LA VIA DEGLI SMERALDEROS

LA VIA DEGLI SMERALDEROS

Io ricordo solo che mi prese per mano. Una tenerezza che non faceva mai. E che camminavo un mezzo passo dietro a lui, con la parte sinistra del corpo più avanti come se mi trascinasse. Stringevo con la mano destra lo spallaccio dello zaino che proteggeva la macchina fotografica. Con l’altra stringevo la sua mano. Era fredda. Un pò di paura, credo, l’avesse anche lui.

Seguimmo un tizio fin dentro il portone di un palazzo, in una calle stretta e buia. La luce non poteva passare. I palazzi erano troppo alti e troppo vicini perchè il sole potesse illuminarla.

Salimmo le scale. Tre piani di scale che odoravano di cipolla. Entrammo in una porta lasciata aperta, nessuno aspettava sulla soglia. Quando sentii le tre mandate di chiave alle mie spalle, il cuore cambiò ritmo.

Erano in due, dietro ad una scrivania. Quello che ci accompagnò ed un altro. Io sentivo che erano armati. Non so se tutti e due, ma sicuramente quello che ci fece arrivare fino a lì aprendoci la strada.

Fu un pomeriggio eterno. Un gioco lunghissimo e impegnativo di equilibri basati sulla capacità di conoscere e riconoscere le impurità e l’abilità di saper vendere vetro colorato col sorriso di chi ne ha passate tante e ne è sempre uscito galleggiando.

Ho un piccolo smeraldo al polso. Ogni volta che lo guardo, da 25 anni, penso a quel pomeriggio in una calle nel cuore di Bogotà.

 

Caterina
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