VIAGGIO IN NORMANDIA

VIAGGIO IN NORMANDIA

Camminavano vicini sull’erba bagnata, in silenzio. Erano scalzi. I loro passi li sentiva solo la Terra. Il piegarsi spugnoso degli steli sotto i piedi. Ogni respiro era aria densa e salata.
Polvere di mare vaporizzata e umida sulla pelle e nelle narici,
salata sulle labbra.
Quell’aria confondeva, come fa la nebbia, la linea infinitamente lontana dell’orizzonte, unendo, in un unico elemento, la superficie scura e liquida e il cielo. Neanche il colore distingueva i due elementi. Perchè, a volte, anche un cielo può essere l’abisso.
Novemilatrecentottantasette croci, novemilatrecentottantasette corpi. Una sola data di morte: seigiugnomillenovecentoquarantaquattro
Numeri e lettere incisi su croci e su stelle di David di pietra liscia bianca. Infinitamente bianca.
Morti, tutti, in quell’acqua d’acciaio, sotto quel cielo di fumo e di fuoco, in quei sei chilometri di spiaggia, nei duecentosettantacinque metri tra il mare e la scogliera. Morti sparati, morti annegati, tirati giù, nel fondo di un oceano, che lì profondo non era.
Camminavano in silenzio, un padre e un figlio. Guardavano, dal prato del riposo eterno, lo spazio che, quella mattina, quello stesso giorno, fu l’inferno.
Non dissero una parola, mai, per tutto il tempo. Sapevano perchè erano in viaggio, perchè lì, insieme.
Scesero fino al mare, lungo un sentiero scavato nella roccia della scogliera.
Il vento salato aveva creato e dato forma a basse dune. Milioni di granelli luccicanti color miele scuro. Sulla sabbia, dove riescono ad arrivare l’eterno e ritmico stiracchiarsi delle onde e la forza variabile dell’altezza della marea, era disegnata una lunga linea irregolare fatta di alghe aggrovigliate a pezzi di legno, sfasciumi vegetali intrappolati in brandelli di reti come ne fossero preda, intrecciati, annodati, ammonticchiati arrivati chissà quando da chissà dove, sopravvissuti alla potenza del mare e a quella dell’acqua. Solo questo e sabbia fina, lavata dal colore denso del sangue, purificata dal suo odore mortale.
Il padre chiese più volte, come non riuscisse a crederci veramente, se fosse proprio quella la spiaggia di quel giorno di giugno. Di quel martedì mattina. Si fermò, rimase a guardare il mare. Da solo. Non so se lo respirasse, se gli parlasse, se semplicemente lo stesse a guardare o ad ascoltare.
Separarono lì il loro cammino per un tempo che non so dire.
Il figlio si avvicinò ad un uomo che avevano già visto da lontano.
In ginocchio, nella sabbia, sembrava voler sciogliere i nodi e gli intrecci di quelle matasse vegetali spiaggiate disordinatamente e arrivate dal passato. Vestiti scuri, scarpe grosse di cuoio impolverate con la gomma del tacco consumata. Profumava di brillantina, un misto di legno di sandalo e ambra grigia. Separava delicatamente i pezzi, come volesse disfare nodi antichi, come si farebbe con avanzi di spago messi alla rinfusa, tutti insieme, in un cassetto.
“Aiutami”, disse, senza alzare lo sguardo, neanche per capire chi fosse il forestiero fermo vicino a lui, “aiutami se puoi a cercare dei fili di lana”. Non aggiunse altro, solo che avrebbe potuto trovarli di colore bianco, rosso, nero o marrone chiaro.
Si spostarono camminando di matassa in matassa. Trascorse del tempo prima che quell’uomo iniziasse di nuovo a parlare.
Raccontò che in un’altra vita, il seigiugnodelquarantaquattro, insieme a duemila uomini, in piedi, in perfetto silenzio, attese il primo raggio di luce e sbarcò su quella spiaggia. Nella gran confusione, prima di raggiungere terra, camminando con l’acqua fin quasi alla gola per riuscire a nascondersi dietro ad un tank, abbandonò il suo impermeabile. Era di quello, il suo tanto amato impermeabile, che cercava i pezzi, restituiti, forse, dal mare.
Insieme, con le ginocchia sprofondate nella sabbia umida, continuarono a sciogliere quegli spettinati intrecci intrecciati, infilandoci dentro le dita con le unghie ormai piene di sabbia.
Come erano diverse le loro belle mani, le loro dita!
“Sai, in un’altra vita vivevo per la fotografia, vivevo per documentare. Capii che documentando l’attimo, mostrando anche una piccola parte di verità, avrei dato un senso alla mia vita. E per quello che so fare, avrei potuto essere utile agli altri, a tutti quelli che non c’erano, aiutandoli a comprendere.
Vidi e vissi cinque guerre in prima linea. La guerra mi attraeva così tanto da desiderare esserne partecipe per poterne vedere e vivere l’orrore. Per poterlo fotografare. E renderlo più umano.
Avevo coraggio, oh sì, avevo tanto coraggio. Forse uscivo dal mio corpo, dal mio pensiero, non so bene. O forse ho solo sfidato la vita”.
Li raggiunse il padre. Una mano in tasca del giubbotto leggero color avana, con l’altra teneva le scarpe. Capiva poco la loro conversazione in inglese. Nella visibile incredulità della situazione che stava vivendo, ascoltava e di tanto in tanto annuiva ad alta voce dicendo: “yes, oh yes” . Il figlio lo guardò. Quello sguardo fu come un abbraccio immenso. Mai si erano vissuti come in quei giorni in viaggio. Per questo sentì grande felicità.
“Ho incontrato tante altre vite”, riprese l’uomo parlando direttamente al figlio e guardandolo per la prima volta, “alcune le ho conosciute, altre no, alcune sono entrate nella mia vita, l’hanno attraversata, altre l’hanno appena sfiorata. O forse neanche questo. È sempre stata questione di un attimo. In quell’attimo, tra proseguire diritto o deviare, spesso si giocava la mia esistenza…e quella di chi avevo vicino.
Una donna, una combattente, coraggio e dolcezza erano due guerrieri che la sostennero per tutta la sua breve vita. Una vita fatta di slanci. Lei, sola, capì chi io veramente fossi, capì il mio talento e lo accese, lo illuminò, mi incoraggiò ad osare, a non avere paura, ad andare sempre un pò più avanti, un po’ più vicino. Lei inventò quello che io fui, quello di cui io, ora, sto cercando i pezzi, insieme a voi. Da lei imparai a scrivere le mie fotografie, lei imparò da me a fotografare la verità che voleva raccontare. Lei mi insegnò la bellezza e l’amore, mi insegnò ad amare la gente e a farlo capire”.
Pronunciò le ultime parole congedandosi lentamente da loro. Senza fermarsi, accennò un saluto con la mano e continuò a camminare oltre l’orizzonte tra la sabbia e la linea delle onde.
Lo guardarono andare, seduti su una bassa duna. Non riuscirono a dirsi niente. Un “grazie”, sottovoce, attraversò i loro corpi e li unì come un cordone ombelicale invisibile. Era solo una parola, enorme e leggera. Il vento la prese e ls portò con sé, per sempre.

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