

Spostò sedie e tavoli trascinandoli sul pavimento di legno grezzo. Mi fece spazio sotto una tettoia che guardava il fiume. Sentivo l’odore del legno e il rumore dell’acqua.

Si allontanò ancora e tornò abbracciando dei grandi sacchi di yuta da caffè, quelli che, viaggiando per il mondo, lasciano dall’antichità la scia di profumo più buona che esista, oltre a quella del pane fresco. Li buttò per terra. Si alzò una nuvola di polvere.

“Con questi starai più comoda e riposerai meglio”. Li distesi e lisciandoli bene con le mani, uno ad uno, lessi le scritte nere stampate: Plus Cafè product of Guatemala, India robusta decaffeinato, Ethiopia Washeo arabica e poi caffè dallo Yemen, dal Kenia, dal Brasile.

Mi preparai per la notte. Sistemai la bicicletta e distesi il sacco piuma sulle tavole del pavimento, sopra lo strato di sacchi di caffè.

“Il bagno non sarà pulito, oggi è passata tanta gente, dovrai adattarti e domattina non arriverò prima delle otto, mi dispiace non poterti preparare la colazione. Buon riposo”.

“Buonanotte signore, grazie di cuore.”

Mi ricordo bene quella notte. La ricorderò sempre. Per tutto.

La prima uscita con la Fargo, l’aroma delicato di caffè di mezzo mondo che profumava l’aria, la gentilezza del signore in salopette di jeans che mi ha fatto sentire una regina.

LA AL-RAWDA E’ RIPARTITA

LA AL-RAWDAH E’ RIPARTITA

Un viaggio su un anave cargo. È un altro dei miei sogni…I porti sono posti magici. Ho percorso tante volte quella viabilità fatta di quadre come la centuriazione romana qui in campagna o come quella di tutti i paesi in Patagonia. A Fremantle, in Western Australia, c’erano muri di container. A destra e a sinistra, fino al prossimo incrocio. Muri a quadri e rettangoli, spazio colorato da riempire e trasportare. Ho aspettato sei mesi che arrivasse una cassa piena di libri, lasciata a Sana’a per cinque anni e  imbarcata nel porto di Al-Hodayda dopo un viaggio, nel cassone di un pick-up, attraverso le alte montagne, giù verso la Tihama. Ora è qui. Bellissima. Quella volta le fecero fare il giro di mezzo mondo. Mi immagino così il nostro cervello. Spazi più o meno ordinati, pieni di tutto quello che siamo e che viviamo. È sempre tutto lì, in verità, tutto, ma i container più in basso sono quelli dove ci sono le cose al trapassato remoto e con tempi di verbi antichi, ormai in disuso, quelle che abbiamo messo in naftalina, sentendo il sollievo della leggerezza per non averle più tra i piedi nei luoghi emozionali dove viviamo. Dove ora viviamo.  Cose che, forse, ricordiamo solo qualche volta, per caso, di aver pensato, di aver vissuto. Di aver detto. I pensieri, gli attimi di vita, le parole sembrano sempre non avere peso.

