ALL’AUSTRALIA

ALL’AUSTRALIA

Australia…c’è potenza immensa in tutto il  tuo spazio. Uno spazio che travolge, avvolge e sconvolge.
Porto con me un pò della tua luce, così pulita, trasparente e limpida, un pò del tuo sole, a volte impietoso, un pò di brillantezza del tuo cielo sempre sereno. Solo in Tibet ricordo di aver visto cieli come quelli d’Australia. Porto con me un pò del candore di quelle nuvole galleggianti che hanno scatenato per giorni la mia fervida e ingestibile fantasia e sono state, per me, come sono le stelle per i marinai. Porto con me i tramonti, tutti quelli che ho visto, la loro ineguagliabile magia…uno spettacolo che sembrava l’idea geniale di un coreografo del colore, pazzoide e innamorato. Porto a casa la luce pulsante della stella del sud che ho cercato e guardato tante volte, un pò bassa, nel cielo delle notti lontano, fuori dalla verticale fluorescenza artificiale della città.
Mi porto via, addosso, e lo tengo dentro, fino a casa, il calore del tuo vento. La  forza del suo, non sempre, delicato abbraccio. Il suo odore…di mare, di sale, di intrecci intrecciati di alghe stanche morte, abbandonate a riva dalle onde, di sole, di polvere, di terra bruciata, di legno secco, di stoppie giallo oro. Sentivo l’odore dei miei ricordi in quel vento. E quello dei miei sogni.  L’odore di un tempo diverso, come di un altra epoca, più lento e, forse, più vivibile.
Io ho manico col vento…ne ho sentito addosso di tutti i tipi. Quello che mi ha fatto stare bene e quello che mi ha  riempito gli occhi e la bocca di polvere. Quello australiano, nella terra tutta ad occidente, che si affaccia verso l’Africa e confina con l’immensità liquida, è un vento di terre estreme. Lentamente perde la voce ruggente dell’immenso mare e riempie, con il suo canto, il silenzio profondo dell’outback.
Mi porto a casa il gusto della polvere, la sua invisibile consistenza, il suo profumo di ferro. Un borotalco etereo, rosso scuro, che ha disegnato forme  sulla mia pelle, è rimasto per giorni tra i miei capelli, sotto le unghie, tra le dita.  Ha colorato le mie ciglia, si è spalmato sul mio viso. Era nelle rughe intorno ai miei occhi che hanno visto tutto questo spettacolo.
Mi porto a casa il profumo fresco delle foglie di eucalipto, uniche figure verticali, oltre ai fari affacciati sull’oceano, sinuosamente danzanti, ogni tanto, all’orizzonte. Quello degli alberi morti stecchiti, quello dei cespugli che proteggevano nidi e delle erbe secche. Quello del caffè. Di tutti i long black coffee fumanti che ho bevuto insieme ai camionisti scalzi nelle roadhouse perse nel nulla. Unici viaggiatori insieme a me. Avrei voluto dire loro: portatemi con voi, nei vostri lunghi viaggi lungo le strade polverose di questa terra, isola fluttuante tra due abissi blu cobalto. Porto anche quello dei caffè che mi sono preparata in posti da brividi e che sapevano di sale.
Mi porto il significato prezioso dei sogni fatti in una macchina come casa. Scegliendo di fermarmi, per la notte, nel miglior posto che avrei mai potuto trovare.
Mi porto a casa il valore sacro di quegli spazi vuoti, che non finiscono mai, anche dopo l’orizzonte più lontano che si possa immaginare, che io ho raggiunto e superato. E che continua, ancora e ancora. Tutto ha la magia dei luoghi che piacciono a me, dove la fatica del vivere e del saper vivere, lontano da tutto, lontano da tutti, fa diventare gli esseri umani differenti. Lì c’è forte il valore invulnerabile di sentirsi vivi perchè si è. Perchè si è lì. E basta. Forse si impazzisce anche un pò, ma è meglio della nevrosi dello stress cittadino che porta il male di vivere.
Porto a casa il ricordo degli australiani incontrati, le loro incredibili storie, di immigrati, di rifugiati, di avventurieri e sognatori. La generosità genuina che mi hanno dimostrato. I loro sorrisi e saluti, fermi ai semafori mentre aspettavo l’autobus, vestita di fiori e di baci.
Quello degli italiani d’Australia, che hanno fatto fortuna negli anni delle vele piene di vento e dell’Aga Khan, che hanno deciso di cambiare vita, giovani coraggiosi con le mani sporche di olio di catena di bicicletta entusiasti e sognatori. Mi porto il ricordo anche di quelli che lì non trovano più pace, ma che non la troverebbero da nessuna parte. La loro vita sarebbe, ovunque, una corsa ad ostacoli.
In Australia ho vissuto, quasi violenta, l’emozione della libertà.
Non la libertá che tutti pensano…faccio quello che voglio, non ho impegni e  legami, ho tempo, prendo, parto e vado dove voglio, non la semplice libertà da “vincoli” che sono quelli normali, quotidiani, scelti e consapevoli, di ogni essere umano. Più o meno. No, non quella.
Il significato di liberà che ho provato è più nobile, più profondo, appartiene alle sfere alte del sentire. E, soprattutto, è indipendente da stato e condizione sociale e dalla materialità dello spostarsi fisico. È una libertà di testa, di cuore, di “anima”.
In quegli spazi, con quei colori e quella luce io ero spazio, io ero colore e luce.
Ero il luogo stesso. Non sentivo mi appartenessero sembianze umane e umanizzanti, ma solo quelle della vita. Potevo essere un altro essere vivente, ma anche l’oceano, le onde, la terra, la polvere. Il vento.

 

cateborgato_au