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ALL’AUSTRALIA

ALL’AUSTRALIA

Australia…c’è potenza immensa in tutto il  tuo spazio. Uno spazio che travolge, avvolge e sconvolge.
Porto con me un pò della tua luce, così pulita, trasparente e limpida, un pò del tuo sole, a volte impietoso, un pò di brillantezza del tuo cielo sempre sereno. Solo in Tibet ricordo di aver visto cieli come quelli d’Australia. Porto con me un pò del candore di quelle nuvole galleggianti che hanno scatenato per giorni la mia fervida e ingestibile fantasia e sono state, per me, come sono le stelle per i marinai. Porto con me i tramonti, tutti quelli che ho visto, la loro ineguagliabile magia…uno spettacolo che sembrava l’idea geniale di un coreografo del colore, pazzoide e innamorato. Porto a casa la luce pulsante della stella del sud che ho cercato e guardato tante volte, un pò bassa, nel cielo delle notti lontano, fuori dalla verticale fluorescenza artificiale della città.
Mi porto via, addosso, e lo tengo dentro, fino a casa, il calore del tuo vento. La  forza del suo, non sempre, delicato abbraccio. Il suo odore…di mare, di sale, di intrecci intrecciati di alghe stanche morte, abbandonate a riva dalle onde, di sole, di polvere, di terra bruciata, di legno secco, di stoppie giallo oro. Sentivo l’odore dei miei ricordi in quel vento. E quello dei miei sogni.  L’odore di un tempo diverso, come di un altra epoca, più lento e, forse, più vivibile.
Io ho manico col vento…ne ho sentito addosso di tutti i tipi. Quello che mi ha fatto stare bene e quello che mi ha  riempito gli occhi e la bocca di polvere. Quello australiano, nella terra tutta ad occidente, che si affaccia verso l’Africa e confina con l’immensità liquida, è un vento di terre estreme. Lentamente perde la voce ruggente dell’immenso mare e riempie, con il suo canto, il silenzio profondo dell’outback.
Mi porto a casa il gusto della polvere, la sua invisibile consistenza, il suo profumo di ferro. Un borotalco etereo, rosso scuro, che ha disegnato forme  sulla mia pelle, è rimasto per giorni tra i miei capelli, sotto le unghie, tra le dita.  Ha colorato le mie ciglia, si è spalmato sul mio viso. Era nelle rughe intorno ai miei occhi che hanno visto tutto questo spettacolo.
Mi porto a casa il profumo fresco delle foglie di eucalipto, uniche figure verticali, oltre ai fari affacciati sull’oceano, sinuosamente danzanti, ogni tanto, all’orizzonte. Quello degli alberi morti stecchiti, quello dei cespugli che proteggevano nidi e delle erbe secche. Quello del caffè. Di tutti i long black coffee fumanti che ho bevuto insieme ai camionisti scalzi nelle roadhouse perse nel nulla. Unici viaggiatori insieme a me. Avrei voluto dire loro: portatemi con voi, nei vostri lunghi viaggi lungo le strade polverose di questa terra, isola fluttuante tra due abissi blu cobalto. Porto anche quello dei caffè che mi sono preparata in posti da brividi e che sapevano di sale.
Mi porto il significato prezioso dei sogni fatti in una macchina come casa. Scegliendo di fermarmi, per la notte, nel miglior posto che avrei mai potuto trovare.
Mi porto a casa il valore sacro di quegli spazi vuoti, che non finiscono mai, anche dopo l’orizzonte più lontano che si possa immaginare, che io ho raggiunto e superato. E che continua, ancora e ancora. Tutto ha la magia dei luoghi che piacciono a me, dove la fatica del vivere e del saper vivere, lontano da tutto, lontano da tutti, fa diventare gli esseri umani differenti. Lì c’è forte il valore invulnerabile di sentirsi vivi perchè si è. Perchè si è lì. E basta. Forse si impazzisce anche un pò, ma è meglio della nevrosi dello stress cittadino che porta il male di vivere.
Porto a casa il ricordo degli australiani incontrati, le loro incredibili storie, di immigrati, di rifugiati, di avventurieri e sognatori. La generosità genuina che mi hanno dimostrato. I loro sorrisi e saluti, fermi ai semafori mentre aspettavo l’autobus, vestita di fiori e di baci.
Quello degli italiani d’Australia, che hanno fatto fortuna negli anni delle vele piene di vento e dell’Aga Khan, che hanno deciso di cambiare vita, giovani coraggiosi con le mani sporche di olio di catena di bicicletta entusiasti e sognatori. Mi porto il ricordo anche di quelli che lì non trovano più pace, ma che non la troverebbero da nessuna parte. La loro vita sarebbe, ovunque, una corsa ad ostacoli.
In Australia ho vissuto, quasi violenta, l’emozione della libertà.
Non la libertá che tutti pensano…faccio quello che voglio, non ho impegni e  legami, ho tempo, prendo, parto e vado dove voglio, non la semplice libertà da “vincoli” che sono quelli normali, quotidiani, scelti e consapevoli, di ogni essere umano. Più o meno. No, non quella.
Il significato di liberà che ho provato è più nobile, più profondo, appartiene alle sfere alte del sentire. E, soprattutto, è indipendente da stato e condizione sociale e dalla materialità dello spostarsi fisico. È una libertà di testa, di cuore, di “anima”.
In quegli spazi, con quei colori e quella luce io ero spazio, io ero colore e luce.
Ero il luogo stesso. Non sentivo mi appartenessero sembianze umane e umanizzanti, ma solo quelle della vita. Potevo essere un altro essere vivente, ma anche l’oceano, le onde, la terra, la polvere. Il vento.

 

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POINT QUOBBA

POINT QUOBBA

A Point Quobba non ci vanno in tanti. Bisogna desiderarlo. È conosciuto per essere la sheep station più lontana e occidentale in tutta l’Australia. Qui, negli anni d’oro, portavano le pecore a tosare. Migliaia di pecore, montagne di lana. Quella notte mi fermai a dormire, nella casa di lamiera numero 41. Arrivai quasi al tramonto di una giornata che trascorse senza sole. Il colore delle nuvole era quello di un cielo pieno di battaglie tra titani. Aveva smesso anche di piovere.  Non ero l’unica ad aver raggiunto Point Quobba. Trovai un fuoco acceso. Due uomini, padre e figlio. Mi raccontarono…H.M.A.S. Sydney II vs Kormoran. 19 Novembre 1941. Tra gli australiani nessun superstite. 645 uomini a bordo, tutti morti. Tra i tedeschi solo 81 scomparvero tra le onde dell’Oceano Indiano. Gli altri si salvarono. Dalle testimonianze che ho letto, forse, avrebbero preferito morire. I relitti rimasero nascosti per sessantasetteanni. Il padre e il figlio erano qui per un saluto…un poco avanti, dove la strada si fa più scarruppata, dopo il cartello che avverte gli innamorati delle onde e del vento “King Waves Kill”, c’è un cippo, alla memoria. Pensai alla trama di in uno dei miei racconti…”Sapevano perchè erano in viaggio, perchè lì, insieme”.

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SFUMATURE D’AMORE

SFUMATURE D’AMORE

La luce del solitario che le impreziosiva l’anulare della mano sinistra mi abbagliò. Quasi come una pila frontale puntata in faccia, distrattamente, nella notte. Le stava bene. Le sue mani erano perfette. D’istinto guardai le mie e le nascosi. La pelle tesa, le unghie pittate di scuro. Credo fosse un gel, di quelli che si incollano sopra l’unghia naturale e che va rinnovato di tanto in tanto, quando l’unghia cresce o si smangiucchia. Aveva solo due anelli. Nello stesso dito. Il solitario teneva ferma la fede. Mi parlò di loro due, guardando fuori dal finestrino. Eravamo in un deserto immenso. Cinquantamilionidiannifa qui cadde un meteorite che formò un cratere grande come il Molise. Quel giorno capitò lei con me, nella macchina del capospedizione e del suo cane. Quella che ascoltai, fino a quando arrivammo al campo, poteva essere la trama di un film. “…Le sue mani mi sfioravano solo per distribuire carezze…” disse, come se stesse cercando di concludere un romanzo. “…le sue parole, invece” continuò, “avevano dentro lo stomaco, nel punto dove lo sterno finisce e credo ci sia l’anima, e nel cervello, l’effetto dell’acido muriatico. Un esercito di topi con i denti di acciaio. Rimase di me quel poco che riuscii a salvare dalla morte, ma con in potenza la forza disumana per non impazzire e poter continuare a vivere”. 25 novembre, la violenza dalle millemilioni di sfumature.

caterina borgato

LA WALLY

LA WALLY

L’appuntamento con il Console era questa mattina alle 10. Il 158 passa di fronte a casa. So che devo scendere in William Street, ad un certo numero e salire  sul Gatto Rosso. I Cats di diversi colori sono autobus gratuiti nell’area metropolitana. Saluto l’unica signora che aspetta alla fermata. Capisce che non sono australiana. Mi chiede se sono francese. Sono italiana, I live in Italy, near Venice. Ohhhhhh, io sono di Trieste. La signora Wally sta andando al cimitero. È arrivata in Australia a otto anni…mi racconta la sua vita. Docente universitaria di matematica, in pensione da cinque anni, aveva sempre desiderato cantare. Ora che ha tempo, sta imparando le opere liriche in lingua originale. Quelle che preferisce sono in lingua tedesca. Ha fatto un viaggio in Italia agli inizi degli anni settanta. Arrivata a Parigi dalla terra down under, è atterrata a Milano. Percorrendo tutta la costa dell’intero stivale e della Sicilia, è arrivata a Trieste. Venezia l’ha incantata. Il dialetto, ricorda, assomigliava molto a quello della VeneziaGiulia che sentiva parlare dai suoigenitori quando era bambina. Mi piace tanto Trieste, Signora Wally.
Prima di scendere, scrive il suo nome e il suo numero di telefono con la matita su un pezzetto di carta. Io le dò il mio. Se abitiamo vicine, possiamo vederci ancora. Certo, Wally, sarà un piacere così potrò chiederti tante cose.
Grazie, mi dice, salutandomi…sei la seconda persona da quando sono in Australia che pronuncia correttamente il mio nome: Wally e non Uolly. Ai miei genitori piaceva l’opera La Wally, di Alfredo Catalani.
Buona giornata, è stato un bell’incontro. Ti verrò a trovare presto. Sicuro.

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Marianna – Alessandro – Nicola, tre di MELANERA

Marianna – Alessandro – Nicola, tre di MELANERA

E’ stato il nome della loro barca a vela ad incuriosirmi. A farmi scoprire la storia di una famiglia estesa, di generazioni unite, che durante l’estate vive in mezzo al mare. Di una grande famiglia che ha un rapporto di fratellanza con l’immenso, affascinante, liquido e profondo blu, quello stesso rapporto intimo che si costruisce piano piano con un amico con cui si condividono periodi belli della vita. Un amico sempre in attesa che si torni a trovarlo e che si desidera incontrare e rivedere dopo tanto tempo trascorso senza essere vicini. Un amico che si impara a conoscere, un pò alla volta. Di cui ci si fida anche un pò alla volta. Solo dopo aver capito che conviverci, comprenderne il carattere ed affrontarlo è solo questione di tempo e di sensibilità che lentamente si raffina e che aiuta ad interpretare i diversi colori di cui si veste, la calma piatta che lo fa sembrare stanco, la forma delle onde che lo arricchiscono, vere opere d’arte di schiuma di acqua e sale, la loro direzione, l’intensità del vento che a volte lo accarezza, a volte lo agita…creste, flutti, riccioli e ghirigori, energia pura, che senza sosta, senza fine, sale e scende e solo infrangendosi diventa materia. Ogni volta con suoni diversi, che diventano la sua voce: i canti del mare. Un amico che si ama incondizionatamente anche per il continuo e costante impegno, sempre ampiamente ripagato, che richiede. Lo stesso impegno di una amicizia degna di questo nome. Una questione di fiducia, come tra persone adulte, tra uomini veri. Un amico di cui si apprezzano la continua diversità, l’imprevedibilità, la ricchezza e varietà di emozioni che generosamente riesce a donare, la capacità immensa di stupire e di commuovere. Di cui si amano i lunghi silenzi e l’eterna, antica bellezza. Sempre di più.
E’ l’essenzialità della vita cui obbliga il mare il desiderio più grande che determina naturalmente il ritmo estivo della vita di tutti i Melanera. Una vita semplice, fatta di poco, ma di tantissimo. Per mesi, scalzi, vestiti di niente, profumano la loro pelle con l’odore salato del vento, la colorano con i raggi caldi del sole. Condividono abilità e capacità e, quando il mare fa sentire la sua forza, senza dire una parola, sanno bene cosa fare…un accordo tacito, muto e necessario, che conosce solo chi vive il mare, quando le voci degli uomini si mescolerebbero, senza essere sentite, a quelle degli elementi scatenati della natura. Quando, loro e la loro barca, diventano un unico corpo oscillante, un nuovo essere, uno spazio con nuovi confini e nuove regole di vita, dove ogni suono e rumore ha il ritmo del rollio del mare. Le corde sull’albero, le vele un pò lasche, il vento che si abbraccia con il fiocco, le raffiche che lo strapazzano, gli scricchiolii del legno, i mille modi con cui l’acqua si spalma sullo scafo, il tintinnare di ogni piccolo oggetto mai fissato abbastanza. Dopo ogni difficoltà le loro vite sono ancora più unite.
Una vita che segue il ritmo naturale della luce e del buio. Del sole e delle stelle. Delle lune. Un ritmo primitivo e primordiale. Più umano e più vero. Come un momentaneo ritorno al passato. Come se tutta quell’acqua intorno fosse il ventre di una grande madre che accoglie e culla con dolcezza gli uomini e la loro barca. Loro e la loro casa.
Quando è il momento di partire, lasciano il piccolo porto dove torneranno solo con una luce del sole al tramonto più calda. Alzano le vele e prendono il mare, navigando verso Sud. Cercano insenature, baie, rifugi nascosti tra una manciata di piccoli e grandi dadi bianchi, gettati, disordinatamente, durante un antico gioco tra giganti, nelle liquide sfumature blu di quel mare, o, come raccontano gli isolani, lanciate dalla grande mano di Dio in persona, dopo la creazione del Mondo. E se fossero veramente le lacrime pietrificate delle stelle? Questo sembrano, a vederle dal cielo, quelle centoquarantasetteisole, brulle e aspre, ma anche sorprendentemente verdi e rigogliose, che loro amano così tanto! Hanno imparato a conoscerle e ad apprezzarle navigando in libertà e basta, navigando a vista, senza una meta precisa. Soli, in mezzo al mare…forse seguendo la rotta di leggende scritte in vecchi e preziosi portolani, o quella dei navigatori veneziani, Greci e Romani. O quella di Ulisse…Perchè l’Odissea potrebbe essere stata anche qui. Amano la gente, poca e semplice, che abita quella terra difficile, fatta di roccia, sassi e mare. Ma la terra e il mare sono un dono, meritano lealtà e dedizione. Al mare, questa gente, deve la vita, la sua intera esistenza.
Era venuto al mondo da dieci mesi il loro figlio, quando lo portarono in barca e gli fecero sentire, per la prima volta, tutta la meraviglia dell’immensità del mare. E fu come se ci fosse nato in quella casa galleggiante spinta dal vento! Imparò presto come muoversi nello spazio della cambusa, capì in fretta cosa fare durante la navigazione, con tutti i tipi di mare. Per lui tutto sembrava e sembra ancora un gioco, ma era ed è vita vera. Ha imparato a parlare con i gabbiani, ad avvistare i delfini. Gli è capitato di nuotare con lei tartarughe. Di farsi amica una libellula rossa che aveva deciso, un giorno di gran vento, di aggrapparsi forte con le zampette ad una sartia e viaggiare, per un pò, insieme a loro. Sa ascoltare e riconoscere i diversi richiami del vento. Si riempie gli occhi e il cuore di albe e tramonti. Quando torna a camminare sulla terra i suoi capelli ancora fini di bambino e la sua pelle sono dorati e lucidi, come il colore del miele d’acacia.
Ogni notte prima di dormire, dalla prima notte trascorsa in mare, dopo aver calato l’ancora e sistemato la barca nel posto più simile al paradiso che potessero trovare, si stendono fuori, tutti e tre vicini, a guardare la luna o le stelle, ad ammirare la magia delle luci del cielo notturno, lontanissime nello spazio e nel tempo. Una notte ciascuno, raccontano favole di mari intorno a mondi lontani e avventure di navigatori solitari. Cercando satelliti e stelle cadenti. Allungando l’indice, come a volerle toccare, seguono la forma delle costellazioni. La Via Lattea è il tetto dei loro sogni.
Il loro respiro diventa lo stesso respiro del mare e del cielo. Quello di un universo dove l’uomo, la barca, il mare e il vento, insieme, sono l’unico protagonista possibile.

Caterina

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